“Diritti e le frontiere: il fenomeno migratorio, la tratta di esseri umani, la tutela della persona, il diritto di asilo e il riconoscimento dello status di rifugiato”

La Scuola Superiore della Magistratura e l’Associazione Nazionale Magistrati organizzano di un corso di formazione sul fenomeno migratorio, in memoria del Giudice Rosario Livatino. L’evento è in programma i prossimi 25 e 26 settembre presso il Tribunale di Agrigento (aula Rosario Livatino)

Il corso analizzerà il fenomeno migratorio negli aspetti di interesse per la giurisdizione. In particolare, con riferimento alla giustizia penale, si soffermerà sulla nuova disciplina della tratta degli esseri umani (d.lgs. n. 24 del 2014); riguardo alla giustizia civile, sulle problematiche processuali del diritto di asilo e dello status di rifugiato, nonché sui poteri istruttori del giudice e sulle relative fonti informative.

La locandina con il programma del corso

Minacce alla Coop intitolata a Livatino

Tre intimidazioni in nove giorni. E, se non bastasse, la scoperta di ostacoli burocratici. È quanto sta accadendo in queste settimane alla cooperativa “Rosario Livatino” che gestisce e coltiva terreni confiscati alla mafia nell’agrigentino, su alcuni dei quali indagava il magistrato ucciso 25 anni fa. «Ma noi non ci arrendiamo – afferma il presidente della cooperativa Giovanni Lo Iacono – perché vogliamo agire necessariamente per la giustizia, a qualunque costo, anche per la grande responsabilità di portare il nome di Livatino, per noi è un onore». Una storia recente la loro, ma già piena di molti ostacoli (…)

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Rosario Livatino, 25 anni fa l’omicidio del “giudice ragazzino”

Venticinque anni fa la mafia uccideva il magistrato Rosario Livatino. Aveva 38 anni. Per ricordarlo a Canicattì, città del magistrato, le associazioni d’impegno civico ed antimafia Tecnopolis ed «Amici del Giudice Rosario Angelo Livatino» assieme all’omonimo ufficio di Postulazione con l’amministrazione comunale di Canicattì hanno organizzato una serie di appuntamenti.
Per questa mattina alle 10,30 a Canicattì è previsto il raduno in piazza Dante – S. Domenico per raggiungere in corteo la chiesa Madre dove si svolgerà una solenne concelebrazione. Il corteo sarà guidato da don Luigi Ciotti. Alle 11 in chiesa Madre la funzione religiosa presieduta dal cardinale Francesco Montenegro Arcivescovo di Agrigento. Lo stesso che ha avviato il 21 settembre 2011 il processo diocesano di Canonizzazione per Livatino. Sempre lunedì, alle 12,30, alle porte di Agrigento lungo il vecchio tracciato della SS 640 in contrada Gasena saranno deposte corone di fiori sotto la stele fatta erigere sul luogo dell’agguato dai genitori del magistrato.

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“Rosario Livatino: Diritto, Etica e Fede”. Il ricordo del Consiglio Superiore della Magistratura

Rosario Livatino avrebbe compiuto tra qualche giorno 63 anni, se non fosse stato barbaramente ucciso appena trentasettenne. Sarebbe ancora un magistrato nel pieno dell’attività e il suo enorme valore umano, professionale e culturale, che sin da giovanissima età aveva ampiamente dimostrato sul campo, gli avrebbe consentito di fornire un preziosissimo contributo alla lotta alla mafia; con ogni probabilità avrebbe assunto funzioni di alta responsabilità al servizio della giustizia in Sicilia e in Italia.

Gli assassinii di magistrati per mano delle mafie hanno non solo privato del bene supremo della vita molti tra i migliori giudici italiani, ma hanno sottratto alla giustizia e all’apparato di contrasto alla criminalità organizzata energie professionali e morali insostituibili.

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La casa di Rosario Livatino sottoposta a vincolo storico-culturale

CANICATTÌ – L’assessorato regionale ai Beni Culturali ha decretato il vincolo storico-culturale dell’immobile in cui visse a Canicattì (AG) il giudice Rosario Livatino, ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990. La soprintendenza di Agrigento aveva compiuto una istruttoria su richiesta dell’associazione d’impegno civico ed antimafia “Tecnopolis” e dell’associazione “Amici del Giudice Rosario Livatino” di Canicattì. (ANSA).

