La lezione di Livatino su politica e giustizia

di Fernando Asaro*

«Il magistrato altro non è che un dipendente dello Stato, al quale è affidato lo specialissimo compito di applicare le leggi… Egli è un semplice riflesso della legge che è chiamato ad applicare». Così si esprimeva Rosario Livatino qualche anno prima del suo assassinio. Era diventato magistrato nel 1978 e svolse il suo servizio in favore dello Stato – come egli stesso definì il suo lavoro – in provincia di Agrigento, sino al 21 settembre 1990. sempio concreto di magistrato che, all' interno dello stesso Tribunale, svolse dapprima funzioni requirenti e successivamente, funzioni giudicanti. E tutto ciò sempre con eccellenti risultati, smentendo chi oggi crede o vuol far credere che la netta separazione delle funzioni e/o delle carriere sia la chiave di volta dei problemi della Giustizia in Italia. Sono – quelli di Livatino – anni in cui la magistratura è attaccata, schernita, offesa da esponenti delle Istituzioni dai quali, al contrario, ci si aspetterebbe sostegno nell' esercizio dell' impegnativo servizio che ogni magistrato compie quotidianamente. Sono anni in cui Rosario Livatino usciva dalla sua abitazione al 168 di viale Regina Margherita ed era osservato, dileggiato, deriso dai capimafia di allora, peraltro suoi vicini di casa, come Peppe ed Antonio Di Caro, Antonio Ferro, Totò Gioia ed altri acclarati mafiosi di Canicattì. E Livatino, con dedizione e coraggio, si recava al Tribunale di Agrigento a servire lo Stato, guidando la sua Ford Fiesta, senza scorta. Livatino ha vissuto in anni in cui all' interno della stessa magistraturae del Palazzo di Giustizia, non tutti vivevano il valore Giustizia allo stesso modo. C' era chi, al suo fianco, creava e dirigeva le prime inchieste sulla mafia, inchieste molto delicate in una terra in cui erano assenti i processi a testimonianza o si sottovalutava la pericolosità mafiosa e dove, per molti, tutto quel che accadeva appariva normale piuttosto che un allarmante segno di una straordinaria impunità. Erano giudici ragazzini che, insieme a Rosario Livatino, tenevano alto il valore Giustizia e contribuivano a creare, pur con difficoltà e solitudine, l' autostrada della legalità che oggi tutti noi percorriamo con maggiore comodità, rispetto a quella " trazzera" di campagna che era allora. Ma c' era anche chi aveva del servizio della magistratura una visione diversa, forse più formale ma certamente più paludata, trasformando il magistrato in un burocrate, a volte pavido e timoroso, perché, pur attento e scrupoloso nel rispetto di ogni forma e procedura, incapace di penetrare in terre ignote e pericolose. Rosario Livatino invece scavò, trovando malaffare e contiguità tra ambienti mafiosi e pubblica amministrazione; aggredendo il mondo di un' imprenditoria collusa che sosteneva il grido, allora imperante, di " Viva la mafia che porta lavoro "; applicando – fra i primi illuminati interpreti – la normativa antimafia in materia di misure di prevenzione personali e patrimoniali; interrogando i potenti dell' epoca per comprendere le ragioni di certi comportamenti di accertata confidenza con esponenti delle organizzazioni mafiose. E, va detto, questi comportamenti non sempre si trasformano in responsabilità penale, ma contrastano inevitabilmente con deontologia e morale proprie di chi riveste incarichi pubblici di qualsivoglia natura, a prescindere dall' eventuale responsabilità penale. Un contrasto che diventa stridente col ruolo del magistrato, col servizio che egli svolge nella società al servizio dello Stato. Vale la pena citare proprio Livatino su questo tema importante quanto attuale: "Sarebbe quindi sommamente opportuno che i giudici rinunciassero a partecipare alle competizioni elettorali in veste di candidato o, qualora ritengano che il seggio in Parlamento superi di molto in prestigio, potere ed importanza l' ufficio del giudice, effettuassero una irrevocabile scelta, bruciandosi tutti i vascelli alle spalle, con le dimissioni definitive dall' ordine giudiziario". Si, Rosario Livatino è stato un giudice ragazzino ma lo è stato nel modo migliore di quest' accezione con cui oggi lo si riconosce: ovvero quale giovane appassionato, lontano dai centri di potere, irreprensibile, fedele agli ideali di Giustizia ed allo Stato, modello sia per le giovani generazioni di magistrati, che per le meno giovani.
 

