Caltanissetta, intitolata ai Giudici Livatino e Saetta aula magna Palazzo di Giustizia

livatino caltanissetta

CALTANISSETTA – Si è svolta stamattina la cerimonia di intitolazione dell’aula magna del Palazzo di Giustizia ai Giudici Rosario Angelo Livatino e Antonino Saetta, entrambi originari di Canicattì e uccisi dalla mafia a causa delle loro impegno contro la malavita organizzata e la corruzione. All’appuntamento era presente, tra gli altri, il ministro dell’Interno Angelino Alfano, che ha detto: «I boss capiranno che la loro stagione è finita. Abbiamo la forza per farcela. A nessuno di noi deve mancare il coraggio per continuare la loro strada». «Quel sangue versato sulle strade siciliane – ha aggiunto Alfano – non può essere stato invano. Lo Stato ha fatto passi avanti, non a gratis ma con il prezzo pagato da uomini come Saetta e Livatino, che sono stati servitori dello Stato. La loro morte ha dato coraggio ad altri uomini. Quel sangue è servito a dare coraggio allo Stato».
«Non abbiamo finito di fare i conti con la mafia – ha proseguito – ma abbiamo impedito che la mafia si riorganizzasse. Dobbiamo fare squadra dove ognuno deve giocare per vincere. Se c’è qualcuno colluso con la mafia, la squadra diventa debole».
«I mafiosi sono dei ladri, criminali, assassini. Sono dei ladri perché ci hanno tolto parole come onore, rispetto, dignità e famiglia. La missione educativa della scuola è essenziale per riprenderci le nostre parole. L’altro ieri a Palermo ho provato gioia – ha concluso il ministro – quando il covo di Riina è stato consegnato ai Carabinieri e la sua camera da letto è diventata l’ufficio del comandante».

(foto tratta dal sito istituzionale del Ministero dell’Interno)

Palermo, ricordato Livatino magistrato di sorveglianza

Si è svolta stamattina, presso l’Aula Magna della Corte di Appello di Palermo, la seconda giornata del convegno “Carcere, Città e Giustizia nel quarantennale dell’Ordinamento penitenziario e nell’anno del verdetto di Strasburgo”, promosso dal Progetto europeo “Prison litigation work”, dal Coordinamento nazionale dei Magistrati di Sorveglianza (Conams), con il contributo di 25 associazioni. La due giorni di lavori è iniziata ieri al carcere Ucciardone ed è terminata nel pomeriggio di oggi a Palazzo Steri, dove si è tenuto un interessante convegno che ha visto la partecipazione di due giudici della Corte europea per i diritti umani.

Nel corso dell’incontro tenuto al Palazzo di Giustizia è stata rimarcata l’importanza della funzione della magistratura di sorveglianza, il cui ruolo viene spesso sottovalutato, come del resto lo è anche la funzione rieducativa del carcere. “Il magistrato di sorveglianza deve essere un ponte tra la città e il detenuto, aiutandolo a intessere relazioni sociali, che ne favoriscano il reinserimento”, ha sottolineato il coordinatore nazionale del Conams, Dott. Nicola Mazzamuto.

Secondo i relatori, la soluzione al problema carcerario non può arrivare dalla costruzione di nuove carceri, che spesso si rivelano scuole di specializzazione del crimine. I dati – si è detto – dimostrano che sono le misure alternative a fare diminuire i casi di recidiva. La recidiva, infatti, è del 68% per quei detenuti che finiscono di scontare la pena in carcere, si abbassa drasticamente al 19% quando termina la pena viene scontata con l’applicazione di misure alternative ed è appena dell’1% quando i detenuti vengono immessi nel circuito produttivo.

È anche vero, tuttavia, che non tutte le realtà italiane sono pronte a favorire l’inserimento dei detenuti. Se le città settentrionali offrono più spazi, al Sud e in Sicilia non può dirsi altrettanto. Fa eccezione Favignana, tra i cui confini si sperimenta un proficuo scambio cittadinanza-detenuti, che consente a questi ultimi di lavorare all’esterno. Nell’isola, quindi, c’è l’immigrato irregolare, che si prodiga fattivamente per gli anziani dell’isola, eseguendo per loro riparazioni e tutta una serie di lavori domestici, il quale ha beneficiato della liberazione condizionale. Ci sono, poi, i due detenuti in libertà condizionale, che hanno avviato una piccola azienda agricola ed emergono tutta una serie di esperienze che consentono di considerare i detenuti una risorsa per il territorio. “A Favignana sono stati intrapresi percorsi di reinserimento sociale altrove impossibili da attuare”, ha spiegato la Dott.ssa Chiara Vicini, magistrato di sorveglianza di Trapani, sottolineando come i detenuti siano dei favignanesi a tutti gli effetti.

Proprio a Favignana si trovò a lavorare un giovane Giovanni Falcone. Appena trentenne, il Giudice palermitano fu magistrato di sorveglianza a Palermo e a Trapani. Era l’8 ottobre 1976 e Falcone fu sequestrato nel carcere di Favignana da un anarchico, Vincenzo Oliva, che qui era detenuto assieme ad altri carcerati ritenuti particolarmente pericolosi. Il Giudice Falcone mostrò già in quella circostanza grande fermezza, nonostante fosse magistrato di prima nomina.

Oltre alla figura di Falcone, il Conams ha ricordato altre figure di magistrati che hanno incarnato la figura del magistrato ideale, per dedizione al lavoro e umanità nell’approccio con i detenuti.

Il Dott. Nicola Mazzamuto ha ricordato come Rosario Livatino fosse stato applicato diverse volte all’ufficio di sorveglianza di Agrigento. “Di lui – ha detto Mazzamuto – ricordo la forbitezza e la ricercatezza del linguaggio giuridico utilizzato nel corso di un’udienza alla quale partecipammo insieme. I suoi colleghi di quel periodo ne testimoniano ancora la gentilezza, la profonda attenzione agli altri, la spiccata galanteria, che ne faceva un gentiluomo d’altri tempi”. Per il Dott. Walter Carlisi, magistrato di sorveglianza al Tribunale di Agrigento, “Livatino ci ha lasciato una testimonianza di straordinaria modernità. Invito tutti – ha esortato – a rileggere la sua relazione sul ruolo del giudice nella società che cambia, nella quale, tra le altre cose, trattava il tema della responsabilità dei magistrati e già nel 1984 forniva una serie di soluzioni sul punto straordinariamente attuali. Ad Agrigento – ha aggiunto il magistrato – Livatino era alquanto isolato dal punto di vista istituzionale oltreché umano, isolamento che è pericoloso per tutti i servitori dello Stato con la ‘s’ maiuscola”.

Il giudice Pietro Scaglione è stato ricordato dal Prof. Antonio Scaglione, vicepresidente del Csm militare e docente dell’Università di Palermo, il quale ha tessuto un commosso profilo biografico del padre. L’uccisione di Scaglione, il primo magistrato ucciso da Cosa nostra, segnerà un punto di non ritorno nella strategia della criminalità mafiosa, tracciando una linea di sangue che non trova riscontro in nessun paese occidentale.