Livatino, Puglisi e Spoto: l’omaggio di Padre Sorce ai tre martiri siciliani

La presentazione del libro di Padre Vincenzo Sorce

L’ultima opera di Padre Vincenzo Sorce è un atto d’amore verso la Chiesa siciliana e in particolare verso le chiese di Palermo e di Agrigento, “madri feconde di martiri”. Si intitola “Quando la mia terra si tinge di sangue. Francesco Spoto, Rosario Livatino, Pino Puglisi” l’omaggio che il presbitero ha dedicato a questi alti testimoni della fede, volendo riflettere sul martirio come “dimensione costitutiva della vita cristiana”.

Padre Sorce, sacerdote originario di Serradifalco, nel Nisseno, già docente della Facoltà Teologica di Sicilia, è fondatore e presidente dell’Associazione “Casa Famiglia Rosetta”, presente, non solo in Sicilia e nel resto d’Italia, ma anche all’estero. Come missionario in terre deturpate dalla sofferenza e dalla povertà, si conforta quotidianamente con i fatti di Vangelo, portando Gesù tra i poveri del mondo. Vista la biografia del sacerdote, la sua opera va letta alla luce di una particolare sintonia, materiale e spirituale, con i tre martiri siciliani.

Il Beato Francesco Spoto, religioso originario di Raffadali, succede a trentacinque anni al Beato Giacomo Cusmano, come superiore della Congregazione dei Servi dei Poveri. Viene ucciso appena quarantenne in Congo e dichiarato beato nel 2007. A distanza di cinque anni viene beatificato un altro martire siciliano, Padre Pino Puglisi, morto anch’egli di troppo amore per il gregge che il Signore gli aveva affidato. Il suo sacrificio non è stato invano: “I preti martiri generano preti: così guardiamo alle vocazioni generate dal martirio di Padre Puglisi”, ha sottolineato il sacerdote nisseno in occasione della presentazione palermitana del libro, organizzata, non a caso, dal Seminario arcivescovile di Palermo. All’appuntamento era presente anche Don Cosimo Scordato, parroco di frontiera e insegnante presso la Facoltà teologica che ha sede nel capoluogo dell’Isola.

“Di Livatino – ha detto il presbitero palermitano – emerge il profilo di un magistrato con le idee molto chiare sul ruolo del magistrato. Il magistrato rilegge il ruolo del giudice nella società con l’idea che questo non possa deflettere mai dall’imparzialità e della propria autonomia di giudizio, anche nei confronti dei politici. Nella figura di Livatino – ha proseguito – troviamo la necessità di servire la giustizia e quindi di difendere la società, tentando di amare anche il colpevole che viene condannato”. Spicca, del magistrato agrigentino, una dimensione di amore straordinaria che si alimenta in una fede contemplativa, pura. Livatino – è stato ricordato – si reca sempre in chiesa prima in andare in tribunale. Se la chiesa è chiusa, fa la sua adorazione davanti al tempio.

Livatino era isolato, in Tribunale, come nella sua città natia, Canicattì. Ecco perché era divenuto un bersaglio facile per la malavita organizzata. “È ovvio – ha ribadito Don Cosimo Scordato – che il mafioso non può essere credente. La mafia è un peccato sociale, che sporca tutto ciò che tocca. Tanto più le comunità sono unite, tanto meno c’è il rischio di rimanere isolati e di essere colpiti. Queste persone – ha aggiunto il teologo – sono morte mentre stavano svolgendo la loro normale attività, ciascuna nel proprio ambito”, in un contesto che presenta una “stratificazione di illegalità e di malcostume in cui fare il proprio dovere può diventare motivo di martirio. La loro via è quella di Gesù Cristo, dalla quale non tornano indietro”.

Livatino, Spoto, Puglisi, sono figure che non possono lasciare indifferenti i cristiani. Ai credenti spetta il compito di farsi coinvolgere dal profumo di grazia che arriva da questi esempi e di raccoglierne il testimone. Qualsiasi sia il costo che questa scelta potrà comportare. “I modelli non vanno imitati, essi devono ispirarci, non possiamo ripetere quello che hanno fatto perché ognuno di noi deve fare il proprio percorso, perché anch’io possa trovarmi compagno di strada di queste persone – ha puntualizzato il presbitero e docente -. Tutti siamo potenzialmente dei martiri: ognuno di noi, in quanto battezzato, deve morire a qualcosa per fare risplendere la bellezza nuova di Cristo. Non si tratta di morire per Cristo ma con Cristo. Ogni cristiano può essere un martire se siamo con-sepolti e con-risorti con Lui”.

Il martirio, insomma, non è qualcosa di cui avere paura, ma il possibile compimento di una scelta di fedeltà alla parola di Dio: “I primi martiri – ha ricordato Padre Vincenzo Sorce – andavano incontro al martirio cantando. Se le nostre chiese di Sicilia sono feconde, allora vivono il Vangelo fino al martirio. In questo modo potranno avere un futuro, perché il martirio è segno di speranza e ci aiuta a capire che il Vangelo è martirio. Non ci può essere, infatti, Chiesa senza Vangelo”.

Già Tertulliano, del resto, nel II secolo d.C., diceva che “il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani”.