Livatino, vita, morte e presunto miracolo di un giudice

A distanza di venticinque anni, i particolari conservano ancora la loro potenza: la riga precisa dei capelli, la postura fiscale di un corpo alto appena un metro e sessanta, il nodo impeccabile della cravatta, la scrivania oberata di fascicoli processuali, impilati tra il Vangelo e il crocifisso. E poi il lunotto frantumato di una Ford Fiesta colore amaranto sul ciglio della statale che collega Canicattì ad Agrigento, una scarpata senza alberi, un lenzuolo bianco tra le sterpaglie e la polvere.

Particolari di un’esistenza – quella del magistrato canicattinese ucciso dalla Stidda il 21 settembre 1990 – raccolti assieme a quelli meno noti ma anche inediti nella biografia scritta dal giornalista e scrittore Roberto Mistretta che le edizioni San Paolo hanno dato alle stampe con il titolo di “Rosario Livatino. L’uomo, il giudice, il credente”.

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Livatino, uomo e giudice sulla via della beatificazione

Un predestinato strappato indegnamente alla vita dalla “stidda” agrigentina, l’organizzazione mafiosa che contende a Cosa nostra il controllo di quella provincia. Rosario Livatino, il giudice siciliano ucciso ad appena 38 anni in un agguato mafioso la mattina del 21 settembre ‘90 sul viadotto Gasena lungo la Ss 640 Agrigento-Caltanissetta mentre – come sempre senza scorta e con la sua Ford Fiesta amaranto – si recava in Tribunale, un predestinato lo era davvero.

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