Targa commemorativa al Tribunale di Palermo

13707662_1755736564641046_8246062674309439693_nInaugurata oggi, presso l’Aula Magna della Corte di Appello di Palermo, una targa commemorativa dei magistrati caduti in Italia per mano del terrorismo, della criminalità organizzata e nell’esercizio delle funzioni. Tra i nomi figura anche quello del Giudice Rosario Livatino.  L’iniziativa è stata promossa dall’Associazione Nazionale Magistrati (ANM), in occasione delle commemorazioni della strage di via D’Amelio, in cui persero la vita il Giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta.

‘Ndrangheta fornì esplosivo per strage via D’Amelio

La ‘ndrangheta forni’ alla mafia palermitana l’esplosivo utilizzato per la strage di Via D’Amelio, nella quale vennero uccisi Paolo Borsellino e gli uomini della scorta, e quello usato per le ‘stragi del ’93’. Il particolare emerge – secondo quanto riporta stamani il quotidiano ‘Calabria Ora’ – da un vecchio rapporto dei servizi di sicurezza tedeschi ripreso dal dossier con il quale il Bka evidenzia la presenza ed il potere della mafia italiana nella Repubblica Federale. In particolare, il capitolo dedicato all’esplosivo delle stragi reperito dai calabresi della ‘ndrangheta operanti in Germania e’ inserito nel rapporto con lo scopo di evidenziare da una lato la supremazia della ‘ndrangheta rispetto alle altre organizzazioni criminali di origini italiane e, dall’altro, il ruolo leader che la ‘ndrangheta ha sempre avuto nel settore del traffico internazionale di armi ed esplosivi. E proprio su questo intreccio di interessi criminali – prosegue Calabria Ora – e sulle sinergie tra ‘ndrangheta e Cosa nostra aveva iniziato ad indagare Paolo Borsellino prima di essere ucciso. Borsellino sarebbe dovuto tornare in Germania qualche giorno dopo il 19 luglio. La sua missione era nota a pochissime persone, cosi’ come erano in pochi a sapere che, nelle settimane precedenti alla morte, il magistrato era stato piu’ volte in Germania ed in particolare a Francoforte e Mannheim. Era sulle tracce degli assassini del giudice Rosario Livatino, ucciso il 21 settembre del 1990, ma proprio interrogando alcuni collaboratori che erano in contatto con il Bka tedesco avrebbe saputo che da Palermo era arrivato l’ordine di acquisire grosse quantita’ di esplosivo militare. Erano gia’ stati avviati gli opportuni accordi con i calabresi e l’esplosivo, in piu’ spedizioni, in parte era stato gia’ mandato in Italia. (ANSA)

Paolo Borsellino

 Paolo Borsellino

"Mi uccideranno ma non sarà una vendetta della mafia, la mafia non si vendica. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri".
(Paolo Borsellino)

19 luglio 1992 – 19 luglio 2009

Anniversario della strage di via D’Amelio in cui persero la vita

il giudice Paolo Borsellino

e gli agenti della scorta:
Agostino Catalano
Walter Eddie Cosina
Emanuela Loi
Vincenzo Li Muli
Claudio Traina

Falcone e Borsellino, inchieste riaperte
caccia ad un agente segreto sfregiato

Riina sul delitto Borsellino
"L’hanno ammazzato loro"

SPECIALE VIA D’AMELIO, 15 ANNI DOPO

L’ultima intervista a Paolo Borsellino

All’interno:
_Quel giorno in via D’Amelio. Il ricordo di Rita Borsellino.

_Lettera aperta di Salvatore Borsellino.

Quel giorno in via D’Amelio. Il ricordo di Rita Borsellino.
di Saverio Lodato

Lasciamo che sia lei, Rita Borsellino, a raccontare quel giorno di lacrime e sangue di quindici anni fa. E le nostre domande, inevitabilmente, risulteranno inadeguate alla drammatica sequenza di quel ricordo. La cronista d’eccezione, anche se questa cronaca avrebbe preferito non raccontarla, è lei: Rita Borsellino.

