Un uomo come tanti, eroe per forza

di Giuseppe D’Avanzo
la Repubblica del 23 settembre 1990

CANICATTI – Un eroe? Un eroe nazionale? No, Rosario è soltanto un uomo che fa il suo dovere. E se oggi in Sicilia e in Italia fare il proprio dovere per lo Stato significa essere un eroe, allora sì che lo scrivano, che lo dica Cossiga: il mio ragazzo, Rosario Angelo Livatino, è un eroe. Vincenzo Livatino, con gli occhi asciutti, parla del figlio al presente, come se fosse ancora vivo. Come se Rosario dovesse apparire, da un momento all’altro, nella penombra di quel salotto buono in viale Regina Margherita. Tra quei lucidi mobili liberty, le piccole sedie viennesi un po’ scalcagnate, i parati a fiori dove Rosario è nato, cresciuto, ha studiato, è vissuto sempre. Da dove, venerdì di buon’ora alle 8,30, come sempre da quindici anni a questa parte, Rosario ha baciato la madre Rosalia, in cucina, il padre in piedi accanto alla porta d’ingresso ed è uscito per andare incontro ad una morte di mafia che, non un destino, ma la sua scelta di vita gli ha consegnato. L’eroe nazionale è ridotto come un fagotto sul tavolo di marmo dell’obitorio. La morgue è dietro l’ospedale di Agrigento, in uno scantinato, due stanzucce spoglie. Nella prima c’è un telefono che non la smette di squillare. Nella seconda c’è quel che resta di Rosario Angelo Livatino, giudice della Repubblica. Pietose mani hanno fatto quel che hanno potuto per cancellare da quel volto di ragazzo le offese degli assassini. Non ci sono riuscite.  Né potevano. Quel largo cerotto Su quel volto dagli occhi chiusi è scolpito per sempre l’orrore di una morte che lo ha inseguito a lungo in un vallone, al quale ha tentato di sfuggire, che lo ha vinto alla fine di quattro lunghissimi minuti. Un largo cerotto copre pietosamente il risultato del penultimo proiettile calibro 9 sparato tra il labbro superiore e il naso. Un cerotto più discreto fa quel che può per nascondere il colpo di grazia esploso, a bruciapelo, alla testa di Rosario. Il vestito della festa, il vestito di cotone blu nel quale è stato composto, non sa nascondere il corpo umiliato del giudice. Nella morgue, ossessionata da quel telefono che squilla inutilmente, ci sono soltanto due uomini. Non riescono a distogliere lo sguardo da quel volto offeso di ragazzo. Sono Fabio Salomone e Roberto Sajeva, giudici come Rosario Livatino e, con Livatino, i giudici che hanno messo spalle al muro i boss della mafia agrigentina, che hanno frugato nei loro affari, sequestrato i loro beni, chiesto e ottenuto la loro condanna. Fabio Salomone, un uomo alto e austero, non sa pronunciare il nome di Rosario senza piangere. Roberto Sajeva non vuole solo piangere. Sembra aver voglia di urlare, quando dice: Rosario è morto inutilmente. Una morte inutile. Ha lavorato per niente. Lavoriamo per nulla. Ha creduto, crediamo, di lavorare per nome, per conto, in rappresentanza dello Stato. Non è vero, non sembra vero qui ad Agrigento. Siamo come liberi professionisti della giustizia, che vogliono chi lo sa perché il rispetto della legge e la impongono anche se nessuno gliel’ha chiesto. E se nessuno gliel’ha chiesto, perché lo fanno? E’ così che si può anche morire. Io non so se Rosario fosse un eroe, so che aveva il diritto di non essere ammazzato. La storia di Rosario Angelo Livatino 38 anni, il 3 ottobre non è la storia di un eroe, è la storia di un uomo qualsiasi, la storia di un povero giudice. Non sapeva di dover essere un eroe perché giudice. A Canicattì molti non sapevano neanche che fosse un giudice. Era un uomo dannatamente normale. Un giudice che lavorava sodo, in silenzio, senza clamori, che non ha mai dato un’intervista, che già un anno fa, in solitudine, vide giusto nella faida di Palma di Montechiaro e forse proprio quello sguardo lungo gli è costato la vita. Era appassionato del suo lavoro, innamoratissimo lui, figlio unico degli anziani genitori. Era discretissimo e schivo. Era un uomo piccolo, sempre modestamente vestito, che rifuggiva da ogni segno di potere o testimonianza di successo. Se gli dicevano: Ma perché non la butti via questa scassata Fiesta! rispondeva: E perché? Cammina!. Se gli consigliavano la scorta, la rifiutava. Diceva: Mia madre si preoccuperebbe…. Se lo supplicavano di divagarsi un po’, almeno per