Il neo arcivescovo di Palermo, don Corrado Lorefice, ha ricordato Rosario Livatino e gli altri martiri di mafia nella cerimonia della sua ordinazione

corrado lorefice

“Ascoltare vuol dire dunque saper guardare al passato, custodire la memoria. La memoria dei santi e dei martiri, prima di ogni altra. La memoria della Chiesa che è stata di Mamiliano e di Giacomo Cusmano, di Rosalia e di don Pino Puglisi (…)
La memoria di una terra che è stata terra del martirio di Piersanti Mattarella e di Carlo Alberto Dalla Chiesa, di Rosario Livatino e di Peppino Impastato, di Giovanni Falcone e di Francesca Morvillo e di Paolo Borsellino e degli eroi umili delle loro scorte, di uomini e donne che, insieme ai tanti altri, esprimono il sussulto di dignità e il profondo desiderio di giustizia di questa terra violata e violentata, dominata a volte da potenze straniere ma soprattutto sfigurata dalle forme perverse di dominio germinato nella sua stessa carne. Terra di quanti, anche se non caratterizzati per appartenenza religiosa, da anni sostengono la cultura della legalità e la rivendicazione dei diritti della persona e in particolare il diritto alla case e al lavoro di tanti disperati promuovendo anche l’utilizzazione dei beni confiscati alla mafia.
Una terra e una città che tramite i suoi testimoni grida la propria passione per l’avvento del Regno di giustizia e di pace, di libertà e di riscatto, dove non ci saranno più la morte, il lutto, il lamento e il pianto (cf. Ap 21, 4)  (…)

Desidero che sia chiaro. Coltivare la memoria, custodirla fedelmente, non vuol dire dare riconoscimenti puramente formali, né tantomeno ideologici. Per un vescovo, per il vescovo che io vorrei essere tra di voi, custodire la memoria equivale a rimanere in stretto contatto con le vite, i corpi, le esperienze di amore e di dolore che sono il vero humus di questa terra. Significa sentirle e farle sentire vive, accompagnarle con partecipazione e con affetto. Vuol dire farsi scudo e garante di ciò che è bene e che fruttifica. Vuol dire essere dalla parte dei poveri, a cui voglio stare accanto e che avrò sempre come bussola della mia vita in mezzo a voi  (…) E questo comporta per me fare argine concretamente, con forza, insieme con voi e con tutto me stesso, ai «poteri di questo mondo» che vogliono annientare la dignità e la bellezza del nostro essere uomini. Perché questo è la mafia e questo sono tutte le mafie, in ogni forma e in ogni parte del mondo: l’opera di gente che ha perso di vista il volto dell’altro, che è pronta a calpestarlo perché vive nella costante strumentalizzazione di ogni essere. E per questo la vita di costoro è disperata, è infelice. È una vita che ha perso il suo senso e la sua gioia, che va verso il nulla, gettata com’è nell’abisso dell’odio. E mentre ne dichiariamo senza mezzi termini la follia, dobbiamo credere questa stessa vita sollevabile, redimibile, facendoci, come il Signore Gesù, ascoltatori feriti anche del dolore illegittimo del colpevole, inermi (e per questo forti) testimoni di una parola che non ha paura di richiamare l’uomo a se stesso, ma che salva senza inimicizia e senza odio: il nostro don Pino Puglisi è lì a dircelo con la sua testimonianza, con tutta la sua esistenza. Ascoltare il Vangelo, ascoltare l’altro, aver cura, amare, far crescere; volere il bene di chi ti è affidato (…)”.

Il testo integrale del messaggio di don Corrado Lorefice

“Marturoi” – Testimoni / Santi Martiri dell’Uganda

martiri uganda

“(…) La testimonianza dei martiri mostra a tutti coloro che hanno ascoltato la loro storia, allora e oggi, che i piaceri mondani e il potere terreno non danno gioia e pace durature. Piuttosto, la fedeltà a Dio, l’onestà e l’integrità della vita e la genuina preoccupazione per il bene degli altri ci portano quella pace che il mondo non può offrire. Ciò non diminuisce la nostra cura per questo mondo, come se guardassimo soltanto alla vita futura. Al contrario, offre uno scopo alla vita in questo mondo e ci aiuta a raggiungere i bisognosi, a cooperare con gli altri per il bene comune e a costruire una società più giusta, che promuova la dignità umana, senza escludere nessuno, che difenda la vita, dono di Dio, e protegga le meraviglie della natura, il creato, la nostra casa comune.