Lo fa per la prima volta. Dopo quindici anni. Per un giornale – L’Unità- al quale Paolo, pur essendo di altre idee, era affezionato.
E il lettore ci perdoni se non ricorreremo alla finzione di darci del lei.
Rita, dov’eri il 19 luglio 1992?
«Non ero a Palermo, ero nella mia casa di Trabia, nonostante in quel periodo ogni allontanamento da Palermo mi risultasse difficile. A Trabia non avevo il telefono, e l’idea di non poter sentire Paolo mi faceva stare male, mi metteva in agitazione. Ma in famiglia vigeva quasi un patto: provare a vivere una vita normale in un periodo in cui la vita di normale aveva ben poco. Per noi andare di sabato a Trabia era una consuetudine che non volevamo cambiare. E io quella settimana avevo un problema in più: la sistemazione di mia madre che abitava con me e non volevo lasciare sola».
Perché tua madre non venne a Trabia?
«Perché l’indomani Paolo l’avrebbe portata dal cardiologo, un amico di famiglia, disposto a visitarla di domenica. Risolsi il problema grazie a mio figlio Claudio che si offrì di restare con lei in via D’Amelio».
Era tanto forte quel patto che vi imponeva di non cambiare abitudini?
«Sì. Ma per la prima volta partiì a malincuore. Mi dicevo è tutto normale, tutto a posto: domani mattina Claudio arriva con il treno, e alla cinque di pomeriggio Paolo va a prendere mia madre e la porta dal cardiologo. Normale. Che motivo c’è – mi ripetevo- di cambiare abitudini? E la domenica iniziò a scorrere secondo copione: colazione, un po’ di sole in giardino, pranzo, e di pomeriggio saremmo andati a messa prima di tornare a Palermo…».
Quasi un presentimento della tragedia?
«Non lo so. Me lo chiedo ancora oggi. Ricordo però che avevo voglia di stare un po’ sola e andai in terrazza. Fu da lì che vidi una scena che mi turbò: i vicini di casa si avvicinarono al cancello per parlare con mio marito attraverso le sbarre…un attimo dopo vidi Cecilia, mia figlia, che si avvicinò a loro…dalla sua espressione mi resi conto che era accaduto qualcosa. Corsi giù per le scale e chiesi cosa fosse successo. Mio marito non rispose. Cecilia mi abbracciò: “non lo sappiamo neanche noi, accendiamo la televisione”. E mentre un attimo prima avevo pensato a mia madre, ora capìì che si trattava di Paolo».
Vi metteste tutti davanti alla televisione?
«Sì, un piccolo televisore che funzionava male…Ma per quanto male potesse funzionare lessi la scritta in sovrimpressione che parlava della morte di Paolo…».
Erano le immagini di via D’Amelio appena dopo l’Apocalisse.
«Già. Ma non me ne resi conto. Fu Cecilia a dire: “ma quella è casa nostra…”. Da quel momento in poi ricordo i silenzi. Nessuno disse nulla, non una parola. Non venne versata una lacrima. E tutti, molto freddamente, chiudemmo le imposte, recuperammo il cane, ci mettemmo in macchina, rientrammo a Palermo».
Quale fu il primo impatto con il luogo della tragedia?
«In via D’Amelio ci fermarono. Scendemmo dalla macchina. Suoni, rumori, odori, fumo, lamiere arroventate e accartocciate… Le riprese televisive avrebbero reso solo in minima parte quello che stavo provando dal vivo. Improvvisamente mi ritrovai sola… Il capo dei vigili urbani mi abbracciò e scoppiò a piangere. Solo allora mi resi conto che la scritta sul televisore di Trabia diceva la verità… Paolo non c’era più. Ricordo i vicini, che pur avendo ormai le case sventrate e avendo perduto un pezzo della loro vita, mi abbracciavano, cercavano di consolarmi. Fu quello il primo segnale di una Palermo che fino a quel momento non avevo conosciuto».
Cosa ricordi ancora in via D’Amelio?
«Una figura vestita di bianco che mi colpì come fosse una macchia di colore improvvisa: era Salvatore Pappalardo, il cardinale di Palermo, che era voluto venire a toccare con mano la tragedia. Poi si avvicinò il procuratore Pietro Giammanco. Per chiedermi se volevo vedere mio fratello. Risposi di no. Volevo conservare la vivacità del suo essere, non un immagine di morte e violenza. Ma risposi quasi con disagio perché capivo che forse avrei dovuto dire di sì. Marta invece, la più piccola delle mie figlie, che mi era accanto, si rivolse e a Giammanco e gli disse con determinazione: “io voglio vederlo”. Non dimenticherò mai l’espressione di Giammanco che la guardò con sufficienza più che compassione…».
Reagisti?
«Mi arrabbiai. Ho sempre riconosciuto ai miei figli capacità e diritto di scegliere. Dissi quasi con stizza: “se vuole, deve vederlo”. E fu così che Marta, accompagnata da un vigile, sparì in mezzo al fumo…un attimo dopo mi sentì in colpa, pensando che avrei dovuto accompagnarla…e pensavo a quanto avrei dovuto consolarla dopo. Invece accadde un fatto stupefacente…».
Stupefacente?
«È la parola esatta. Al suo ritorno Marta non piangeva, sorrideva. Mi mostrò le mani sporche di fumo, me le mise sul viso dicendomi: “mamma ho accarezzato lo zio Paolo”, ma aggiunse anche un’altra frase: “Lo zio Paolo sorride”. Pensai che Marta, nella sua infinita tenerezza, volesse consegnarmi un ricordo inesistente. Invece di quel sorriso avrei sentito parlare da altre persone, da Lucia, la figlia di Paolo, da Antonino Caponnetto, ma non solo. Chissà come, chissà perché era rimasta viva la caratteristica più bella di Paolo: sorridere anche nei momenti più difficili».
Tua madre, intanto?
«Non sapevo cosa le fosse successo. Vidi i buchi neri della mia casa e non sapevo cosa ne era stato di lei. Pian piano, attraverso le parole dei vicini, mi resi conto che era salva. Che qualcuno l’aveva portata via dall’inferno. Seppi che la bomba era scoppiata quando Paolo aveva suonato il campanello e ne dedussi che non si erano visti. Ero ansiosa di trovarla».
Come la trovasti?
«Con mio marito, i figli, il cane, iniziammo a girare per gli ospedali di Palermo. A “Villa Sofia” mi dissero che era passata di lì. All’”Ingrassia” seppi che il cardiologo, l’amico di Paolo, l’aveva portata a casa sua. Ma io non sapevo dove abitava il cardiologo. Ci volle qualche ora per scoprirlo. Mi chiesi cosa avrei dovuto dirle appena l’avessi incontrata. Il rapporto fra lei e Paolo era fortissimo».
Che ricordi di quell’incontro, in una giornata di per sé straziante?
«La vidi piccola, indifesa. Vestita a metà: una sottoveste e sopra una camicia. Strane ciabatte ai piedi. Le scarpe le aveva perse quando un vigile urbano l’aveva presa in braccio per portarla via. Con lei c’era mia sorella che quel giorno festeggiava il suo compleanno…».
Che vi diceste con tua madre?
«Fu lei a parlare. E mi sconvolse. Mi disse: “sai cosa è successo? Sai che con Paolo sono morti i suoi ragazzi della scorta? Vai a cercare le madri e ringraziale per il sacrificio dei loro figli”. Furono queste le sue parole. Dopo lo scoppio. Dopo l’incendio. Dopo essere stata portata via di casa. Quella frase avrebbe condizionato le mie scelte, la mia vita successiva. Mia madre aveva trovato il modo giusto: non pensare solo a se stessa, ma anche agli altri.
Ma la giornata non era ancora finita.
«Infatti. Andai a casa dei miei nipoti. La casa dove Paolo aveva abitato sino a quella mattina. Era aperta, piena di gente. Chi andava, chi veniva, chi piangeva. Incontrai Agnese, mia cognata, circondata da tantissime persone che le si stringevano attorno. Cercai i miei nipoti. Trovai Manfredi che parlava in maniera seria, matura, come se all’improvviso fosse diventato adulto. Ora si trattava di prendere decisioni. E mi sembrò all’altezza del compito. Trovai Lucia che ai miei occhi era sempre apparsa la più fragile. La vidi impassibile, calma, serena. Si occupava delle persone presenti, rispondeva al telefono».
Fiammetta invece era all’estero…
«Era in Thailandia. Raggiungerla non era facile. Con Lucia ci capimmo al volo: facevamo la guardia al telefono di casa aspettando che chiamasse, perché volevamo essere noi a comunicarle quello che era accaduto».
Ormai era davvero impossibile rispettare quel patto familiare che vi imponeva di fingere che tutto fosse sempre normale.
«È vero. Ma ne scattò subito un altro: nessuno di noi, in quella casa, avrebbe pianto. E nessuno pianse. E ci dicevamo: “non è il momento delle lacrime. È il momento di riflettere e capire come andare avanti”. Di quelle ore in casa di Paolo ricordo ancora la confusione, l’amara sensazione che fosse diventato importante passare da quel salotto… E per tanti, sedere sul divano, consolare Agnese, fu quasi un passaggio obbligatorio. Quasi un riconoscimento. Questo ci diede fastidio. Ricordo anche che arrivavano notizie del presidio a Piazza Politeama, di cortei…».
Dove trascorresti la prima notte dopo la tragedia?
«In casa di Paolo. Non riuscivo a staccarmi da quel luogo anche se ormai era diventata un’altra cosa. Manfredi chiuse a chiave lo studio di Paolo perché nessuno entrasse: era fastidioso sentire quella casa espropriata, quasi fosse diventata un luogo pubblico. L’aria era diventata irrespirabile. E con Manfredi, a un certo punto, decidemmo di fare una selezione su chi doveva salire. Poi, forse alle prime luci dell’ alba, ma non so dire esattamente che ora fosse, decisi di fuggire. Trovai ospitalità a casa dei miei suoceri».
Ormai era il 20 luglio 1992…
«E fu quello il momento più difficile. Quello in cui mi resi conto di ciò che significava davvero il fatto che Paolo non c’era più. Con Paolo ero la sorellina da proteggere. Senza Paolo ero un’altra cosa. Un’altra persona. Me ne sarei accorta nei giorni a seguire quando per me iniziò un’ altra vita. Senza Paolo. Ancora di più accanto a lui».
Vivi ancora in via D’Amelio.
«I miei figli mi diedero lezioni di coraggio e di coerenza. Ricordo ancora le parole di Claudio quando appena giunta in via D’Amelio mi lasciai scappare che non avrei più voluto vivere lì: “Ma sei pazza? Non possiamo andare via. Abbiamo il dovere di custodire questo luogo che adesso è diventato sacro”. Ecco perché abito ancora in via D’Amelio.
Proprio in questi giorni, Salvatore Borsellino , fratello di Paolo, ha scritto una dura lettera aperta per denunciare insabbiamenti e depistaggi nelle indagini. E anche qualche strana amnesia. Che ne pensi?
«Condivido in gran parte quanto ha scritto Salvatore. Quelle stesse cose le denuncio anche io da anni. Sono convinta che bisogna pretendere la verità e non accontentarsi solo di alcune verità».
Crediamo non ci sia nulla da aggiungere.

