L'ultima pallottola in pieno volto

di  Attilio Bolzoni
la Repubblica
del 22 settembre 1990
 
AGRIGENTO – La disfatta dello Stato italiano l’abbiamo vista ieri mattina in fondo ad una valle senza alberi. Campi di sterpaglie, pietre grigie, polvere. E giù, molto più giù, dove una volta scorreva un fiume, solo un puntino bianco. Un lenzuolo. Con le formiche che ci camminano sopra, con le mosche che ronzano intorno, con il vento che lo solleva ad ogni soffio scoprendo il viso pallido di uomo appena morto. Era un giudice, uno di quei giudici siciliani che aveva onore e non conosceva paura. E adesso eccolo qui, disteso tra gli arbusti, gli occhi sbarrati, i capelli neri sporchi di terra, la faccia insanguinata. Ha scelto lui di morire quaggiù, rotolando nella scarpata, cercando la fuga con la disperazione dell’uomo braccato e ferito. Quei macellai che l’hanno ammazzato gli sono corsi dietro, hanno giocato al tiro al bersaglio. Il giudice è morto al rallentatore, inseguito per almeno tre o quattro minuti, finito sul letto del torrente in secca con una scarica di pallettoni. Gli hanno sparato in bocca. La mafia siciliana anche questa volta non ha colpito a caso. Rosario Livatino non solo era un magistrato che conosceva i segreti dei clan, era soprattutto un magistrato che da dieci anni faceva il suo dovere. La morte di un giudice incorruttibile è stata segnata al km 10 della statale Caltanissetta-Agrigento, una veloce che somiglia ad un otto volante, incroci ad alto rischio, un mazzo di fiori sempre freschi dietro ogni curva. Sono le nove di un mattino di settembre in Sicilia, il sole picchia sui tendoni di plastica che coprono le vigne delle campagne intorno alla Valle dei Templi. Non voleva la scorta Il giudice parte da Canicattì come ogni giorno per andare in tribunale ad Agrigento. Nel paese abita con l’anziana madre. Fa su e giù così da sempre. Stesso orario, stessa strada, stessa sosta al rifornimento per un caffè. Un abitudinario che non voleva nemmeno due poliziotti come angeli custodi. Mamma si preoccupa appena vede una divisa, meglio viaggiare soli, ripeteva da anni ai suoi colleghi che stavano in ansia per lui. E anche ieri mattina eccolo sulla sua Ford Fiesta colore amaranto, sulla strada per il capoluogo, sulla strada della morte. Ad Agrigento doveva giudicare i mafiosi di Palma di Montechiaro, un esercito di boss che a mezzogiorno avrebbero dovuto probabilmente preparare le valigie e partire per il confino. Un processo come tanti, né più e né meno pericoloso degli altri che Rosario Livatino aveva istruito quando lavorava come sostituto procuratore. Il bivio per salire sulla Rupe Atenea, e imboccare poi il vicolo per il tribunale, era a soli sei chilometri quando la Fiesta del giudice è affiancata da un’altra automobile. Sembra un sorpasso un po’ azzardato, ma solo un sorpasso. L’auto è una Uno bianca che improvvisamente sbanda, che stringe verso destra, che sfiora la Fiesta del giudice. E’ un attimo, qualcuno spara. La canna di una mitraglietta esce dal finestrino, dietro arriva una motocicletta. L’agguato sulla strada dura, spiegheranno poi quelli della scientifica, non più di novanta secondi. Novanta terribili secondi dove Rosario Livatino vede in faccia i suoi assassini. La mitraglietta fa sei o sette buchi sulla fiancata sinistra della Fiesta, una pallottola colpisce il giudice alla spalla. E’ ferito, è solo contro i suoi assassini. Non fa in tempo ad impugnare il suo revolver, non ce la fa ad infilare la mano fino sotto il sedile. Non c’è tempo, non può usare una mano per prendere l’arma. Rosario Livatino riesce incredibilmente ancora a ragionare, riesce a capire che forse può salvarsi senza rispondere al fuoco. Frena, sbatte contro il guardrail, ingrana la retromarcia. Sta tentando di fuggire ai killer sulla Uno, non sa che dietro di lui ci sono altri due sicari su una Honda. La sua auto è bloccata, lui sembra in trappola. Ecco, adesso i macellai della mafia scendono dall’auto e dalla moto. Sono tutti armati, sono pronti ad uccidere quel giovane e minuto magistrato di trentotto anni che sta di fronte a loro. Che aspettano a finirlo? Perché non sparano? un’indecisione, solo un secondo immobili con le dita sul grilletto di mitraglie e pistole a tamburo. Il giudice intuisce che ce la può fare, che può salvarsi. Salta il guardrail che sarà alto un metro, vede il burrone e si butta giù. Questo drammatico racconto dell’agguato e dell’inseguimento sotto la scarpata sarà ricostruito ai poliziotti da un testimone oculare. Un testimone che ha visto tutto, uno che non ha paura di parlare. Ha descritto i volti dei killer, nei laboratori di polizia scientifica stanno già ricostruendo i loro identikit. Gli investigatori naturalmente non forniscono l’identità del testimone, dicono che è un signore del Nord che casualmente ha assistito al massacro. Un uomo che viaggiava sulla statale 640 a bordo della sua auto dotata di radiotelefono. E’ stato lui a lanciare l’allarme, a raccontare ogni particolare ai primi magistrati che risalivano la veloce verso Caltanissetta. L’agonia di Rosario Livatino è durata forse quattro minuti. La disperazione lo fa correre in fondo al burrone. Settanta metri, ottanta metri, cento metri. Perde sangue dalla spalla sinistra, scivola, inciampa nei massi che si nascondono sotto gli