Il killer di Livatino: «Chiedo perdono in ginocchio»

“Giudice ragazzino” lo definì il presidente Cossiga, e non voleva assolutamente essere un complimento, tanto che dopo fu costretto a smentire di averlo detto riferendosi a lui. Mentre di “piccolo giudice” parlò una delle sue insegnanti, riferendosi però solo alla statura fisica minuta. Quella morale, d’altra parte, era fuori discussione. Perché il giudice Rosario Livatino, militante di Azione Cattolica, entrato a ventisei anni, nell’estate del 1978, in magistratura fino a ricoprire il ruolo di pm ad Agrigento, fu ucciso dalla mafia a 37 anni. L’agguato risale al 21 settembre 1990 e porta la firma di un commando di «stiddari», un’organizzazione mafiosa dissidente. Livatino sta andando a lavoro in macchina ad Agrigento, senza scorta, sulla statale 640 quando lo rincorrono per la scarpata lungo la quale si dà alla fuga, uccidendolo con sei colpi mortali e quello di lupara finale. Grazie ad una testimonianza oculare, in pochissimo tempo, mandanti ed esecutori vengono identificati, arrestati e condannati all’ergastolo. Tra gli assassini c’era anche Gaetano Puzzangaro, di Palma di Montechiaro, che diede il colpo di grazia al magistrato, mentre lui chiedeva «Che vi ho fatto, che vi ho fatto?».

A distanza di 26 anni, un altro dei killer di Livatino, Domenico Pace, che faceva il pastore e all’epoca aveva 23 anni, ora chiede perdono a papa Francesco al quale ha scritto una lettera dal carcere di Sulmona dove sta scontando l’ergastolo.  «Livatino», scrive Pace, «mi tiene compagnia, non mi lascia solo» e rivolge un pensiero anche ai suoi genitori, entrambi molto anziani e morti negli anni scorsi: «Quando erano in vita ho pensato tante volte di chiedere loro perdono, ma non sono riuscito a farlo. Oggi ho pensato al passato, confrontandomi con me stesso e guardandomi dentro. Mi sono guardato con la lente d’ingrandimento per cercare tutti i chiaroscuri del mio animo. Ho provato dolore, tanto dolore, poi, inaspettatamente, ho provato un poco di serenità». E adesso, scrive ancora, «mi sono sentito meglio. Mi sono così liberato dal peso più grande della mia esistenza. Vi chiedo perdono in ginocchio e strisciando ai vostri piedi. Se lo farete, mi avrete liberato dal resto del peso».

Nella lettera Pace utilizza le parole di Gesù: «Perdona il fratello che ha sbagliato settanta volte sette». La lettera è stata inviata alla Fondazione Livatino e  anche al cugino del magistrato ucciso, don Giuseppe Livatino, arciprete di Raffadali, postulatore della causa di beatificazione del giudice aperta nel 2011 dal vescovo di Agrigento, Carmelo Ferraro. «Credo che questa richiesta di perdono», ha detto don Giuseppe Livatino, «vada accolta nella sua profondità e nella sua valenza. Può essere un forte segnale, un invito pressante alla conversione dei cuori di quanti hanno commesso orrendi delitti».

Il luogo dell'agguato e la foto del giudice Livatino

 

La cognata: «Domenico non c’entra nulla con il delitto»

A ridimensionare e precisare il tono della missiva indirizzata al Pontefice è intervenuta Giusy Tornambè, cognata e tutore di Domenico Pace, affermando che non si tratta di una richiesta di benefici o sconti di pena perché, a suo dire, Pace non c’entra nulla con il delitto Livatino: «Smentisco», ha affermato, «che mio cognato abbia detto di aver ucciso il giudice Rosario Livatino. Domenico sta facendo un percorso spirituale all’interno del carcere di Sulmona dove sta scontando una condanna all’ergastolo ostativo. Ha scritto al Papa in occasione dell’anno della misericordia nel quale il Pontefice ha lanciato un appello ai detenuti a convertirsi. Il suo è un percorso spirituale, non chiede sconti di pena o benefici. Domenico chiede perdono morale, il suo non è un pentimento giudiziario». E aggiunge: «Mio cognato si è proclamato innocente è stato condannato al carcere a vita, ma il suo percorso giudiziario sarà discusso e giudicato in altre sedi. Non ha mai chiesto niente, né benefici, né sconti di pena». Perché non chiedere allora perdono quando erano ancora in vita i genitori del giudice Livatino? «Appunto, Domenico aveva 23 anni quando è stato condannato, perché dovrebbe parlare ora che ne ha 48? È stato 26 anni in carcere, con tutto il rispetto per il dolore della famiglia Livatino che comprendo, essendo anche io mamma, mio cognato non c’entra niente con quell’omicidio e per quello non ha nulla da farsi perdonare. Ma forse qualcosa da Dio sì, perché scagli la prima pietra chi non ha peccato». Pace, infine, ha rivelato la donna, «sta scrivendo un libro sulla sua esperienza in carcere, dovrebbe uscire tra un anno, ma al momento non posso aggiungere altro. Adesso aspettiamo la risposta del Pontefice, speriamo in questo incontro».

(tratto da Famiglia Cristiana)