(fonte: LiveSicilia.it)

Livatino, Puglisi e Spoto: l’omaggio di Padre Sorce ai tre martiri siciliani

La presentazione del libro di Padre Vincenzo Sorce

L’ultima opera di Padre Vincenzo Sorce è un atto d’amore verso la Chiesa siciliana e in particolare verso le chiese di Palermo e di Agrigento, “madri feconde di martiri”. Si intitola “Quando la mia terra si tinge di sangue. Francesco Spoto, Rosario Livatino, Pino Puglisi” l’omaggio che il presbitero ha dedicato a questi alti testimoni della fede, volendo riflettere sul martirio come “dimensione costitutiva della vita cristiana”.

Padre Sorce, sacerdote originario di Serradifalco, nel Nisseno, già docente della Facoltà Teologica di Sicilia, è fondatore e presidente dell’Associazione “Casa Famiglia Rosetta”, presente, non solo in Sicilia e nel resto d’Italia, ma anche all’estero. Come missionario in terre deturpate dalla sofferenza e dalla povertà, si conforta quotidianamente con i fatti di Vangelo, portando Gesù tra i poveri del mondo. Vista la biografia del sacerdote, la sua opera va letta alla luce di una particolare sintonia, materiale e spirituale, con i tre martiri siciliani.

Il Beato Francesco Spoto, religioso originario di Raffadali, succede a trentacinque anni al Beato Giacomo Cusmano, come superiore della Congregazione dei Servi dei Poveri. Viene ucciso appena quarantenne in Congo e dichiarato beato nel 2007. A distanza di cinque anni viene beatificato un altro martire siciliano, Padre Pino Puglisi, morto anch’egli di troppo amore per il gregge che il Signore gli aveva affidato. Il suo sacrificio non è stato invano: “I preti martiri generano preti: così guardiamo alle vocazioni generate dal martirio di Padre Puglisi”, ha sottolineato il sacerdote nisseno in occasione della presentazione palermitana del libro, organizzata, non a caso, dal Seminario arcivescovile di Palermo. All’appuntamento era presente anche Don Cosimo Scordato, parroco di frontiera e insegnante presso la Facoltà teologica che ha sede nel capoluogo dell’Isola.

“Di Livatino – ha detto il presbitero palermitano – emerge il profilo di un magistrato con le idee molto chiare sul ruolo del magistrato. Il magistrato rilegge il ruolo del giudice nella società con l’idea che questo non possa deflettere mai dall’imparzialità e della propria autonomia di giudizio, anche nei confronti dei politici. Nella figura di Livatino – ha proseguito – troviamo la necessità di servire la giustizia e quindi di difendere la società, tentando di amare anche il colpevole che viene condannato”. Spicca, del magistrato agrigentino, una dimensione di amore straordinaria che si alimenta in una fede contemplativa, pura. Livatino – è stato ricordato – si reca sempre in chiesa prima in andare in tribunale. Se la chiesa è chiusa, fa la sua adorazione davanti al tempio.

Livatino era isolato, in Tribunale, come nella sua città natia, Canicattì. Ecco perché era divenuto un bersaglio facile per la malavita organizzata. “È ovvio – ha ribadito Don Cosimo Scordato – che il mafioso non può essere credente. La mafia è un peccato sociale, che sporca tutto ciò che tocca. Tanto più le comunità sono unite, tanto meno c’è il rischio di rimanere isolati e di essere colpiti. Queste persone – ha aggiunto il teologo – sono morte mentre stavano svolgendo la loro normale attività, ciascuna nel proprio ambito”, in un contesto che presenta una “stratificazione di illegalità e di malcostume in cui fare il proprio dovere può diventare motivo di martirio. La loro via è quella di Gesù Cristo, dalla quale non tornano indietro”.