arbusti. E i killer dietro. Che rotolano anche loro all’inseguimento del loro uomo, alla caccia della loro vittima. Immaginatevi il terrore del povero giudice, immaginatevi i suoi pensieri mentre scivolava in fondo alla valle. Con quelli che sparavano, che urlavano, che lo volevano morto a tutti i costi. Per fuggire alcune volte bisogna avere molto coraggio, al suo posto chissà quanti di noi non lo avrebbero avuto, chissà quanti di noi sarebbero rimasti fermi, paralizzati dalla paura, dice il questore Faranda ai suoi uomini che stanno ricostruendo su un foglio bianco la dinamica dell’omicidio. Un coraggio che a Rosario Livatino è servito fino al fiume asciutto, fino dietro una collinetta che sembra franare da un momento all’altro. L’hanno preso. Lo circondano e sparano. Sparano, sparano, sparano. L’esperto di balistica un paio di ore dopo l’esecuzione dirà: Hanno usato almeno tre armi, i colpi mortali sono stati sei. Una mitraglietta calibro 12, una pistola automatica calibro 9 parabellum, un revolver. E il colpo di lupara finale. Come se volessero lasciare la firma con la loro arma preferita. Quasi dieci minuti prima della morte del giudice sulla statale 640 erano passati quattro gipponi pieni di poliziotti, cento agenti scelti del nucleo anticrimine in missione, guarda caso, nel paese di Palma di Montechiaro. La cronaca del dopo omicidio è stata quella di sempre quando c’entra la mafia. L’auto abbandonata e bruciata in un viottolo di contrada San Giuseppuzzu, la moto in fiamme qualche centinaia di metri più in là. Ma nella fretta questa volta i killer hanno dimenticato dentro la loro Uno una pistola, la calibro 9 parabellum. E’ l’unica traccia che hanno lasciato in questa azione di guerra contro lo Stato italiano. Una sfida ad armi impari, sicuri dell’impunità, forti del loro potere e della debolezza degli avversari. Uomini come Rosario Livatino, soli, indifesi, facili bersagli. Piange il procuratore aggiunto di Palermo Elio Spallitta che ad Agrigento è stato procuratore per sei anni. Piange davanti a quel lenzuolo bianco. Nessuno è mai riuscito ad imporgli la scorta, nemmeno un’auto blindata. Spallitta è giù nella scarpata insieme al procuratore Giammanco. Uno piange, l’altro non ha la forza di parlare. Dietro c’è Falcone con tutta la sua scorta. Falcone sembra molto provato, ha anche lui gli occhi lucidi, ha anche lui un nodo che gli stringe la gola. Alle dieci del mattino la valle che è diventata la tomba del giudice Livatino è percorsa dallo stato maggiore dell’antimafia siciliana. Ci sono i magistrati e il fior fiore degli investigatori di Palermo, quelli di Agrigento, di Caltanissetta. Il giudice Falcone cammina e tutti gli altri gli vanno dietro. E’ lui che torna a guardare da vicino la Fiesta, a sfiorare i buchi delle pallottole, a dare un’occhiata a terra. E poi eccolo scendere ancora nella scarpata. Ancora su, ancora giù. Forse i suoi occhi trovano quello che altri non vedono. Gli uomini della scorta lo seguono come ombre. Lui, Falcone, non fiata. L’inchiesta è della procura di Caltanissetta, arriva sulla statale 640 il sostituto Ottavio Sferlazza. Perchè il vostro giovane collega è morto? Chi l’ha ucciso? Perchè? Il processo ai capi clan I ragionamenti investigativi portano tutti a Palma di Montechiaro e alla ferocia dei suoi boss. Il giudice Livatino doveva decidere oggi la sorte di 15 capiclan, doveva decidere se potevano restare nei loro covi di Palma o finire al soggiorno obbligato in qualche paesino fuori dalla Sicilia. Il delitto potrebbe essere preventivo e dimostrativo, spiegano i magistrati. Ma aggiungono enigmaticamente che questo non basta. Significa che c’è, che ci può essere dell’altro. Che la mafia di Palma ha fornito magari solo i suoi sicari, che l’ordine potrebbe essere partito forse da Canicattì, la capitale della mafia agrigentina. Ipotesi, supposizioni, tentativi di decifrazione. Il giudice morto di inchieste antimafia ne aveva fatte centinaia fino all’anno scorso, prima di passare in tribunale, prima di lasciare il piccolo ma efficiente pool della procura. Pubblico ministero al primo maxi processo di Agrigento, decine di indagini su delitti di mafia, traffici di armi, uccisioni di carabinieri. Un uomo di prima linea. Dove le seconde o le terze linee non ci sono, dove chi fa il mestiere di giudice sta da una parte o dall’altra. Dalla parte di Rosario Livatino sono sempre stati due suoi amici, Roberto Sajeva e Fabio Salamone. Il primo fa il sostituto, il secondo era giudice istruttore. Come fantasmi si aggirano nelle campagne che la statale 640 attraversa. Con il dolore sulla faccia, con l’emozione di chi ha perso per sempre qualcuno e qualcosa. Anche loro hanno visto il lenzuolo, la bandiera bianca che copriva il cadavere di un magistrato. Anche loro a sera sono saliti su all’ospedale e poi in prefettura per ricevere il presidente Cossiga. Parlavano tra loro Sajeva e Salamone. Parlavano a voce alta. Diceva Sajeva: Forse tra tre mesi mollerò tutto, non voglio andare un giorno al lavoro per essere ammazzato. E rispondeva Salamone: Ho la sensazione di non lavorare per lo Stato ma per un privato. Davanti a loro il Presidente baciava una donna disperata, la mamma del giudice ucciso. Grazie, grazie presidente. E Cossiga, immobile di fronte alla donna: Sono io che devo chiedere perdono.