(da ItacaNews – l’Unità)

Lettera aperta di Salvatore Borsellino

Per anni, dopo l’estate del 1992 sono stato in tante scuole d’Italia a parlare del sogno di Paolo e Giovanni, a parlare di speranza, di volontà di lottare, di quell’alba che vedevo vicina grazie alla rinascita della coscienza civile dopo il loro sacrificio, dopo la lunga notte di stragi senza colpevoli e della interminabile serie di assassini di magistrati, poliziotti e giornalisti indegna di un paese cosiddetto civile.

Poi quell’alba si è rivelata solo un miraggio, la coscienza civile che purtroppo in Italia deve sempre essere svegliata da tragedie come quella di Capaci o di Via D’Amelio, si è di nuovo assopita sotto il peso dell’indifferenza e quella che sembrava essere la volontà di riscatto dello Stato nella lotta alla mafia si è di nuovo spenta, sepolta dalla volontà di normalizzazione e compromesso e contro i giudici, almeno contro quelli onesti e ancora vivi, è iniziata un altro tipo di lotta, non più con il tritolo ma con armi più subdole, come la delegittimazione della stessa funzione del magistrato, e di quelli morti si è cercato da ogni parte di appropriarsene mistificandone il messaggio.

Per anni allora ho sentito crescere in me, giorno per giorno, sentimenti di disillusione, di rabbia e a poco a poco la speranza veniva sostituita dalla sfiducia nello Stato, nelle Istituzioni che non avevano saputo raccogliere il frutto del sacrificio di quegli uomini, e allora ho smesso di parlare ai giovani convinto che non era mio diritto comunicare loro questi sentimenti, soprattutto che non era mio diritto di farlo come fratello di Paolo che, sino all’ultimo momento della sua vita, aveva sempre tenuto accesa dentro di se, e in quelli che gli stavano vicino, la speranza, anzi la certezza, di un domani diverso per la sua Sicilia e per il suo Paese.

