Caponnetto accusa i politici

FRANCA SELVATICI
la Repubblica del 23 settembre 1990
 
FIRENZE – Non poteva essere più amaro l’ addio alla magistratura di Antonino Caponnetto, l’ex consigliere istruttore di Palermo, il magistrato che con Giovanni Falcone ha istruito il primo maxiprocesso contro Cosa Nostra. Le immagini del giovane collega di Agrigento assassinato dalla mafia e quelle dell’allucinante carosello di uomini politici svegliatisi dal letargo (tutti lì ad insistere sulla necessità di maggiori stanziamenti per la giustizia quando sappiamo bene che dei 2646 miliardi necessari ne sono stati dati 762) hanno dominato il suo commosso discorso d’ ddio ai colleghi. Dov’erano queste persone quando in Sicilia si sparava e si uccideva? si è chiesto: "Quello che sta accadendo in questi giorni è incredibile. Abbiamo scoperto improvvisamente che la mafia esiste e che dobbiamo combatterla. Abbiamo sentito un ministro spiegare che siamo destinati a convivere ancora per molti anni con la mafia". Il riferimento, inequivocabile, è al ministro della giustizia Giuliano Vassalli. "Ho riletto tre volte quel passo ha proseguito Caponnetto stentavo a crederci: E tutto questo è accaduto senza che nessuno sentisse il dovere di dimettersi". Lo avevano convinto a fatica, lui così schivo, a partecipare a una cerimonia in suo onore nell’ ula della corte di assise di Firenze, dove ha concluso i suoi 36 anni di carriera in magistratura come presidente della sezione delle indagini preliminari. Siciliano di Caltanissetta, Antonino Caponnetto ha lavorato quasi soltanto in Toscana, salvo i quattro anni e mezzo di servizio a Palermo. Nel capoluogo siciliano arrivò il 10 novembre 1983 per prendere il posto di Rocco Chinnici, trucidato dalla mafia. Vi restò fino al 15 marzo 1988, vivendo come un recluso, con il preciso obiettivo di dimostrare che anche in Sicilia la giustizia poteva e doveva funzionare. L’esperienza di Palermo lo ha segnato profondamente. Dopo il ritorno in Toscana ha lanciato più volte l’ allarme: ha visto andare in pezzi il pool antimafia, ha visto allentarsi l’impegno dello Stato nella lotta alle cosche, impegno che lo ha dichiarato in varie occasioni era stato forte e rigoroso negli anni in cui al governo vi erano ministri come Rognoni e Scalfaro. Il destino ha voluto che il suo addio alla toga coincidesse con il nuovo sanguinoso attacco della mafia contro la magistratura. Circondato dai più alti magistrati della Toscana e dai colleghi più cari, Caponnetto ha dedicato un minuto di raccoglimento alla memoria di Rosario Livatino. "Sono molti i sentimenti che mi si affollano nell’animo nel momento in cui appendo la toga". E dopo aver ricordato gli amici perduti (fra i quali il presidente del tribunale dei minori Giampaolo Meucci) e la scelta di andare a Palermo (era mio dovere, tutto qui), ha voluto manifestare la sua grande preoccupazione per lo stato in cui versa la giustizia: "Mi amareggia in particolare la forsennata campagna denigratoria, promossa da alcune parti politiche, diretta a delegittimare la funzione del magistrato e a rappresentare i giudici come responsabili delle disfunzioni di cui essi sono invece le prime vittime: una campagna che io ritengo mirata spero di sbagliarmi ma temo che sia così a promuovere iniziative capaci di intaccare l’indipendenza della magistratura. Ecco dunque le ragioni dell’amarezza che mi accompagna in questo mio addio alla toga. L’ unica mia speranza è riposta nei colleghi più giovani, in quelli che restano: spero che sapranno resistere a tutte le prevaricazioni, a tutte le provocazioni, in difesa di quegli ideali e di quei valori che ci accomunano e per i quali tutti abbiamo prestato giuramento quando siamo entrati in magistratura".