qualche giorno, rispondeva: Sì, tra qualche giorno, ora ho da lavorare, ma tra guache giorno…. Quante volte gliel’ ho rimproverato. Luigi Gallo ha la stessa età di Rosario. Sono cresciuti e hanno studiato insieme. Non era soltanto il cugino di Rosario, era l’unico amico. Non ha mai pensato di essere eccezionale né pensava che il suo lavoro lo fosse. Diceva: le leggi esistono e vanno rispettate, anche qui in Sicilia. Tutto qui. Del lavoro non parlava mai. Mai nemmeno per sbaglio. Qualche volta gli ho fatto qualche domanda, lui garbatamente ha cambiato argomento. E io, per rispetto, non gli ho mai più chiesto nulla. Parlava invece quasi con eccitazione della campagna. Zio Vincenzo, il padre, ha un podere a Campobello di Licata, un gran bel podere coltivato a uva Italia. Era il suo cruccio non occuparsene e a me, che invece del mio mi occupo, mi tempestava di domande, voleva che gli raccontassi la campagna come fosse una storia, una favola che lui ormai non avrebbe più potuto leggere. La legge, la campagna, la religione, l’affetto per i genitori. Rosario era tutto qui. La domenica andavamo sempre in chiesa insieme. Era l’unico giorno che metteva il naso fuori di casa. E anche la domenica, sceglieva la discrezione. Invece di andare a Chiesa Grande o a San Diego preferiva la più appartata San Domenico. Andiamo lì Luigi mi diceva c’è meno gente, staremo più quieti. Dopo la messa facevamo quattro passi sul corso, bevevamo un caffè, Rosario ritornava a casa. Il portoncino di casa Livatino, il 166, ha una cornice in pietra gialla. C’è una piccola scala in marmo dentro. La casa è avvolta nella penombra. Rosalia Corbo, la madre di Rosario, è stata come inghiottita da un gorgo di dolore. E’ come muta, gli occhi immobili, il volto pietrificato. A chi entra fa un cenno di sedersi in quell’impossibile silenzio. L’unico pasto della giornata Vincenzo Livatino è in piedi in un angolo dell’ingresso. Fa soltanto il proprio dovere dice con un filo di voce è tutto il giorno via. Esce alle otto e trenta e, per me e Rosalia che siamo vecchi e abbiamo soltanto Rosario, è un po’ l’avvenimento della giornata. Io mi metto qui, proprio qui, accanto alla porta per salutarlo. Lui mi bacia. Ogni giorno. Ogni giorno da più di quindici anni. Rosario ha sempre avuto un grande amore per lo studio. A ventidue anni, sa, era già laureato in giurisprudenza. E poi si è laureato ancora due volte, in scienze politiche e in sociologia. Ma è la legge il suo grande amore. A ventitré anni ha vinto il concorso per la direzione dell’Ufficio del registro. Ma ha preferito attendere il concorso in magistratura. Lui, sa, si sacrifica molto con noi. Siamo vecchi e siamo soli. E lui ci sta vicino, ci accudisce. Noi lo attendiamo la sera. Alle sette e mezza, quasi sempre, è qui. Noi aspettiamo lui per mangiare: è il solo pasto della nostra giornata, è anche il solo di Rosario. Io qualche volta glielo dico: più che Rosario, sei un angelo, figlio mio. No, Rosario non è un eroe, è un buon figlio, un buon siciliano. Dice, e mi sembra che lo dica senza rancore per chi sbaglia, bisogna far rispettare le leggi. E noi in Sicilia ne abbiamo più bisogno. Della mafia non parla mai con noi. Ma sui mafiosi sono certamente quei fascicoli che sono di là, nella sua stanza, sul tavolo. Domani verranno a prenderli. Vincenzo Livatino si asciuga con un fazzoletto le gocce di sudore che gli imperlano la fronte. Ho letto un manifesto su un muro: è un uomo probo. Ecco, mi fa piacere che Rosario sia un uomo probo. In fondo, significa soltanto che fa il suo dovere, che tira diritto dietro la sua coscienza, dietro il diritto che ha tanto studiato. Io sono contento che sia così. Nella chiesa di San Diego, dove la bara di Rosario Livatino è circondata da garofani rossi, gladioli gialli e abiti grigi, se ne stanno in un angolo i giudici che con il giudice ucciso hanno lavorato. Salvatore Cardinale è stato gomito a gomito con Rosario per anni. Ora è procuratore aggiunto a Caltanissetta e, in quanto tale, è il titolare dell’inchiesta sulla sua morte. Gli tremano le mani, la commozione gli spezza le parole in gola. Cerca quelle giuste, quelle poche che dette in fretta possono spiegare una vita o una morte. Non le trova. Preferisce soltanto dire: Era un uomo normale che credeva nella legge.