Livatino, si pente uno dei killer

livatino autoLa richiesta di perdono di Gaetano Puzzangaro ci aiuta a comprendere la forza salvifica che alcuni uomini stanno toccando con mano in questo anno della Misericordia. Pentirsi e convertirsi, come urlato da Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi, dopo oltre 20 anni del gesto violento e crudele che fu l’assassinio del giudice Rosario Livatino, ci riporta all’immagine del Padre che accoglie il figlio e lo fa rientrare in casa. Questa richiesta di perdono ed il cammino di rinascita nella fede che lo ha prodotto non può che darci gioia e farci constatare che dopo il male ci si può sempre rialzare. La giustizia umana farà e ha fatto il suo corso, ma quella di Dio segue altri sentieri e il pentimento di Puzzangaro ne è la prova». Continue reading

I magistrati e la pressione del potere economico

Quote

“(…) Io ho letto la bella relazione che Rosario Livatino tenne nell’84 e ho apprezzato non solo la pacatezza del tono e il sorprendente equilibrio di quel giovane magistrato, ma anche e soprattutto l’intuizione rispetto a ciò che doveva ancora avvenire. La capacità di comprendere il rischio che la pressione del potere economico (non ancora globalizzato) poteva esercitare sull’attività della giurisdizione.

Qualche anno dopo, Giovanni Falcone, nella famosa intervista di Marcelle Padovani, parlava della potenziale globalizzazione dei fenomeni di carattere criminale. Entrambi i casi ci parlano di due intellettuali, e non semplicemente di due magistrati, che anche in ragione del lavoro che svolgono mostrano di avere uno sguardo più lungo di quello che spesso è esercitato da un funzionario pubblico. Io dico che voi avete questo privilegio: la possibilità di intuire, anche attraverso le patologie della società, quello che sta per avvenire (…)”.

Andrea Orlando, Ministro della Giustizia
Tratto dal discorso pronunciato al XXXII Congresso ANM – “Giustizia, economia, tutela dei diritti. Il ruolo del giudice nella società che cambia” (Bari, 24 ottobre 2015).

Palermo, ricordato Livatino magistrato di sorveglianza

Si è svolta stamattina, presso l’Aula Magna della Corte di Appello di Palermo, la seconda giornata del convegno “Carcere, Città e Giustizia nel quarantennale dell’Ordinamento penitenziario e nell’anno del verdetto di Strasburgo”, promosso dal Progetto europeo “Prison litigation work”, dal Coordinamento nazionale dei Magistrati di Sorveglianza (Conams), con il contributo di 25 associazioni. La due giorni di lavori è iniziata ieri al carcere Ucciardone ed è terminata nel pomeriggio di oggi a Palazzo Steri, dove si è tenuto un interessante convegno che ha visto la partecipazione di due giudici della Corte europea per i diritti umani.

Nel corso dell’incontro tenuto al Palazzo di Giustizia è stata rimarcata l’importanza della funzione della magistratura di sorveglianza, il cui ruolo viene spesso sottovalutato, come del resto lo è anche la funzione rieducativa del carcere. “Il magistrato di sorveglianza deve essere un ponte tra la città e il detenuto, aiutandolo a intessere relazioni sociali, che ne favoriscano il reinserimento”, ha sottolineato il coordinatore nazionale del Conams, Dott. Nicola Mazzamuto.

Secondo i relatori, la soluzione al problema carcerario non può arrivare dalla costruzione di nuove carceri, che spesso si rivelano scuole di specializzazione del crimine. I dati – si è detto – dimostrano che sono le misure alternative a fare diminuire i casi di recidiva. La recidiva, infatti, è del 68% per quei detenuti che finiscono di scontare la pena in carcere, si abbassa drasticamente al 19% quando termina la pena viene scontata con l’applicazione di misure alternative ed è appena dell’1% quando i detenuti vengono immessi nel circuito produttivo.

È anche vero, tuttavia, che non tutte le realtà italiane sono pronte a favorire l’inserimento dei detenuti. Se le città settentrionali offrono più spazi, al Sud e in Sicilia non può dirsi altrettanto. Fa eccezione Favignana, tra i cui confini si sperimenta un proficuo scambio cittadinanza-detenuti, che consente a questi ultimi di lavorare all’esterno. Nell’isola, quindi, c’è l’immigrato irregolare, che si prodiga fattivamente per gli anziani dell’isola, eseguendo per loro riparazioni e tutta una serie di lavori domestici, il quale ha beneficiato della liberazione condizionale. Ci sono, poi, i due detenuti in libertà condizionale, che hanno avviato una piccola azienda agricola ed emergono tutta una serie di esperienze che consentono di considerare i detenuti una risorsa per il territorio. “A Favignana sono stati intrapresi percorsi di reinserimento sociale altrove impossibili da attuare”, ha spiegato la Dott.ssa Chiara Vicini, magistrato di sorveglianza di Trapani, sottolineando come i detenuti siano dei favignanesi a tutti gli effetti.