Per anni allora non sono neanche più tornato in Sicilia, rifiutandomi di vedere, almeno con gli occhi, l’abisso in cui questa terra era ancora sprofondata, di vedere, almeno con gli occhi, come tutto quello contro cui Paolo aveva lottato, la corruzione, il clientelismo, la contiguità fossero di nuovo imperanti, come nella politica, nel governo della cosa pubblica, fossero riemersi tutti i vecchi personaggi più ambigui, spesso dallo stesso Paolo inquisiti quando ancora in vita, e nuovi personaggi ancora peggiori dato che ormai oggi essere inquisiti sembra conferire un’aureola di persecuzione e quasi costituire un titolo di merito.

Da questa mia apatia, da questo rinchiudermi in una torre d’avorio limitandomi a giudicare ma senza più volere agire, sono stato di recente scosso da un incontro illuminante con Gioacchino Basile, un uomo che ha pagato sempre di persona le sue scelte, che, all’interno dei Cantieri Navali di Palermo e della Fincantrieri, ha sempre condotto, praticamente da solo e avendo contro lo stesso sindacato, quella lotta contro la mafia che sarebbe stata compito degli organismi dello Stato, Stato che invece, secondo le sue circostanziate denunce, intesseva accordi con la mafia trasformando le Partecipazioni Statali in un organismo di partecipazione al finanziamento e al potere della mafia in Sicilia.

I fatti riferiti in queste denunce, di cui Paolo Borsellino si era occupato nei giorni immediatamente precedenti il sua assassinio, sono state oggetto di una "Relazione sull’infiltrazione mafiosa nei Cantieri Navali di Palermo" da parte della Commissione Parlamentare di inchiesta su fenomeno della mafia (relatore On. Mantovano) ma come purtroppo troppo spesso succede in Italia con gli atti delle commissioni parlamentari, non hanno poi avuto sviluppi sul piano parlamentare mentre su quello giudiziario, come sempre succede quando si passa dalle indagini sulla mafia a quello sui livelli "superiori", hanno subito la consueta sorte dell’archiviazione.

Gioacchino Basile è convinto che l’interesse personale che Paolo gli aveva assicurato nell’approfondimento di questo filone di indagine e l’averne riferito in uno dei suoi incontri a Roma nei giorni immediatamente precedenti la sua morte, sia il motivo principale della "necessità" di eliminarlo con una rapidità definita "anomala" dalla stessa Procura di Caltanissetta e che la sparizione di questo dossier dalla borsa di Paolo sia stata contestuale alla sottrazione dell’ agenda rossa.

Per parte mia io credo che questo possa essere stato soltanto uno dei motivi, all’interno del più ampio filone "mafia-appalti" che lo stesso Paolo aveva fatto intuire fosse il motivo principale dell’eliminazione di Giovanni Falcone insieme alla sua ormai certa nomina a Procuratore Nazionale Antimafia.

Il motivo principale credo invece sia stato quell’accordo di non belligeranza tra lo stato e il potere mafioso che deve essergli stato prospettato nello studio di un ministro negli incontri di Paolo a Roma nei giorni immediatamente precedenti la strage, accordo al quale Paolo deve di sicuro essersi sdegnosamente opposto.

Su questi incontri, che Paolo deve sicuramente aver annotato nella sua agenda scomparsa, pesa un silenzio inquietante e l’epidemia di amnesie che ha colpito dopo la morte di Paolo tutti i presunti partecipanti lo ha fatto diventare l’ultimo, inquietante, segreto di Stato, come inquietanti sono i segreti di Stato e gli "omissis" che riempiono le inchieste su tutte le altre stragi di Stato in Italia.

Ma il vero segreto di Stato, anche se segreto credo non sia più per nessuno, è lo scellerato accordo di mutuo soccorso stabilito negli anni tra lo Stato e la mafia.

A partire da quando i voti assicurati dalla mafia in Sicilia consentivano alla Democrazia Cristiana di governare nel resto dell’Italia anche se questo aveva come conseguenza l’abbandono della Sicilia, così come di tutto il Sud al potere mafioso, la rinuncia al controllo del territorio, l’accettazione della coesistenza, insieme alle tasse dello Stato, delle tasse imposte dalla mafia, il pizzo e il taglieggiamento.

E, conseguenza ancora più grave, la rinunzia, da parte dei giovani del sud, alla speranza di un lavoro se non ottenuto, da pochi, a prezzo di favori e clientelismo e negato, a molti, per il mancato sviluppo dell’industrializzazione rispetto al resto del paese.

A seguire con il "papello" contrattato da Riina con lo Stato con la minaccia di portare la guerra anche nel resto del paese (vedi via dei Georgofili e Via Palestro), contrattazione che è stata a mio avviso la causa principale della necessità di eliminare Paolo Borsellino, e di eliminarlo in fretta.

A seguire, infine, con l’individuazione di nuovi referenti politici dopo che le vicende di tangentopoli aveva fatto piazza pulita di buona parte della precedente classe politica e dei referenti "storici".

Accordi questi che costituiscono la causa del degrado civile di oggi dove si consente che indagati per associazione mafiosa governino la Sicilia e dove, a livello nazionale, cresce, almeno nei sondaggi, il consenso popolare verso chi ha probabilmente adoperato capitali di provenienza mafiosa per creare il proprio impero industriale con annesso partito politico.

