Livatino, parla il testimone

"Lo Stato per difendermi mi ha dato soldi e pistole"


di Marco Imarisio

Corriere della Sera del 12 ottobre 1998

 

 

MILANO – Abbiamo un debito con lui. Dalle 8.20 di quel 21 settembre 1990, quando Pietro Nava, bergamasco, responsabile delle vendite nel Sud per una ditta di Asti, buca una gomma della sua auto sulla discesa di Enna. "Ho visto una macchina col vetro distrutto, "qualcosa di azzurro" che scappava, una persona che saltava il guard – rail con una pistola in pugno, un altro col casco vicino a una moto". "Qualcosa di azzurro" che scappava: era Rosario Livatino, il "giudice ragazzino" che venne ammazzato dalla mafia in quella scarpata sotto la strada. Pietro Nava non si e’ girato dall’altra parte, e’ andato dalla polizia, ha identificato i killer, li ha inchiodati al processo. In cambio ha avuto una vita fatta di addii: "Non dico arrivederci, perché non e’ possibile, ultimamente devo dire soltanto addio alle persone. E’ un continuo dire addio". Sono le parole con le quali Nava chiude la sua intervista ad Antonella Boralevi, che andrà in onda oggi all’ interno di "Film dossier linee d’ ombra", alle 20.35 su Retequattro. La prima nella quale appare in video, con il volto coperto da un passamontagna. Racconta Antonella Boralevi: "Si sente maltrattato, lo Stato non gli ha certo reso la vita facile". La storia e’ nota, nel 1994 Pasquale Pozzessere ne ha tratto anche un film ("Testimone a rischio"). Ma la vita vera e’ un’altra cosa, e quella di Nava, da quel giorno in Sicilia, e’ stata un continuo fuggire, cambiare nome ("A me e ai miei bambini"), perdere tutto quello che aveva. Per finire a vivere all’estero, con "una pensione mensile che mi ha assegnato lo Stato". E Nava racconta anche della fatica, dell’umiliazione che gli e’ costato quel "rimborso": "La pena di trattare con i funzionari per avere un aumento, per spiegargli quali erano le mie esigenze… La pena di dovergli far capire chi ero io prima di quel giorno". E’ un documento che mette i brividi. C’e’ dentro il terrore di essere abbandonato: "Ho avuto davvero paura quando mi hanno dato le pistole, a me e a mia moglie. Io sono una persona pacifica, non uccido neppure le zanzare. Lì ho capito che la cosa era davvero grave". Antonella Boralevi ha avuto una sensazione: non era un’intervista, per Nava era l’occasione di tirare una linea, di fare un bilancio di otto anni carichi (solo) di sofferenza. Forse e’ così: "Da quel giorno il telefono non suona più, non sei più niente, nessuno può sapere dove sei, amici, parenti. Sei un’altra persona… Ho sperato di poter ricominciare a lavorare, perché sono un uomo senza hobby, e ora mi rendo conto che e’ drammatico: il mio hobby era il lavoro, e oggi ho perso tutto… Se penso cos’ ero, cosa facevo e dov’ero non vado avanti. Il dolore e’ troppo grande. Quel giorno non e’ morto solo il giudice Livatino. Anch’io sono morto quel giorno. Siamo morti tutti e due". Poi c’e’ quella frase: "Io non sono un coraggioso, sono un uomo normale, che ha fatto una cosa normale. E che rifarei domattina". Per questo abbiamo un debito con Pietro Nava: perché ha accettato di "morire" quella mattina di 8 anni fa e in cambio ha avuto solo una vita fatta di addii. Perché – nonostante tutto – e’ ancora convinto di aver fatto una cosa "normale".