Stele abbandonata e venerata

SIMBOLO DI CONTRADDIZIONI IL LUOGO DOVE VENNE UCCISO LIVATINO

Ci sono posti ad Agrigento dove le contraddizioni di toccano con mano. Uno di questi si trova lungo la strada statale 640, in contrada Gasena. Qui il 21 settembre del 1990 venne trucidato il giudice Rosario Livatino, qui lo Stato ha eretto una stele in sua perenne memoria, meta costante di chi vi si accosta per curiosità o per pregare. C’è però chi vi si reca per cambiare una gomma dell’auto appena forata, per mangiare un panino e bere un bibita, lasciando però immondizia di vario genere. Il riferimento va alla piazzola di sosta creata per agevolare la gente che alla stele vi si vuole accostare per fini nobili. Come le persone che provenienti da Poirino, in provincia di Torino, hanno lasciato sul monumento un’immagine raffigurante un bambino. Si tratta del volto del piccolo Silvio Dissegno, morto ad appena 12 anni nel 1979 e definito «servo di Dio» per le atroci sofferenze patite, mantenendo però una fede incrollabile fino all’ultimo respiro. Un simbolo di fede e attaccamento ai valori della cristianità che lo hanno accomunato a quanto vissuto da Livatino in vita: attaccamento a Dio e al lavoro, fino alla morte giunta però non per malattia, ma per mano della mafia. Accanto a questa immaginetta, c’è un biglietto attaccato a un mazzo di fiori. «Al nostro eroe Rosario Livatino» ha scritto un gruppo di Facebook che però, dinanzi a simili simboli di integrità morale lascia perdere la virtualità, dando un segno di gratitudine a chi è morto per la legalità. Peccato che tutt’intorno proliferi il degrado. La piazzola è una discarica tra rifiuti per terra e gomme abbandonate e sequestrate, ma che nessuno però toglie. Tra meno di un mese ricorre il 19 anniversario dell’uccisione del giudice.
 
FRANCESCO DI MARE
(La Sicilia – Agrigento del 23 agosto 2009)

‘Ndrangheta fornì esplosivo per strage via D’Amelio

La ‘ndrangheta forni’ alla mafia palermitana l’esplosivo utilizzato per la strage di Via D’Amelio, nella quale vennero uccisi Paolo Borsellino e gli uomini della scorta, e quello usato per le ‘stragi del ’93’. Il particolare emerge – secondo quanto riporta stamani il quotidiano ‘Calabria Ora’ – da un vecchio rapporto dei servizi di sicurezza tedeschi ripreso dal dossier con il quale il Bka evidenzia la presenza ed il potere della mafia italiana nella Repubblica Federale. In particolare, il capitolo dedicato all’esplosivo delle stragi reperito dai calabresi della ‘ndrangheta operanti in Germania e’ inserito nel rapporto con lo scopo di evidenziare da una lato la supremazia della ‘ndrangheta rispetto alle altre organizzazioni criminali di origini italiane e, dall’altro, il ruolo leader che la ‘ndrangheta ha sempre avuto nel settore del traffico internazionale di armi ed esplosivi. E proprio su questo intreccio di interessi criminali – prosegue Calabria Ora – e sulle sinergie tra ‘ndrangheta e Cosa nostra aveva iniziato ad indagare Paolo Borsellino prima di essere ucciso. Borsellino sarebbe dovuto tornare in Germania qualche giorno dopo il 19 luglio. La sua missione era nota a pochissime persone, cosi’ come erano in pochi a sapere che, nelle settimane precedenti alla morte, il magistrato era stato piu’ volte in Germania ed in particolare a Francoforte e Mannheim. Era sulle tracce degli assassini del giudice Rosario Livatino, ucciso il 21 settembre del 1990, ma proprio interrogando alcuni collaboratori che erano in contatto con il Bka tedesco avrebbe saputo che da Palermo era arrivato l’ordine di acquisire grosse quantita’ di esplosivo militare. Erano gia’ stati avviati gli opportuni accordi con i calabresi e l’esplosivo, in piu’ spedizioni, in parte era stato gia’ mandato in Italia. (ANSA)