Come possono allora chiamarsi "deviati" e non consoni all’essenza stesso di questo Stato quei "Servizi" che, per "silenzio-assenso" del capo del Governo o su sua esplicita richiesta, hanno spiato magistrati ritenuti e definiti "nemici" nei relativi dossier e addirittura convinto altri magistrati a spiare quei loro colleghi che, sempre negli stessi dossier, venivano definiti come "nemici", "comunisti" e "braccio armato" della magistratura, con un linguaggio che non è difficile ritrovare negli articoli di certi giornali e nelle dichiarazioni di certi poltici.

Giaocchino Basile mi dice che sarebbe mio diritto "pretendere" dallo stato di conoscere la verità sull’assassinio di Paolo, ma da "questo" Stato, dal quale ho respinto "l’indennizzo" che pretendeva di offrirmi quale fratello di Paolo, indennizzo che andrebbe semmai offerto a tutti i giovani siciliani e italiani per quello che gli è stato tolto, sono sicuro che non otterrò altro che silenzi.

Gli stessi silenzi, lo stesso "muro di gomma", che hanno dovuto subire i figli del Generale Dalla Chiesa, i parenti dei morti in quella interminabile serie di stragi, la strage di Portella della Ginestra, la strage di Piazza Fontana, la strage di Piazza della Loggia, la strage del Treno Italicus, la strage di Ustica, la strage di Natale del rapido 904, la strage di Pizzolungo, le stragi di Via dei Georgofili e di Via Palestro, delle quali oggi si conoscono raramente gli esecutori, ma i mandanti e spesso neanche il movente, susseguitesi mentre nel nostro Sud, grazie alla latitanza delle altre istituzioni dello Stato, uno dopo l’atro venivano uccisi tutti i Magistrati e i rappresentanti delle forze dell’ordine che della lotta alla mafia avevano fatto la propria ragione di vita, in una tragica sequenza che non ha eguali in nessuno degli altri paesi del mondo cosiddetto civile.

Io mi chiedo invece, con amarezza , di quante altre stragi, di quanti altri morti avremo ancora bisogno perchè da parte dello Stato ci sia finalmente quella reazione decisa e soprattutto duratura, come finora non è mai stata, che porti alla sconfitta delle criminalità mafiosa e soprattutto dei poteri, sempre meno occulti, ad essa legati, perché venga finalmente rotto quel patto scellerato di non belligeranza che, come disse il giudice Di Lello il 20 Luglio del 1992, pezzi dello Stato hanno da decenni stretto con la mafia e che ha permesso e continua a permettere non solo la passata decennale latitanza di boss famosi come Riina e Provenzano ma la latitanza e l’impunità di decine di "capi mandamento" che sono i veri padroni sia di Palermo che delle altre città della Sicilia.

Da parte mia sono certo che non riuscirò a conoscere la verità in quel poco che mi resta da vivere dato che, a 65 anni, sono solo un sopravvissuto in una famiglia in cui mio padre, il fratello di mio padre, mio fratello, sono tutti morti a 52 anni, i primi per cause naturali, l’ultimo perché era diventato un corpo estraneo allo Stato le cui Istituzioni egli invece profondamente rispettava (sempre le Istituzioni, non sempre invece quelli che le rappresentavano).

Spero soltanto che, in questo anniversario, mi siano risparmiate la vista e le parole dei tanti ipocriti che oggi piangono su Paolo e Giovanni quando, se fossero ancora in vita, li osteggerebbero accusandoli, nella migiore della ipotesi , di essere dei "professionisti dell’antimafia" o li farebbero addirittura spiare da squallidi personaggi come Pio Pompa come "nemici" o come "braccio armato della magistratura" .

Chiedo solo, in questa occasione, di avere delle risposte ad almeno alcune delle tante domande, dei tanti dubbi che non mi lasciano pace.

Chiedo al Proc. Pietro Giammanco, allontanato da Palemo dopo l’assassinio di Paolo, ma promosso ad un incarico più alto piuttosto che rimosso come avrebbe meritato, perché non abbia disposto la bonifica e la zona di rimozione per Via D’Amelio.

Eppure nella stessa via, al n.68 era stato da poco scoperto un covo dei Madonia e, a parte il pericolo oggettivo per l’incolumità di Paolo Borsellino, le segnalazioni di pericolo reale che pervenivano i quei giorni erano tali da da far confidare da Paolo a Pippo Tricoli lo stesso 19 Luglio : "e’ arrivato in città il carico di tritolo per me".

A meno che, come affermato dal Sen. Mancino in un suo intervento del 20 Luglio alla camera, anche lui credesse che "Borsellino non era un frequentatore abituale della casa della madre" : infatti vi si recava appena almeno tre volte alla settimana !

La stessa domanda inoltro all’allora prefetto di Palermo Mario Jovine anche se la risposta ritiene di averla già data con l’affermazione fatta in quei giorni: "Nessuno segnalò la pericolosità di Via D’Amelio" .

Affermazione palesemente risibile : in quei giorni si erano susseguite le segnalazioni di possibili attentati a Paolo Borsellino e bastava interrogare gli stessi agenti della scorta, cinque dei quali morti insieme a lui, per sapere quali erano i punti più a rischio.

Chiedo alla Procura di Caltanisseta, e in particolare al gip Giovanbattista Tona, il motivo dell’archiviazione delle indagini relative alla pista del Castello Utveggio : eppure proprio da questo luogo partirono, subito dopo l’attentato, delle telefonate dal cellulare clonato di Borsellino a quello del Dott.Contrada, oggi finalmente condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione per collusione e favoreggiamento.

Chiedo alla stessa Procura di Caltanissetta, e sempre allo stesso gip Giovanbattista Tona, i motivi dell’archiviazione dell’inchiesta relativa ai mandanti occulti delle stragi.