Cari fratelli e sorelle, questa è l’eredità che avete ricevuto dai Martiri ugandesi: vite contrassegnate dalla potenza dello Spirito Santo, vite che testimoniano anche ora il potere trasformante del Vangelo di Gesù Cristo. Non ci si appropria di questa eredità con un ricordo di circostanza o conservandola in un museo come fosse un gioiello prezioso. La onoriamo veramente, e onoriamo tutti i Santi, quando piuttosto portiamo la loro testimonianza a Cristo nelle nostre case e ai nostri vicini, sui posti di lavoro e nella società civile, sia che rimaniamo nelle nostre case, sia che ci rechiamo fino al più remoto angolo del mondo (…)”.

Papa Francesco

Il testo completo dell’omelia tenuta da Papa Francesco in occasione del Viaggio Apostolico in Uganda (28.11.2015)

“Marturoi” – Testimoni / Oscar Romero

Oscar Romero 

“Sono stato frequentemente minacciato di morte; sono un cristiano, perciò non credo alla morte senza la resurrezione: vogliono uccidermi? Risorgerò nel popolo del Salvador. 
Se le minacce dovessero compiersi, già da adesso offro a Dio il mio sangue per la redenzione e la resurrezione del Salvador. Il martirio è una grazia di Dio che non credo di meritare. 
Ma se Dio accetta il sacrificio della mia vita, che il mio sangue sia seme di libertà e il segno che la speranza si tramuterà ben presto in realtà. La mia morte, se accettata da Dio, sia per la liberazione del mio popolo e come una testimonianza di speranza nel futuro”.

Oscar Romero

Livatino, Puglisi e Spoto: l’omaggio di Padre Sorce ai tre martiri siciliani

La presentazione del libro di Padre Vincenzo Sorce

L’ultima opera di Padre Vincenzo Sorce è un atto d’amore verso la Chiesa siciliana e in particolare verso le chiese di Palermo e di Agrigento, “madri feconde di martiri”. Si intitola “Quando la mia terra si tinge di sangue. Francesco Spoto, Rosario Livatino, Pino Puglisi” l’omaggio che il presbitero ha dedicato a questi alti testimoni della fede, volendo riflettere sul martirio come “dimensione costitutiva della vita cristiana”.

Padre Sorce, sacerdote originario di Serradifalco, nel Nisseno, già docente della Facoltà Teologica di Sicilia, è fondatore e presidente dell’Associazione “Casa Famiglia Rosetta”, presente, non solo in Sicilia e nel resto d’Italia, ma anche all’estero. Come missionario in terre deturpate dalla sofferenza e dalla povertà, si conforta quotidianamente con i fatti di Vangelo, portando Gesù tra i poveri del mondo. Vista la biografia del sacerdote, la sua opera va letta alla luce di una particolare sintonia, materiale e spirituale, con i tre martiri siciliani.

Il Beato Francesco Spoto, religioso originario di Raffadali, succede a trentacinque anni al Beato Giacomo Cusmano, come superiore della Congregazione dei Servi dei Poveri. Viene ucciso appena quarantenne in Congo e dichiarato beato nel 2007. A distanza di cinque anni viene beatificato un altro martire siciliano, Padre Pino Puglisi, morto anch’egli di troppo amore per il gregge che il Signore gli aveva affidato. Il suo sacrificio non è stato invano: “I preti martiri generano preti: così guardiamo alle vocazioni generate dal martirio di Padre Puglisi”, ha sottolineato il sacerdote nisseno in occasione della presentazione palermitana del libro, organizzata, non a caso, dal Seminario arcivescovile di Palermo. All’appuntamento era presente anche Don Cosimo Scordato, parroco di frontiera e insegnante presso la Facoltà teologica che ha sede nel capoluogo dell’Isola.

“Di Livatino – ha detto il presbitero palermitano – emerge il profilo di un magistrato con le idee molto chiare sul ruolo del magistrato. Il magistrato rilegge il ruolo del giudice nella società con l’idea che questo non possa deflettere mai dall’imparzialità e della propria autonomia di giudizio, anche nei confronti dei politici. Nella figura di Livatino – ha proseguito – troviamo la necessità di servire la giustizia e quindi di difendere la società, tentando di amare anche il colpevole che viene condannato”. Spicca, del magistrato agrigentino, una dimensione di amore straordinaria che si alimenta in una fede contemplativa, pura. Livatino – è stato ricordato – si reca sempre in chiesa prima in andare in tribunale. Se la chiesa è chiusa, fa la sua adorazione davanti al tempio.