Livatino, Spoto, Puglisi, sono figure che non possono lasciare indifferenti i cristiani. Ai credenti spetta il compito di farsi coinvolgere dal profumo di grazia che arriva da questi esempi e di raccoglierne il testimone. Qualsiasi sia il costo che questa scelta potrà comportare. “I modelli non vanno imitati, essi devono ispirarci, non possiamo ripetere quello che hanno fatto perché ognuno di noi deve fare il proprio percorso, perché anch’io possa trovarmi compagno di strada di queste persone – ha puntualizzato il presbitero e docente -. Tutti siamo potenzialmente dei martiri: ognuno di noi, in quanto battezzato, deve morire a qualcosa per fare risplendere la bellezza nuova di Cristo. Non si tratta di morire per Cristo ma con Cristo. Ogni cristiano può essere un martire se siamo con-sepolti e con-risorti con Lui”.

Il martirio, insomma, non è qualcosa di cui avere paura, ma il possibile compimento di una scelta di fedeltà alla parola di Dio: “I primi martiri – ha ricordato Padre Vincenzo Sorce – andavano incontro al martirio cantando. Se le nostre chiese di Sicilia sono feconde, allora vivono il Vangelo fino al martirio. In questo modo potranno avere un futuro, perché il martirio è segno di speranza e ci aiuta a capire che il Vangelo è martirio. Non ci può essere, infatti, Chiesa senza Vangelo”.

Già Tertulliano, del resto, nel II secolo d.C., diceva che “il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani”.

Caltanissetta, intitolata ai Giudici Livatino e Saetta aula magna Palazzo di Giustizia

livatino caltanissetta

CALTANISSETTA – Si è svolta stamattina la cerimonia di intitolazione dell’aula magna del Palazzo di Giustizia ai Giudici Rosario Angelo Livatino e Antonino Saetta, entrambi originari di Canicattì e uccisi dalla mafia a causa delle loro impegno contro la malavita organizzata e la corruzione. All’appuntamento era presente, tra gli altri, il ministro dell’Interno Angelino Alfano, che ha detto: «I boss capiranno che la loro stagione è finita. Abbiamo la forza per farcela. A nessuno di noi deve mancare il coraggio per continuare la loro strada». «Quel sangue versato sulle strade siciliane – ha aggiunto Alfano – non può essere stato invano. Lo Stato ha fatto passi avanti, non a gratis ma con il prezzo pagato da uomini come Saetta e Livatino, che sono stati servitori dello Stato. La loro morte ha dato coraggio ad altri uomini. Quel sangue è servito a dare coraggio allo Stato».
«Non abbiamo finito di fare i conti con la mafia – ha proseguito – ma abbiamo impedito che la mafia si riorganizzasse. Dobbiamo fare squadra dove ognuno deve giocare per vincere. Se c’è qualcuno colluso con la mafia, la squadra diventa debole».
«I mafiosi sono dei ladri, criminali, assassini. Sono dei ladri perché ci hanno tolto parole come onore, rispetto, dignità e famiglia. La missione educativa della scuola è essenziale per riprenderci le nostre parole. L’altro ieri a Palermo ho provato gioia – ha concluso il ministro – quando il covo di Riina è stato consegnato ai Carabinieri e la sua camera da letto è diventata l’ufficio del comandante».

(foto tratta dal sito istituzionale del Ministero dell’Interno)

Palermo, ricordato Livatino magistrato di sorveglianza

Si è svolta stamattina, presso l’Aula Magna della Corte di Appello di Palermo, la seconda giornata del convegno “Carcere, Città e Giustizia nel quarantennale dell’Ordinamento penitenziario e nell’anno del verdetto di Strasburgo”, promosso dal Progetto europeo “Prison litigation work”, dal Coordinamento nazionale dei Magistrati di Sorveglianza (Conams), con il contributo di 25 associazioni. La due giorni di lavori è iniziata ieri al carcere Ucciardone ed è terminata nel pomeriggio di oggi a Palazzo Steri, dove si è tenuto un interessante convegno che ha visto la partecipazione di due giudici della Corte europea per i diritti umani.

Nel corso dell’incontro tenuto al Palazzo di Giustizia è stata rimarcata l’importanza della funzione della magistratura di sorveglianza, il cui ruolo viene spesso sottovalutato, come del resto lo è anche la funzione rieducativa del carcere. “Il magistrato di sorveglianza deve essere un ponte tra la città e il detenuto, aiutandolo a intessere relazioni sociali, che ne favoriscano il reinserimento”, ha sottolineato il coordinatore nazionale del Conams, Dott. Nicola Mazzamuto.