Per un’altra archiviazione, quella relativa alle vicissitudini del fascicolo relativo alla Fincantieri ho già inoltrato richiesta di chiarimenti in via ufficiale.

Chiedo alla Procura di Caltanissetta di non archiviare, se non lo ha già fatto, le indagini relative alla sparizione dell’agenda rossa di Paolo e di chiarire il coinvolgimento dei tutte le persone, dei servizi e non, in essa coinvolte.

Chiedo soprattutto al sen. Nicola Mancino, del quale ricordo, negli anni immediatamente successivi al 1992, una sua lacrima spremuta a forza durante una commemorazione di Paolo a Palermo, lacrima che mi fece indignare al punto da alzarmi ed abbandonare la sala, di sforzare la memoria per raccontarci di che cosa si parlò nell’incontro con Paolo nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte.

O spiegarci perché, dopo avere telefonato a Paolo per incontrarlo mentre stava interrogando Gaspare Mutolo, a sole 48 ore dalla strage, gli fece invece incontrare il capo della Poliza Dott. Parisi e il Dott. Contrada, incontro dal quale Paolo uscì sconvolto tanto, come racconto lo stesso Mutolo, da tenere in mano due sigarette accese contemporaneamente

Altrimenti, grazie alla sparizione dell’ agenda rossa di Paolo, non saremo mai in grado di saperlo.

E in quel colloquio si trova sicuramente la chiave dalla sua morte e della strage di Via D’Amelio.

Milano, 15 Luglio 2007

Salvatore Borsellino

"Credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me. E so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare dalla sensazione o financo, vorrei dire, dalla certezza che tutto questo può costarci caro".

Paolo Borsellino

Martire della giustizia

Oggi sono soprattutto i cristiani comuni a rendere presente la chiesa nella storia. Come Borsellino, del cui cristianesimo ci si è accorti dopo che la mafia lo ha ucciso.

di Luigi Accattoli (tratto dal Messaggero di sant’Antonio, lug/ago 1997)

Bachelet, Borsellino, Galvaligi, Livatino, Mattarella, Moro, Puglisi, Ruffilli, Scopelliti, Taliercio, Tobagi: sono solo alcuni dei cristiani del nostro paese uccisi dalla mafia e dal terrorismo, che forse un giorno chiameremo ‘martiri della giustizia’, come ha proposto il papa. Tra essi, Paolo Borsellino è una delle figure più belle: uomo operoso e di poche parole, cristiano serio e di fede intera.

Se la nostra chiesa fosse meno clericale, se sapessimo guardare con occhio evangelico l’avventura dei battezzati nell’Italia di fine millennio, sarebbe a uomini come Borsellino che andrebbe spontaneamente il nostro pensiero ogni volta che ci chiediamo che cosa ne sia del cristianesimo nella nostra epoca. Ecco che cosa ne è: esso è testimoniato, nel vivo e nel pieno della storia, da donne e da uomini che vivono nel mondo e compiono opere legate al loro ufficio, senza nessuna particolare qualifica ecclesiale.

Insomma, sono innanzitutto i cristiani comuni a rendere presente oggi la chiesa nella storia. E Borsellino è così radicalmente un cristiano comune, che del suo cristianesimo ci si è accorti – si può dire – solo dopo la morte e a motivo delle circostanze straordinarie di essa. Allora acquistò rilievo la dichiarazione di fede – e quasi di accettazione del martirio – che aveva pronunciato un mese prima, in una chiesa di Palermo, commemorando da cristiano l’amico laico Falcone. E colpirono gli attestati sulla sua regolare pratica religiosa, le dichiarazioni di perdono agli uccisori pronunciate come in suo nome dai figli e dalla vedova.

Paolo Borsellino è notissimo per la sua opera di magistrato a fianco di Giovanni Falcone, e per la morte avvenuta nella strage di via D’Amelio, a Palermo, il 19 luglio del 1992, due mesi dopo quella di Capaci in cui era stato ucciso Falcone. Ma l’opinione pubblica conosce pochissimo della sua figura di cristiano, che dunque conviene richiamare.

Viene ucciso una domenica pomeriggio: il sabato era andato in chiesa a confessarsi, come faceva regolarmente. Lo attesta la figlia Fiammetta.

Così l’amico Antonio Caponnetto ha descritto il cristiano Borsellino: ‘Poco si è scritto e parlato della pienezza e del fervore con cui Paolo ha vissuto il suo rapporto con la fede. Era un aspetto fondamentale della sua personalità e della sua vita: mai ostentato, noto soltanto ai familiari e ai più intimi amici. Una fede totale, fatta di amore per il prossimo, amore per la famiglia, serenità interiore e, negli ultimi tempi, vocazione consapevole al sacrificio, annunciato e atteso’.

Eccolo, dunque, un mese dopo la morte di Falcone e un mese prima della propria, ricordare l’amico in una chiesa di Palermo, alla presenza del cardinale Pappalardo: ‘Se egli è morto nella carne, ma è vivo nello spirito, come la fede ci insegna, le nostre coscienze, se non si sono svegliate debbono svegliarsi! La speranza è stata vivificata dal suo sacrificio, dal sacrificio della sua donna, dal sacrificio della sua scorta. Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti; abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera, accettando in pieno questa gravosa e bellissima eredità di spirito!’.

‘Paolo – scriverà la sposa Agnese al papa (e la bellissima lettera sarà pubblicata dall”Osservatore romano’ in prima pagina, il 6 maggio 1993, alla vigilia di una visita di Giovanni Paolo II in Sicilia: quella in cui griderà il monito ai mafiosi: ‘Verrà un giorno il giudizio di Dio!’) – era un cristiano semplice e profondo’.