 *Sostituto procuratore della Dda di Palermo

articolo tratto da la Repubblica del 21.09.2011
 

 

Anm Palermo, Livatino magistrato autonomo e indipendente

Nel ventunesimo anniversario del suo assassinio i magistrati del distretto di Palermo ricordano, "con immutata emozione, Rosario Livatino. Giudice che, con il suo rigore professionale, l'umiltà e la riservatezza del suo agire, l'alto senso etico del suo ruolo, incarnò le doti più autentiche del magistrato autonomo ed indipendente". L'Anm in una nota scrive: "Il suo sacrificio continuerà a costituire preciso punto di riferimento del nostro impegno di magistrati. Con l'auspicio che anche chi, con pervicace ostinazione, si adopera per la delegittimazione della magistratura, colga finalmente, nel sacrificio di Rosario Livatino, il monito a non isolare pericolosamente i tanti 'giudici ragazzini' che ogni giorno, tra difficoltà e rischi sempre crescenti, lavorano in silenzio per l'affermazione della legalità in territori tuttora profondamente permeati dalla mafia e dalla mentalità mafiosa".
 

Il ricordo della politica

Schifani: eroe civile, suo sacrificio sia monito per tutti noi
''Nel giorno del ventunesimo anniversario del barbaro assassinio di Rosario Livatino, desidero rinnovare con forza il valore della memoria del suo sacrificio e di tanti, tantissimi altri che hanno offerto la propria vita per lottare contro la mafia''. Così il Presidente del Senato, Renato Schifani, ricorda oggi il magistrato ucciso il 21 settembre del 1990 mentre si recava in tribunale.
''Troppo spesso – afferma il Presidente del Senato – viene dimenticato l'impegno dei servitori dello Stato che nello svolgere con quotidiana dedizione il proprio lavoro rischiano la vita. La testimonianza di legalità di Rosario Livatino e degli altri eroi civili scomparsi combattendo contro la criminalita' organizzata deve essere un monito forte e imprescindibile per noi tutti a continuare
 
Fini: testimone di rigore e dedizione
''A 21 anni dall'efferato omicidio di Rosario Livatino resta scolpita nella memoria la testimonianza di rigore e di dedizione che egli ha lasciato nelle nostre coscienze di cittadini, unitamente all'esempio di grande forza morale e alla straordinaria qualità professionale con la quale ha saputo interpretare il delicato e fondamentale ruolo del magistrato''. E' quanto ha dichiarato il presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini.
''La memoria della sua troppo breve esperienza al servizio della giustizia e delle Istituzioni del nostro Paese deve essere mantenuta viva, in particolare per la formazione civile e culturale di tutti i giovani, a partire dall'insegnamento scolastico, affinché possano trasformare tali valori in un'azione responsabile, concreta e quotidiana al servizio della collettività'', conclude Fini.
 
Meloni, Livatino è già un martire laico
"Il giudice Rosario Livatino è già un martire laico della lotta alla mafia, ma sono convinta che la canonizzazione contribuirà a rafforzare tra i giovani la sua figura di difensore del bene e di ciò che è giusto". Queste le parole del ministro della Gioventù, Giorgia Meloni, alla vigilia del processo di canonizzazione di Rosario Livatino, il magistrato ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990.

Il ricordo della politica (2)

Lumia: Livatino magistrato e credente esemplare
“La figura del giudice Rosario Livatino è un esempio per tutti, e soprattutto per i giovani, di impegno, coraggio, senso del dovere, amore per la giustizia e la legalità. Con le sue indagini Livatino stava svelando i legami tra la mafia, il mondo degli affari e della politica. Un sistema di potere oleato da corruzioni, scambio di voti, collusioni di vario genere, che ammorbava la società siciliana, piegava la legge ai propri interessi e negava i diritti dei cittadini. Livatino ha combattuto questa piaga da magistrato, fedele alle leggi dello Stato e da credente, fedele ai principi del Vangelo. La sua testimonianza è un’eredità etica e morale da tramandare alle nuove generazioni e da coltivare con gesti e comportamenti quotidiani”. Lo dichiara il senatore del Pd Giuseppe Lumia, ricordando il giovane magistrato ucciso dalla mafia il 21 settembre del 1990.
 