Proprio a Favignana si trovò a lavorare un giovane Giovanni Falcone. Appena trentenne, il Giudice palermitano fu magistrato di sorveglianza a Palermo e a Trapani. Era l’8 ottobre 1976 e Falcone fu sequestrato nel carcere di Favignana da un anarchico, Vincenzo Oliva, che qui era detenuto assieme ad altri carcerati ritenuti particolarmente pericolosi. Il Giudice Falcone mostrò già in quella circostanza grande fermezza, nonostante fosse magistrato di prima nomina.

Oltre alla figura di Falcone, il Conams ha ricordato altre figure di magistrati che hanno incarnato la figura del magistrato ideale, per dedizione al lavoro e umanità nell’approccio con i detenuti.

Il Dott. Nicola Mazzamuto ha ricordato come Rosario Livatino fosse stato applicato diverse volte all’ufficio di sorveglianza di Agrigento. “Di lui – ha detto Mazzamuto – ricordo la forbitezza e la ricercatezza del linguaggio giuridico utilizzato nel corso di un’udienza alla quale partecipammo insieme. I suoi colleghi di quel periodo ne testimoniano ancora la gentilezza, la profonda attenzione agli altri, la spiccata galanteria, che ne faceva un gentiluomo d’altri tempi”. Per il Dott. Walter Carlisi, magistrato di sorveglianza al Tribunale di Agrigento, “Livatino ci ha lasciato una testimonianza di straordinaria modernità. Invito tutti – ha esortato – a rileggere la sua relazione sul ruolo del giudice nella società che cambia, nella quale, tra le altre cose, trattava il tema della responsabilità dei magistrati e già nel 1984 forniva una serie di soluzioni sul punto straordinariamente attuali. Ad Agrigento – ha aggiunto il magistrato – Livatino era alquanto isolato dal punto di vista istituzionale oltreché umano, isolamento che è pericoloso per tutti i servitori dello Stato con la ‘s’ maiuscola”.

Il giudice Pietro Scaglione è stato ricordato dal Prof. Antonio Scaglione, vicepresidente del Csm militare e docente dell’Università di Palermo, il quale ha tessuto un commosso profilo biografico del padre. L’uccisione di Scaglione, il primo magistrato ucciso da Cosa nostra, segnerà un punto di non ritorno nella strategia della criminalità mafiosa, tracciando una linea di sangue che non trova riscontro in nessun paese occidentale.

Settimana della Legalità in onore dei Giudici Saetta e Livatino

(ANSA) – CANICATTI’ (AGRIGENTO), 28 AGO – Si svolgerà anche quest’anno a Canicattì l’iniziativa la ”Settimana della Legalità Giudici Saetta Livatino”, organizzata dall’associazione d’impegno civico ed antimafia ”Tecnopolis” con la collaborazione dell’associazione culturale ”Amici del Giudice Livatino”. Per alcuni giorni tra settembre ed ottobre a Naro, Canicattì, Raffadali, Brolo e Messina, solo per citare alcune sedi, sarà ricordato il giudice Rosario Livatino ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990 mentre si stava recando al lavoro ad Agrigento con la propria auto e senza scorta. A Canicattì saranno ricordati anche il presidente Antonino Saetta ed il figlio Stefano uccisi in un agguato il 25 settembre 1988. Momento clou delle iniziative il convegno del 23 settembre a Canicattì dedicato ai Testimoni di giustizia che cercherà di fare il punto e proporre un miglioramento della legislazione con la partecipazioni di magistrati, sindacalisti, avvocati e studiosi. Per Rosario Livatino è in corso la fase introduttiva del processo diocesano di Canonizzazione. Giovanni Paolo II il 9 maggio 1993 lo definì ”Martire della Giustizia e, indirettamente, della Fede”. (ANSA).

Al via campi di lavoro di Libera nel ricordo di Livatino

(ANSA) – PALERMO, 26 LUG – Sono arrivati in trenta, da ogni regione d’Italia, ”per seminare giustizia ed estirpare l’illegalità, lavorando sui terreni confiscati alle mafie”, spiegano. Sono i volontari di Libera, ragazzi dai 18 ai 30 anni che hanno aderito alla campagna ‘E!state liberi’ e che oggi, in provincia di Agrigento, sono al lavoro in contrada Gibbesi, nel Comune di Naro (Ag), sui terreni confiscati alla famiglia mafiosa Guarneri, di Canicattì. Ad avviare la procedura di confisca era stato il giudice Rosario Livatino, ucciso il 21 settembre del 1990, proprio in contrada Gasena, mentre stava andando in tribunale, senza scorta.

