Il “giudice ragazzino” maestro di vocazioni

L’iniziativa regionale dal 25 al 27 agosto. Il vescovo di Trapani: ha realizzato il binomio di giustizia e misericordia. Come lui siamo chiamati a esercitare il criterio di discernimento

«Rosario Livatino cercava il massimo della giustizia come atto di amore, con la convinzione che se veramente è giustizia è anche amore e se è veramente amore è ricerca di giustizia vera». E in questo il giovane magistrato ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990 «è un piccolo grande maestro e tutto questo lo deriva dal Vangelo altrimenti sarebbe stato un normale e grigio vergatore di carte e invece ha sempre cercato la verità partendo dal rispetto della persona fatta a immagine e somiglianza di Dio». Così il vescovo di Trapani, Pietro Maria Fragnelli, delegato per le vocazioni della Conferenza episcopale siciliana, spiega le decisione di dedicare alla figura del “giudice ragazzino” il 4° Percorso per animatori vocazionali che si terrà dal 25 al 27 agosto ad Agrigento. «Non possiamo – aggiunge – parlare di vocazioni in un modo stantio e ripetitivo come alcune volte è stato fatto, ma dobbiamo allargare la riflessione, non solo teorica ma testimoniale, sul fatto che ci sono degli uomini che hanno vissuto radicalmente la loro identità di battezzati nella storia e nelle piaghe della società».

Livatino è una figura che può essere collegata anche al Giubileo?

Davvero questo “giudice ragazzino” è un sogno realizzato del binomio giustizia e misericordia, perché da un lato è stato inflessibile nella ricerca della giustizia senza cedere a nessuna forma di compromesso e di condizionamento, e dall’altro lato è stato finemente attento a ogni persona, qualunque fosse la sua condizione di offensoreo di offeso.

Si può parlare per lui di una sorta di vocazione?

È il lavoro la sua vocazione, fede come istanza che vivifica l’attività del laico cristiano nella sua vita quotidiana. Lui non si è mai pensato né come uomo disagrestia, per carità, ma neanche come uno che deve testimoniare la sua fede col calendario liturgico alla mano. Livatino va ad attingere l’alimento spirituale dall’Eucaristia, quando può quotidiana, ma in questo rapporto personale col Signore non è autoreferenziale. È profondamente ecclesiale ma di un’ecclesialità che si vive nelle pieghe dell’umanesimo quotidiano, che lo impegnava nel rendere giustizia al fratello e questo è dare lode al Signore e realizzare se stesso. Non aveva bisogno di supplementi esteriori, di mettersi addosso delle etichette di cristianoper esserlo.

Livatino ha fortissima la responsabilitàdi dover giudicare.

È paradossale ma la nostra è un’epoca che ha rinunciato per certi versi a giudicare. Siamo tutti plasmati dal giudizio della televisione, della grande stampa. Riproporre Livatino significa anche riproporre questa capacità di giudizio che ogni persona dovrebbe avere a cominciare dall’amministrazione della giustizia che non può essere un generico passar carte per poi far prevalere chi ne ha prodotte di più. Siamo chiamati, e questo è l’aspetto propositivo che vogliamo indicare nella figura di Livatino, a tornare ad esercitare fino in fondo il criterio del discernimento, se è bene o se è male quello che facciamo.

La figura di Livatino si incrocia con quella di Giovanni Paolo II, che prima della famosa “invettiva” di Agrigento aveva incontrato i genitori.

Quell’incontro è una sorta di spartiacque nel rapporto tra fede e giustizia, una nuova presa di coscienza della Chiesa. Il Papa con quel grido ha voluto denunciare tutto ciò che calpesta la dignità umana e cristiana e ci ha aiutato a ricordare come il mondo del diritto ha dei credenti che hanno pagato conla vita la loro fedeltà al Vangelo: Vittorio Bachelet, Aldo Moro e tante altre figure meno conosciute. Forse per questo Livatino ci ha sorpresi un po’ più tutti perché era un oscuro piccolo giudice di provincia, ma credo che man mano che andrà avanti il processo di beatificazione sempre più lo avvertiremo come un segno importante. Anche oggi sembra che il potere e la forza abbiano il diritto di tappare la bocca ai giudici. Ma se non sono liberi i giudici non è libero nessuno. Se hanno uccisoun “giudice ragazzino” vuol dire che tutti siamo nel mirino della mafia o di chi vuol difendere i propri interessi. I grandi santi hanno vissuto quotidianamente il Vangelo dell’amore e la denuncia del culto del denaro e del potere per se stesso. Per questo la tessitura ordinaria, illuminata dalla “luce verticale” del giudice Livatino, aiuterà i giovani a dire dei “no” importanti e a trovare la loro vocazione, camminando su vie nuove e di speranza.

(tratto da Avvenire del 13 agosto 2016)

Animatori vocazionali sulle orme del giudice Rosario Livatino

“Vocazioni e santità: io sono una missione”. E’ il titolo della quarta edizione del percorso per animatori vocazionali sulle orme del giudice Rosario Livatino, proposto dal centro regionale per le vocazioni dal 25 al 27 agosto 2016 ad Agrigento.

“Il nostro percorso vive una sua tappa fondamentale – dice monsignor Pietro Maria Fragnelli, vescovo di Trapani e delegato Cesi per le vocazioni – quella del confronto con gli ideali, i segni, i progetti, la responsabilità, la profezia, l’esempio di vita, il sacrificio, il martirio, dunque il senso e vangelo del giudice Rosario Livatino”. È, infatti, la sua la testimonianza che accompagnerà presbiteri, diaconi, consacrati e consacrate, seminaristi e novizi, coppie di sposi, giovani, educatori e catechisti verso l’obiettivo di “formare alla cultura vocazionale color che sono preposti, nei propri ambienti, alla promozione delle vocazioni e all’accompagnamento spirituale”.

Il percorso animatori vocazionali si aprirà giovedì 25 agosto, alle 10 presso l’hotel Akrabello, al Villaggio Mosè. Il primo giorno è previsto l’intervento del vescovo di Noto, monsignor Antonio Staglianò, su “Vocazioni e santità: io sono una missione. Quale antropologia vocazionale?”. Nel corso della tre giorni sono previsti gli interventi: di don Salvatore Panzarella, biblista e parroco, presso la diocesi di Cefalù, su “Alzati, va’: la conversione di Giona alla missione”; di Laura Vaccaro, magistrato, su “Semina martyrii… Dall’esempio e dal sacrificio dei martiri di giustizia, quale speranza per la gente di Sicilia”; del giornalista Stefano Mistretta e di don Giuseppe Livatino, postulatore, su “Allo stesso modo di Geremia: giovane, profeta, martire. La testimonianza di Rosario Livatino”; di Cettina Militello, della Pontificia facoltà teologica Marianum, su “La vocazione tra profezia e martirio”. Ogni giorno è prevista l’Application artistic, musical o movie di don Marco Catalano, direttore dell’Cdv della diocesi di Acireale.

Venerdì 26 agosto i lavori si sposteranno a Canicattì, città natale del giudice Rosario Livatino, dove sarà possibile anche visitare la casa del servo di Dio e sostare a pregare sulla sua tomba.

Intanto, il 19 agosto, alle 21, al teatro Costabianca di Realmonte, si terrà una serata in ricordo del giudice Rosario Livatino e di tutte le vittime per vili mani mafiose, organizzata dal Comune di Realmonte in collaborazione con l’università degli studi di Palermo.

L’iniziativa sviluppa i temi del martirio, del sacrificio e della gratitudine, nelle forme di una sacra rappresentazione teatrale.

(articolo tratti da Agrigento Notizie)