La Loggia: felice per avvio processo beatificazione Livatino
''Nel ventunesimo anniversario del brutale assassinio di Rosario Livatino rivivo la forte emozione che suscitò in me la triste immagine del corpo esanime di quel giovane giudice che già aveva saputo infliggere duri colpi alla mafia, attaccandola soprattutto nei suoi interessi economici''. Lo afferma il presidente della Commissione parlamentare per l'Attuazione del federalismo fiscale, Enrico La Loggia. ''Mi rende al contempo particolarmente felice – aggiunge il deputato del Pdl – che sia stata scelta la data odierna per l'avvio della fase diocesana del processo di beatificazione di Livatino. Sono sicuro – conclude La Loggia – che quelle 'virtù eroiche' che contraddistinsero il suo impegno di magistrato avranno presto anche una consacrazione di santità''.
 
Idv: Livatino ha rappresentato Sicilia giovane e pulita
 
"A 21 anni di distanza da una delle pagine più nere della cronaca italiana, ricordiamo con immutata emozione Rosario Livatino, un uomo che ha pagato con la vita la sua encomiabile fede nella giustizia.
Il Magistrato di 38 anni, ucciso dalla mafia nel 1990 e che l’allora Presidente della repubblica, Francesco Cossiga, definì’ il giudice ragazzino’, ha rappresentato la Sicilia, giovane e pulita, che si ribella e lotta per sconfiggere il fenomeno mafioso e per lasciare ai nostri figli una terra migliore in cui crescere.
A suo tempo ci impressionò l'efferatezza del crimine, commesso contro un fedele servitore dello Stato dotato di tenacia e capacità professionali non comuni e che aveva una visione della vita improntata ai più alti valori.
Da quel crimine, che rappresentò un momento critico nella guerra tra mafia e istituzioni, oggi però molto è cambiato, Magistratura e Forze dell’Ordine hanno inflitto colpi durissimi alla criminalità organizzata, e nella società civile si vedono quotidianamente  segni concreti di ribellione alla pressione mafiosa.”
Così l’On. Leoluca Orlando, portavoce nazionale dell’Italia dei Valori, l’On. Ignazio Messina, membro della Commissione parlamentare antimafia e il Sen. Fabio Giambrone, segretario regionale del partito in Sicilia, ricordano in una nota congiunta quella drammatica pagina della storia siciliana.
 

CANONIZZAZIONE LIVATINO, IL GIUDICE CHE FACEVA PAURA AI BOSS

Erano passate da poco le 8.30 quella mattina del 21 settembre 1990. Rosario Livatino, che il 3 ottobre avrebbe compiuto 38 anni, a bordo della sua Ford Fiesta di colore rosso, da Canicattì dove abitava si stava recando al tribunale di Agrigento. Il magistrato stava percorrendo i duecento metri del viadotto San Benedetto, a tre chilometri dalla città dei templi, quando una Fiat Uno e una moto di grossa cilindrata lo affiancano costringendolo a fermarsi sulla barriera di protezione della strada statale. I sicari sparano numerosi colpi di pistola. Rosario Livatino tenta una disperata fuga, ma viene bloccato. Sceso dal mezzo, cerca scampo nella scarpata sottostante, ma viene finito con una scarica di colpi.
Muore così, 21 anni fa, il 'giudice santo' temuto dai mafiosi.
Sul posto arrivano i colleghi: da Palermo anche l'allora procuratore aggiunto GiovanniFalcone, e da Marsala Paolo Borsellino. Per la morte di Rosario Livatino, di cui inizia oggi il processo di canonizzazione, sono stati individuati i componenti del commando omicida e i mandanti, tutti condannati all'ergastolo. Secondo la sentenza, è stato ucciso perché "perseguiva le cosche mafiose impedendone l'attività criminale, laddove si sarebbe preteso un trattamento lassista, cioè una gestione giudiziaria se non compiacente, almeno, pur inconsapevolmente, debole, che è poi quella non rara che ha consentito la proliferazione, il rafforzamento e l'espansione della mafia". Nella sua attività si era occupato di quella che sarebbe esplosa come la 'Tangentopoli siciliana' e aveva colpito duramente lamafia di Porto Empedocle e di Palma di Montechiaro, anche attraverso la confisca dei beni. Giovanni Paolo II, pensava anche al magistrato, che una volta definì "martire della giustizia e indirettamente della fede", quando da Agrigento il 9 maggio del 1993 lanciò il suo anatema contro i mafiosi: "Nessuna organizzazione criminale, mafia, può condizionare la vita di un popolo. Convertitevi. Un giorno verrà il giudizio di Dio". Alle 11, nel luogo del barbaro assassinio, omaggio floreale alla stele fatta erigere dai genitori. Alle 18, nella chiesa di San Domenico, celebrazione presieduta dall'arcivescovo di Agrigento Francesco Montenegro, con la sessione introduttiva della causa di canonizzazione di Livatino.