Livatino, esempio tra ricordo e polemica

Alfano: un modello esemplare di magistrato. Il pm Di Matteo: basta strumentalizzazioni   

Gela.  «I ragazzi siciliani non hanno bisogno di lezioni di antimafia ma di esempi. Rosario Livatino lo è stato. Incarna il modello esemplare di magistrato da cui tutti vorrebbero essere giudicati. Non amava stare sotto i riflettori, non rilasciava interviste, faceva parlare di sé solo per il suo operato. Intitolargli un palazzetto dello sport è un modo intelligente per mantenere vivo il ricordo di un grande giudice»: così il guardasigilli Angelino Alfano ha ricordato ieri il «giudice ragazzino», ucciso dalla mafia a 38 anni, intervenendo alla cerimonia di intitolazione del Palasport, struttura sportiva fatta costruire dall’amministrazione provinciale e che i giovani gelesi hanno atteso per più di un decennio.
Ieri all’intesa giornata antimafia e per la legalità c’erano tante autorità, folte rappresentanze istituzionali e politiche. Pochi, però, i giovani gelesi. Sono arrivati invece studenti da Naro e Canicattì.
La presenza del ministro Alfano per onorare la memoria del «piccolo giudice» è stata l’occasione anche per ricordare che Gela attende il completamento del carcere progettato mezzo secolo fa e che il tribunale, presidio di legalità e giustizia in una sede disagiata, è vuoto di magistrati. «Lo so – ha detto il ministro – stiamo studiando un modello organizzativo flessibile per i nostri tribunali. In base ai carichi di lavoro dei magistrati e del personale si ridefinirà la pianta organica».
Ma le parole del ministro su Livatino hanno acceso la miccia di una polemica a distanza con Nino Di Matteo, uno dei pm di punta della Direzione distrettuale antimafia di Palermo: «Il ministro della Giustizia ci consiglia di andare meno in tv e lavorare di più. Vorrei rassicurarlo che il nostro lavoro non si ferma e credo che lo Stato debba andare in fondo nelle inchieste che riguardano le stragi perché altrimenti, per quanti latitanti e mafiosi possiamo arrestare, a Cosa Nostra resterebbe in mano l’arma più forte, quella del ricatto». Di Matteo rincara la dose: «Vorrei anche dire al ministro che i magistrati continueranno a lavorare fino a quando le Procure non saranno desertificate e fino a quando i pm non saranno ridotti a puri notai delle attività investigative. Continueremo a ritenere che la mafia non è solo bassa macelleria criminale ma ci sono persone che con essa hanno stretto patti e fatto carriere». La requisitoria del pm condanna la politica del guardasigilli: «Certe riforme in cantiere – dice – sono la morte della giustizia. Lasceremo che i politici parlino anche quando sono in malafede, ma non sopportiamo che si continuino a strumentalizzare i morti». La giornata dedicata al giudice Livatino ha avuto tra i suoi momenti più attesi il musical «Il mio piccolo giudice»: presentato da Salvo La Rosa, ha mescolato rock, blues e jazz per raccontare la cultura siciliana. «Un contenitore di tante e complesse storie musicali – spiega Salvatore Nocera, autore dello spettacolo diretto da Antonio Raffaele Addamo – il progetto è nato da una ricerca che mi ha portato a sentire l’anima e il cuore di Livatino e che, grazie alla collaborazione di artisti come Peppe Servillo e Fausto Mesolella, mantiene vivo il suo ricordo». A chiusura dello spettacolo anche la performance di Ficarra e Picone.

Maria Concetta Goldini
(da La Sicilia del 13.12.2009)