'Applicava solo la legge non meritava questa fine'

La Repubblica del 22 settembre 1990

AGRIGENTO – Il giudice Rosario Livatino, trentotto anni, era entrato giovanissimo in magistratura, quando non aveva compiuto ancora i ventisette anni. Un vero ragazzo prodigio. Figlio unico di una possidente famiglia di Canicattì, Rosario Livatino si era laureato in giurisprudenza con 110 e lode ed aveva subito superato il concorso per entrare in magistratura. I primi anni della sua carriera li trascorse alla Procura della Repubblica di Caltanissetta poi ottenne il trasferimento alla Procura della Repubblica di Agrigento. Nel suo lavoro ci credeva, i suoi colleghi lo stimavano per la sua alta professionalità, rigorosità e conoscenza del problema mafioso nell’ Agrigentino. Non era fidanzato, si era buttato anima e corpo nella sua missione di magistrato. "Stasera mio figlio non tornerà più a casa, Rosario se ne è andato per sempre" dice l’ anziano padre, Vincenzo, 75 anni. "Mio figlio non doveva essere ucciso non se lo meritava, era un magistrato onesto che applicava la legge e basta. Povero figlio mio è morto nel pieno della giovinezza. Non era sposato, non ci aveva ancora pensato, per lui dice tra le lacrime il padre non esisteva altro che il lavoro, il suo ufficio dal quale non si assentava mai". – f v