Livatino era isolato, in Tribunale, come nella sua città natia, Canicattì. Ecco perché era divenuto un bersaglio facile per la malavita organizzata. “È ovvio – ha ribadito Don Cosimo Scordato – che il mafioso non può essere credente. La mafia è un peccato sociale, che sporca tutto ciò che tocca. Tanto più le comunità sono unite, tanto meno c’è il rischio di rimanere isolati e di essere colpiti. Queste persone – ha aggiunto il teologo – sono morte mentre stavano svolgendo la loro normale attività, ciascuna nel proprio ambito”, in un contesto che presenta una “stratificazione di illegalità e di malcostume in cui fare il proprio dovere può diventare motivo di martirio. La loro via è quella di Gesù Cristo, dalla quale non tornano indietro”.

Livatino, Spoto, Puglisi, sono figure che non possono lasciare indifferenti i cristiani. Ai credenti spetta il compito di farsi coinvolgere dal profumo di grazia che arriva da questi esempi e di raccoglierne il testimone. Qualsiasi sia il costo che questa scelta potrà comportare. “I modelli non vanno imitati, essi devono ispirarci, non possiamo ripetere quello che hanno fatto perché ognuno di noi deve fare il proprio percorso, perché anch’io possa trovarmi compagno di strada di queste persone – ha puntualizzato il presbitero e docente -. Tutti siamo potenzialmente dei martiri: ognuno di noi, in quanto battezzato, deve morire a qualcosa per fare risplendere la bellezza nuova di Cristo. Non si tratta di morire per Cristo ma con Cristo. Ogni cristiano può essere un martire se siamo con-sepolti e con-risorti con Lui”.

Il martirio, insomma, non è qualcosa di cui avere paura, ma il possibile compimento di una scelta di fedeltà alla parola di Dio: “I primi martiri – ha ricordato Padre Vincenzo Sorce – andavano incontro al martirio cantando. Se le nostre chiese di Sicilia sono feconde, allora vivono il Vangelo fino al martirio. In questo modo potranno avere un futuro, perché il martirio è segno di speranza e ci aiuta a capire che il Vangelo è martirio. Non ci può essere, infatti, Chiesa senza Vangelo”.

Già Tertulliano, del resto, nel II secolo d.C., diceva che “il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani”.

Parolin: nel XXI secolo una Chiesa di martiri

di Gianni Cardinale
www.avvenire.it

Nel ventesimo secolo «uomini e donne credenti sono morti offrendo la loro esistenza per amore dei più poveri e deboli». E ancora oggi, nel ventunesimo, «in diversi contesti tanti nostri fratelli e sorelle permangono oggetto di un odio anticristiano». Lo ha ricordato il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin presiedendo ieri sera a Roma la veglia di preghiera ecumenica promossa dalla Comunità di Sant’Egidio «in ricordo di quanti in questi ultimi anni hanno offerto la loro vita per il Vangelo».

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Ancora oggi, ha aggiunto poi il più stretto collaboratore del Papa, i cristiani «non vengono perseguitati perché a essi viene conteso un potere mondano, politico, economico o militare, ma propriamente perché sono testimoni tenaci di un’altra visione della vita, fatta di abbassamento, di servizio, di libertà, a partire dalla fede». Infatti «laddove l’odio sembrava inquinare tutta l’esistenza, essi hanno manifestato come “l’amore sia più forte della morte”». «Talvolta – ha poi sottolineato il segretario di Stato vaticano – è solo il nome di “cristiano” ad attirare l’odio, perché esso richiama la forza pacificante, umile, di cui essi sono portatori, come tanti volontari, laici o consacrati e consacrate, giovani e anziani, la cui vita è stata recisa mentre servivano generosamente la Chiesa e comunicavano l’entusiasmo della carità».

Dopo l’omelia, e prima della preghiera e benedizione finale, nell’antica Basilica di Trastevere sono stati evocati i nomi e i cognomi dei tanti testimoni della fede che hanno dato la vita per il Vangelo nell’ultimo secolo. Cattolici e non. I tanti fedeli presenti hanno fatto memoria del gesuita Franz Var Der Lugt ucciso a Homs il 7 aprile, di don Andrea Santoro, di monsignor Luigi Padovese e di Shahbaz Bhatti, ma anche dei protestanti Peter Asakina e Irianto Kongokoli. Dell’arcivescovo salvadoregno Oscar Arnulfo Romero e anche di sei fedeli evangelici uccisi sempre nel Salvador. Di Annalena Tonelli e suor Leonella Sgorbati, ma anche di pastori evangelici kenyani e nigeriani. Degli spagnoli uccisi in odio alla fede durante la Guerra civile, ma anche degli ortodossi come il patriarca russo Tichon. Per l’Italia, infine, sono state ricordate le figure di don Giuseppe Diana, del beato Pino Puglisi, di don Graziano Muntoni, di don Renzo Beretta, del giudice Rosario Livatino. E di don Lazzato Longobardi, ucciso a Sibari lo scorso 2 marzo.