Quella sua fede la sentiamo echeggiare nelle parole del figlio Manfredi, che così ha motivato la dichiarazione di perdono agli uccisori del padre: ‘In questo momento di dolore io vivo con una forza che è in gran parte quella di mio padre. In particolare la fede, la religiosità che papà aveva, l’ha trasmessa in blocco ai sui figli’.

Anche la sposa Agnese attribuisce a Paolo il segno cristiano della sua reazione all’assassinio: ‘La giustizia e la verità per i fatti accaduti, l’amore e il perdono per l’uomo che sbaglia. Se c’è un insegnamento che mio marito mi ha dato è che nel cuore dell’uomo, anche di quello più cattivo, c’è sempre un angolo nascosto del buon Abele che, se opportunamente stimolato, può riaffiorare’.

Per tener fede a quell’insegnamento, Agnese ha creato a Palermo un ‘Centro per il recupero degli adolescenti a rischio’: quelli appunto che potrebbero essere arruolati dalla mafia. E le è stato dato, nel maggio del 1996, a Cascia (PG), il ‘Riconoscimento internazionale Santa Rita’ per la sua ‘opera di riconciliazione e di pace svolta anche dopo l’uccisione del marito’.

In quell’occasione confermò la scelta del perdono: ‘Ho vissuto il mio dramma con cristiana rassegnazione, senza nutrire sentimenti di odio nei confronti degli assassini di mio marito’. Ha detto di considerare ‘tutti miei figli’ i ragazzi difficili di cui si occupa, e ha motivato così quella decisione: ‘Le sofferenze patite hanno rafforzato in me l’esigenza di diffondere il messaggio di pace, di amore e di solidarietà umana verso le persone più deboli’.

I GIORNI DI GIUDA

Con questo commosso e polemico discorso pronunciato a Palermo il 25 giugno 1992 nel corso di una manifestazione promossa da Micromega Borsellino denunciò con forza e senza nessun ricorso alla diplomazia la costante opposizione al lavoro e al metodo di Giovanni Falcone di parti consistenti delle istituzioni, che hanno agito per isolare il fondatore del pool antimafia e per rendere impossibile il suo impegno: in questo senso
Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988” quando il CSM gli preferì Antonino Meli per la carica di procuratore capo di Palermo. Fu l’ultimo intervento pubbicdi Borsellino. Dopo poco più di tre settimane,infatti venne assassinato insieme a Emanuela Loi, Walter Cusina, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina. –>
Il testo completo (v.link)

Il ricordo di quell’incontro nelle parole di Nando Dalla Chiesa

I giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino"La profezia: certo, a quella di Sciascia egli ora ne contrapponeva nella sua interiorità un’altra, quella della propria morte imminente. Lasciò, volle lasciare una sorta di testamento pubblico. Fece capire di avere qualche idea sull’assassinio del suo amico. Poi si alzò scusandosi; disse che doveva tornare a lavorare e se ne andò. Ma a quel punto successe una cosa straordinaria, uno spettacolo al quale si può assistere, probabilmente, una sola volta nella vita. Mentre il magistrato, non alto di statura, si alzava e scendeva dal piccolo palco, la folla -circa ottocento, mille persone- si alzò in piedi. E si mise ad applaudire. Forte, sempre più forte, con una commozione che attraversava come una corrente elettrica tutti i corpi e forse anche le cose presenti. Dieci,  quindici interminabili minuti di applausi. Quasi che a lui vivo volesse riservare gli applausi riservati al suo amico, per incoraggiarlo ad andare avanti. Ma più crescevano gli applausi, più tra i brividi che graffiavano l’intestino dirompeva la realtà vera. La gente aveva capito quello che il giudice superstite sentiva come sua intima certezza. E sapendolo misurato e coraggioso, non  aveva pensato che si fosse fatto cogliere dal panico o dallo scoramento. Se lui, con il suo testamento morale, aveva fatto capire che cosa si attendeva, non c’era dubbio che ciò sarebbe accaduto. Il pubblico di Palermo aveva voluto salutare per l’ultima volta il suo giudice. Aveva voluto ringraziarlo da vivo. Non aveva potuto ringraziare il suo amico, che tanti in città avevano scoperto di amare troppo tardi. Bruciava il rimpianto di quei silenzi, e degli applausi indirizzati a chi ormai non poteva più sentire. Ma ora lui, mentre tornava al lavoro alle undici di sera, doveva sentire gli applausi della città. Che per questo non finivano mai. (…)

(da Storie eretiche di cittadini perbene, Nando Dalla Chiesa – Einaudi 1999)

"Ho conosciuto Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nel 1983 e ho subito cominciato a lavorare per loro e con loro. Nel 1984 (pentimento di Tommaso Buscetta) abbiamo sognato la vittoria. Nel 1985 abbiamo pianto gli amici Cassarà e Montana ma non ci siamo fermati: Falcone, Borsellino e gli altri facevano indagini e scrivevano l’ordinanza, io procuravo i mezzi materiali e facevo costruire l’aula-bunker. Ma arrivò quel terribile 1989. Io dicevo: "Molliamo tutto". Giovanni e Paolo ripetevano: "Mai". Nonostante che, al Consiglio superiore della magistratura, gli avessero fatto fare 14 ore di anticamera, digiuni, senza telefono, erano stati «sistemati» in una stanzetta senz’aria, umiliati come giudici e come persone. "Mai", rispose Paolo anche alla dolce Agnese che, in una sera della fine di giugno del 1992, in una saletta dell’aeroporto di Roma, lo pregava di «lasciare», preoccupata per la vita del suo uomo, del padre dei suoi figli. "Mai", aveva già risposto, in un caldo pomeriggio di agosto del 1985, anche Nino Caponnetto quando gli chiesi di lasciare Palermo, insieme a Giovanni e Paolo, perché non vi era certezza di difendere la loro vita. "Mai – disse Caponnetto -. Porta all’Asinara Giovanni, Paolo e le loro famiglie. Così potranno continuare a scrivere l’ordinanza tranquilli e sicuri. Io resto qui, perché non si dovrà mai dire che lo Stato fugge davanti al nemico. Nessuno di noi può interrompere il proprio lavoro".