Secondo i relatori, la soluzione al problema carcerario non può arrivare dalla costruzione di nuove carceri, che spesso si rivelano scuole di specializzazione del crimine. I dati – si è detto – dimostrano che sono le misure alternative a fare diminuire i casi di recidiva. La recidiva, infatti, è del 68% per quei detenuti che finiscono di scontare la pena in carcere, si abbassa drasticamente al 19% quando termina la pena viene scontata con l’applicazione di misure alternative ed è appena dell’1% quando i detenuti vengono immessi nel circuito produttivo.

È anche vero, tuttavia, che non tutte le realtà italiane sono pronte a favorire l’inserimento dei detenuti. Se le città settentrionali offrono più spazi, al Sud e in Sicilia non può dirsi altrettanto. Fa eccezione Favignana, tra i cui confini si sperimenta un proficuo scambio cittadinanza-detenuti, che consente a questi ultimi di lavorare all’esterno. Nell’isola, quindi, c’è l’immigrato irregolare, che si prodiga fattivamente per gli anziani dell’isola, eseguendo per loro riparazioni e tutta una serie di lavori domestici, il quale ha beneficiato della liberazione condizionale. Ci sono, poi, i due detenuti in libertà condizionale, che hanno avviato una piccola azienda agricola ed emergono tutta una serie di esperienze che consentono di considerare i detenuti una risorsa per il territorio. “A Favignana sono stati intrapresi percorsi di reinserimento sociale altrove impossibili da attuare”, ha spiegato la Dott.ssa Chiara Vicini, magistrato di sorveglianza di Trapani, sottolineando come i detenuti siano dei favignanesi a tutti gli effetti.

Proprio a Favignana si trovò a lavorare un giovane Giovanni Falcone. Appena trentenne, il Giudice palermitano fu magistrato di sorveglianza a Palermo e a Trapani. Era l’8 ottobre 1976 e Falcone fu sequestrato nel carcere di Favignana da un anarchico, Vincenzo Oliva, che qui era detenuto assieme ad altri carcerati ritenuti particolarmente pericolosi. Il Giudice Falcone mostrò già in quella circostanza grande fermezza, nonostante fosse magistrato di prima nomina.

Oltre alla figura di Falcone, il Conams ha ricordato altre figure di magistrati che hanno incarnato la figura del magistrato ideale, per dedizione al lavoro e umanità nell’approccio con i detenuti.

Il Dott. Nicola Mazzamuto ha ricordato come Rosario Livatino fosse stato applicato diverse volte all’ufficio di sorveglianza di Agrigento. “Di lui – ha detto Mazzamuto – ricordo la forbitezza e la ricercatezza del linguaggio giuridico utilizzato nel corso di un’udienza alla quale partecipammo insieme. I suoi colleghi di quel periodo ne testimoniano ancora la gentilezza, la profonda attenzione agli altri, la spiccata galanteria, che ne faceva un gentiluomo d’altri tempi”. Per il Dott. Walter Carlisi, magistrato di sorveglianza al Tribunale di Agrigento, “Livatino ci ha lasciato una testimonianza di straordinaria modernità. Invito tutti – ha esortato – a rileggere la sua relazione sul ruolo del giudice nella società che cambia, nella quale, tra le altre cose, trattava il tema della responsabilità dei magistrati e già nel 1984 forniva una serie di soluzioni sul punto straordinariamente attuali. Ad Agrigento – ha aggiunto il magistrato – Livatino era alquanto isolato dal punto di vista istituzionale oltreché umano, isolamento che è pericoloso per tutti i servitori dello Stato con la ‘s’ maiuscola”.

Il giudice Pietro Scaglione è stato ricordato dal Prof. Antonio Scaglione, vicepresidente del Csm militare e docente dell’Università di Palermo, il quale ha tessuto un commosso profilo biografico del padre. L’uccisione di Scaglione, il primo magistrato ucciso da Cosa nostra, segnerà un punto di non ritorno nella strategia della criminalità mafiosa, tracciando una linea di sangue che non trova riscontro in nessun paese occidentale.