Ospiti del bene di contrada Robadao, hanno ripulito il terreno ed espiantato un vecchio vigneto presente sui 54 ettari dei 300 confiscati in totale. Poi un momento di riflessione e ricordo di Livatino, proprio in contrada Gasena, con il contributo di chi lo ha conosciuto e continua a diffonderne la testimonianza, come i volontari delle associazioni di Canicattì ”Tecnopolis” e ”Amici del giudice Rosario Angelo Livatino”.

”Le testimonianze antimafia sui luoghi simbolo del territorio proseguono con altre tappe – spiega Salvo Ciulla, referente di Libera ad Agrigento – come il passaggio a Realmonte (Ag), alla scogliera bianca di Scala dei turchi liberata da un ecomostro esistente da 25 anni. Una battaglia portata avanti da Legambiente insieme alla quale faremo gemellaggi e formazione congiunta con i loro volontari nei prossimi campi di lavoro”.

Poi ancora una tappa alla Valle dei templi, per ricordare l’anatema contro la mafia lanciato nel maggio del 1993 da papa Wojtyla ”e che incontro’ privatamente i genitori del giudice Livatino – aggiunge Ciulla – un momento propedeutico alla riflessione sul processo di beatificazione in corso del giudice”. E un impegno concreto, nel solco di quel ”non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma credibili”, sostenuto dallo stesso Livatino. (ANSA)

(Articolo tratto da Ansa – Legalità)

MAFIA: SCARPINATO, SU SAETTA E LIVATINO CERCARE MANDANTI

(ANSA) – CALTANISSETTA, 9 OTT – Il procuratore generale di Caltanissetta, Roberto Scarpinato, e’ tornato a chiedere, nel corso di un convegno in tribunale, di fare luce sui ”responsabili morali” degli omicidi dei colleghi Antonino Saetta e Rosario Livatino. Nell’incontro organizzato dal Centro di formazione permanente della Corte d’appello nissena, Scarpinato ha ricordato che ”non sarebbe fare loro giustizia se dovessimo fermarci solo alla sintesi processuale delle sentenze in cui sono indicati gli esecutori materiali e i mandanti mafiosi”. Per Scarpinato ”gli omicidi hanno visto un coinvolgimento piu’ ampio”, anche all’interno delle istituzioni e della magistratura. Saetta, insieme al figlio Stefano, e’ stato ucciso il 25 settembre 1988; Livatino il 21 settembre 1990. (ANSA).

I boss dovranno risarcire il Comune di Agrigento per danno d’immagine

Storica sentenza della Corte di Cassazione nel giorno del compleanno del giudice Rosario Livatino

AGRIGENTO – I boss mafiosi dovranno risarcire il comune di Agrigento per danno d’immagine. Lo ha deciso la Corte di Cassazione che ha condannato in via definitiva sette esponenti di spicco di Cosa nostra, tra cui l’ex reggente provinciale Giuseppe Falsone.  Nei processi in cui si è divisa l’operazione ”Camaleonte” il Comune, che si era costituito parte civile, ha già ottenuto complessivamente una provvisionale di quasi 100 mila euro, su un danno richiesto di 2,5 milioni che andrà liquidato in sede civile.
DANNO ESISTENZIALE. Secondo i Supremi giudici l’attività criminale ha avuto la conseguenza di estromettere, marginalizzare le attività sane e legali presenti nel territorio e ha anche impedito che nuove attività, proposte da imprenditori ”esterni”, potessero insediarsi e svilupparsi. Ciò con evidenti e conseguenti ricadute drammatiche sull’economia. In questo senso è stata riconosciuta, sia al Comune di Agrigento sia ai suoi cittadini la sussistenza di un danno esistenziale, ma ha anche riconosciuto il danno al Comune in quanto tale leso nella sua immagine, credibilità e prestigio.
SINDACO AGRIGENTO, “STORICA SENTENZA”. ”La sentenza della Cassazione, che riabilita l’immagine di Agrigento – ha commentato il sindaco Marco Zambuto – , premia la scelta del Comune di schierarsi a difesa dell’integrità della sua gente”. ”Con il riconoscimento del danno esistenziale – ha proseguito Zambuto – ci viene offerta una possibilità per riscattarci dai gravi danni che la mafia ha procurato al nostro territorio e alle sue attività imprenditoriali pulite, condizionando non soltanto il passato ma anche il nostro futuro”. Zambuto ha sottolineato anche una coincidenza: ”E’ emblematico che la notizia arrivi proprio nel giorno in cui si ricorda il 60esimo compleanno del giudice Rosario Livatino”.

(articolo tratto da www.tg1.rai.it/)