(Dalla postfazione di Liliana Ferraro al libro di Giammaria Monti "Falcone e Borsellino", Editori Riuniti, Roma 1996)

"Non ho mai chiesto di occuparmi di mafia. Ci sono entrato per caso. E poi ci sono rimasto per un problema morale. La gente mi moriva attorno". Paolo Borsellino

Paolo Borsellino (da una lettera che la mattina del 19 luglio 1992. Borsellino aveva iniziato a scrivere in risposta ad una professoressa di Padova che tre mesi prima lo aveva invitato ad un incontro con gli studenti di un liceo):

– "Sono diventato giudice perché nutrivo grandissima passione per il  diritto civile ed entrai in magistratura con l’idea di diventare un civilista, dedito alle ricerche giuridiche e sollevato dalle necessità di inseguire i compensi dei clienti. La magistratura mi appariva la carriera per me più percorribile per dar sfogo al mio desiderio di ricerca giuridica, non appagabile con la carriera universitaria, per la quale occorrevano tempo e santi in paradiso. Fui fortunato e diventai magistrato nove mesi dopo la laurea (1964) e fino al 1980 mi occupai soprattutto di cause civili, cui dedicavo il meglio di me stesso. E’ vero che nel 1975, per rientrare a Palermo, ove ha sempre vissuto la mia famiglia, ero approdato all’ufficio istruzione processi penali, ma alternai l’applicazione, anche se saltuaria, a una sezione civile e continuai a dedicarmi soprattutto alle problematiche dei diritti reali, delle distanze legali, delle divisioni ereditarie. Il 4 maggio 1980 uccisero il capitano Emanuele Basile e il consigliere Chinnici volle che mi occupassi io dell’istruttoria del relativo procedimento. Nel mio stesso ufficio frattanto era approdato, provenendo anch’egli dal civile, il mio amico d’infanzia Giovanni Falcone, e sin da allora capii che il mio lavoro doveva essere un altro. Avevo scelto di rimanere in Sicilia e a questa scelta dovevo dare un senso. I nostri problemi erano quelli dei quali avevo preso a occuparmi quasi casualmente, ma se amavo questa terra di essi dovevo esclusivamente occuparmi. Non ho più lasciato questo lavoro e da quel giorno mi occupo pressoché esclusivamente della criminalità mafiosa. E sono ottimista perché vedo che verso di essa i giovani, siciliani e non, hanno oggi attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarant’anni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanta io e la mia generazione ne abbiamo avuta. (…)"

– "La mafia (Cosa Nostra) è un’organizzazione criminale, unitaria e verticisticamente strutturata, che si distingue da ogni altra per la sua caratteristica di «territorialità». Essa è divisa in famiglie, collegate tra loro per la dipendenza da una direzione comune (Cupola), che tendono a esercitare sul territorio la stessa sovranità che su esso esercita, o deve esercitare, legittimamente, lo Stato. Ciò comporta che Cosa Nostra tende ad appropriarsi di tutte le ricchezze che si producono o affluiscono sul territorio, principalmente con l’imposizione di tangenti (paragonabili alle esazioni fiscali dello Stato) e con l’accaparramento degli appalti pubblici, fornendo al contempo una serie di servizi apparenti rassemblabili a quelli di giustizia, ordine pubblico, lavoro, che dovrebbero essere gestiti esclusivamente dallo Stato.
E’ naturalmente una fornitura apparente perché a somma algebrica zero, nel senso che ogni esigenza di giustizia è soddisfatta dalla mafia mediante una corrispondente ingiustizia. Nel senso che la tutela dalle altre forme di criminalità (storicamente soprattutto dal terrorismo) è fornita attraverso l’imposizione di altra e più grave forma di criminalità. Nel senso che il lavoro è assicurato a taluni (pochi) togliendolo ad altri (molti). La produzione e il commercio della droga, che pure hanno fornito Cosa Nostra di mezzi economici prima impensabili, sono accidenti di questo sistema criminale e non necessari alla sua perpetuazione. Il conflitto irreversibile con lo Stato, cui Cosa Nostra è in sostanziale concorrenza (hanno lo stesso territorio e si attribuiscono le stesse funzioni) è risolto condizionando lo Stato dall’interno, cioè con infiltrazioni negli organi pubblici che tendono a condizionare la volontà di questi perché venga indirizzata verso il soddisfacimento degli interessi mafiosi e non di quelli di tutta la comunità sociale. Alle altre organizzazioni criminali di tipo mafioso (camorra, ‘ndrangheta, sacra corona unita) difetta la caratteristica della unitarietà ed esclusività. Sono organizzazioni criminali che agiscono con le stesse caratteristiche di sopraffazione e violenza di Cosa Nostra, ma non ne hanno l’organizzazione verticistica e unitaria. Usufruiscono inoltre in forma minore del «consenso» di cui Cosa Nostra si avvale per accreditarsi come istituzione alternativa allo Stato, che tuttavia con gli organi di questo viene a confondersi…"

(Testi ripresi dalle pp. 289-291 del libro "Paolo Borsellino. Il valore di una vita", di Umberto Lucentini,  Mondadori, Milano 1994)