Diffamati in Parlamento e la mafia pensa a eliminarli

di Franco Coppola
La Repubblica del 22 settembre 1990

ROMA – L’ assassinio del collega Rosario Livatino è la prova dolorosa dell’ assoluta inefficienza dello Stato contro il fenomeno mafioso. Il presidente dell’ Associazione nazionale magistrati, Raffaele Bertoni è turbato e furibondo nello stesso tempo. Sta commentando con il cronista le prime misure straordinarie per la giustizia approvate l’altra sera dal governo su proposta del ministro della Giustizia e le ha appena definite provvedimenti rachitici e senza respiro, insoddisfacenti e insufficienti, quando arriva la notizia da Palermo. L’anziano magistrato, conosciuto soprattutto per la passione che ha sempre messo sia nella professione sia nell’ attività sindacale della categoria, è commosso: La morte di Livatino colpisce al cuore ciascuno di noi. Nel suo nome, rinnoviamo la nostra fedeltà alle istituzioni democratiche e il nostro impegno di lavoro a difesa della collettività. Poi, batte i pugni sul tavolo: Ancora una volta un giudice paga con la sua vita le inerzie, le esitazioni, i timori del potere politico di fronte all’ assalto della criminalità mafiosa. Bertoni, come sempre, non ha peli sulla lingua: Ci saranno adesso le solite lacrime di coccodrillo, ma la magistratura non sa che farsene. Essa si stringe tutta intorno ai familiari del collega ucciso, ma nello stesso tempo torna a denunciare con rinnovata fermezza l’irresponsabile inerzia del potere politico riguardo ai problemi della giustizia e alla lotta contro la criminalità. Il presidente dell’ Anm non si ferma qui; per quanto riguarda infatti le misure straordinarie approvate dal Consiglio dei ministri, il suo commento è di segno nettamente negativo: Fatti come questo dovrebbero indurre il governo e varare un vero e proprio piano per la giustizia. Non si può pensare di risolvere i problemi sul tappeto imponendo soltanto sacrifici ai giudici, obbligandoli a trasferimenti senza il loro consenso e a lunghe permanenze in sedi disagiate. I magistrati possono anche essere disposti a sacrificarsi nell’ interesse generale, ma debbono essere messi in condizione di poter lavorare. Non si può pretendere che continuino a sacrificare esigenze elementari e anche la vita. I giudici hanno anche bisogno di tranquillità e di sicurezza. Hanno bisogno del consenso sociale o almeno della fiducia di coloro che rappresentano lo Stato. Non si può pretendere nulla da loro, finchè si perpetua l’ abitudine a denigrarli e a diffamarli, finchè in Parlamento continueranno le interrogazioni contro i magistrati del Mezzogiorno, magari ispirate dai mafiosi locali. E’ certo perciò che i problemi non si risolvono coi provvedimenti varati dal governo. Per fare davvero qualcosa sarebbe in primo luogo necessario mettere a disposizione della giustizia adeguati stanziamenti finanziari. Non si possono fare le nozze con i fichi secchi. A quanto sembra però il governo non ha nessuna intenzione di aumentare i fondi per la giustizia. Al Consiglio superiore della magistratura é appena cominciata la prima seduta della sezione disciplinare, il tribunale dei magistrati, quando si apprende la notizia dell’ uccisione di Livatino. La seduta viene immediatamente interrotta e una delegazione guidata dal vicepresidente Giovanni Galloni parte per Agrigento per rendere omaggio alla salma del magistrato assassinato per poi trasferirsi a Palermo e partecipare alla riunione in prefettura. Tra le pratiche lasciate in eredità dal vecchio al nuovo Consiglio c’ è anche quella riguardante cinque magistrati di Agrigento messi sotto inchiesta disciplinare dopo la denuncia fatta al Maurizio Costanzo show dal giudice milanese Francesco Di Maggio. Denuncia riguardante la richiesta dell’ allora Pm Rosario Livatino di mandare al soggiorno obbligato i sette fratelli Rabisi, commercianti d’ olio in odore di mafia e pericolosi per l’ incolumità del paese. I giudici di Agrigento, per tre volte investiti del caso, risposero: Non sussistono motivi di particolare gravità. Tra le correnti della magistratura, sull’ uccisione di Livatino si fa sentire Magistratura democratica, la corrente di sinistra, con un comunicato firmato dal suo presidente Giovanni Palombarini, membro del Csm, e dal segretario nazionale, Franco Ippolito. Il delitto è stato perpetrato in una fase in cui le forze di governo hanno determinato una caduta dell’ impegno complessivo nella risposta alla criminalità organizzata, è scritto nel documento, Tale arretramento è pienamente imputabile alla colpevole assenza di volontà politica nel debellare forme di criminalità che, specie nelle regioni meridionali, si sono rivelate funzionali a consistenti parti del sistema di potere economico-politico dominante. Alfredo Galasso, ex componente del Csm, avvocato di parte civile al maxiprocesso di Palermo, solleva il problema della scorta: Quando si abbassa la guardia nella lotta alla mafia, Cosa nostra ritorna a colpire contando ancora una volta sull’ impunità. Livatino è morto in solitudine. Perchè non aveva la scorta? Bisogna discutere con quali criteri ed a chi vengono assegnate le scorte. E’ una domanda che ha dietro il senso di una latitanza reale dello Stato rispetto alle declamazioni quotidiane di impegni mai realizzati.