Antonino Saetta

Primo magistrato giudicante assassinato dalla mafia

Autore: Carmelo Sciascia Cannizzaro
Edizioni Paoline

La scheda

Era la sera del 25 settembre 1988. Sulla strada statale 640 che conduce da Agrigento a Palermo, un agguato di mafia crivellò con 46 proiettili Antonino Saetta, Presidente della prima sezione della Corte di Appello e suo figlio, mentre in auto tornavano a Palermo.
Una triste storia di mafia. Il giudice, sentendosi in pericolo durante quel processo, aveva chiesto di essere trasferito ad altra Corte d’Appello, ma la sua richiesta non venne accettata per la necessità della sua presidenza proprio in quel luogo e in quel processo per il suo equilibrio e il suo amore per la giustizia. Aveva obbedito, pur vivendo nel timore della morte violenta, e aveva condotto a termine quella fase del gravissimo e difficile processo con coscienza e col suo scrupolo abituale.
Non lasciava trapelare le sue preoccupazioni ma quel giorno stesso dell’agguato, in famiglia lo notarono più pensieroso del solito. Forse era stato avvertito da oscure minacce.

"Chi ha dimenticato il giudice martire?" (Avvenire)

LA GRANDE SETE IN SICILIA FINIRA' NEL 2015

Di Leonardo Sciascia
(1968)

È ormai un luogo comune che la Sicilia è terra di contrasti, di contraddizioni, di incongruenze, di paradossi. Ma in queste immagini   il termine della contraddizione, del paradosso, non è il mulo ma l’automobile, se considerati come simboli – rispettivamente – di una situazione effettuale e di una aspirazione finora vaga e vana. Un’economia agraria tra le più arretrate d’ Europa, forse la più arretrata; e il sogno dell’industrializzazione: questa è oggi la Sicilia. Di questi paesi dell’interno un tempo si diceva che vivevano di agricoltura. Oggi si può dire che di agricoltura muoiono, e sopravvivono soltanto per le rimesse degli emigranti e le pensioni di vecchiaia e inabilità che lo Stato ed altri enti avaramente elargiscono.
L’isola ha tanti problemi. Ma quasi tutti si collegano al problema dell’acqua. L’acqua contesa fino alla violenza e al delitto. L’acqua che si perde nei meandri della burocrazia e della mafia. La gente di ciò ha coscienza: sa, come proverbialmente si dice, dove e come l’acqua si perde. La disponibilità attuale dell’acqua in Sicilia è di 165 litri al giorno contro una media nazionale di 250- media comprendente i depressi livelli del sud. La disponibilità normale al nord è di oltre 400 litri al giorno.

Nella classifica delle regioni per numero di abitanti con insufficiente disponibilità idrica, la Sicilia è al primo posto seguita dalla Puglia. Un tempo la Sicilia era celebrata anche nelle sue acque: i poeti greci, i poeti arabi, il poeta Antonio Veneziano che, nel 500, esaltò l’idrografia siciliana nella marmorea rappresentazione di quella fontana pretoria oggi asciutta nella piazza dove sorge il municipio di Palermo.
La Sicilia ricca d’ acque è ormai come un miraggio. Un miraggio la Fonte Aretusa nel cuore dell’antica Siracusa, così pure miraggi i fiumi mitici della stessa città, il Ciane e l’Anapo, cantati da Salvatore Quasimodo. In questi fiumi crescono i famosi papiri del tempo classico, piante che hanno bisogno di una grande quantità d’acqua. E ancora miraggio le bagnanti dei mosaici di Piazza Armerina.

Più reale è questa Sicilia arida, percorsa in questa valle dalle acque del fiume Salito, stente e brucianti. Il Salito: un fiume che inaridisce invece di suscitare rigoglio, un fiume che nasce tra i giacimenti di sale – salgemma e sale potassico- di questa zona della Sicilia in cui la tecnica è arrivata soltanto per strappare il minerale e non per desalinizzare le acque che darebbero vita alla terra. Un itinerario lungo, ossessivo, un viaggio quasi senza speranza. Più di diciotto chilometri sono lunghi i tralicci che permettono alla teleferica di convogliare il materiale allo stabilimento di Campofranco, dove un grande bacino artificiale raccoglie le acque del Platani. Una produzione di 250 tonnellate di solfato potassico. Ma cosa resta alla Sicilia?


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Livatino e i diritti umani

"(…) La tempestività, così come l’osservanza dei parametri di indipendenza e imparzialità, dipende sia da fattori obiettivi – buone leggi, codici non farraginosi, organizzazione degli apparati, ecc. – sia da fattori che attengono alle qualità personali dei giudici: senso della legalità, competenza tecnica, rigore morale, incorruttibilità, consapevolezza di esercitare il massimo dei poteri, qualcosa che somiglia, quanto meno metaforicamente, ad un diritto di vita o di morte sulle persone. Per i magistrati occorre una marcia in più: la particolare sensibilità che discende dall’interiorizzazione del codice universale dei diritti umani. All’interno della scuole di specializzazione forense deve essere dato maggiore rilievo alla conoscenza ’interdisciplinare’ di questa materia.

Anche in questo campo deve funzionare una pedagogia del giudicare e, come per qualsiasi disegno educativo e formativo degno di questo nome, lumeggiare e seguire l’esempio è essenziale: tra gli altri esempi, che sono numerosi, quello di Rosario Livatino, il giudice ragazzino assassinato da un commando della mafia il 21 settembre del 1990.

Tutti i magistrati devono essere consapevoli di essere ’difensori dei diritti umani’, valgono anche per loro le garanzie proclamate dalla Dichiarazione delle Nazioni Unite "sul diritto e la responsabilità degli individui, dei gruppi e degli organi della società di promuovere e proteggere i diritti umani e le libertà fondamentali universalmente riconosciuti". Questa Magna Charta dei difensori dei diritti umani accomuna i magistrati alla schiera dei ’persuasi’, anche dei più umili, i quali operano per gli ideali di giustizia buona e giusta, riassumibili in: ’tutti i diritti umani per tutti".

Il prof. A. Papisca commenta i trenta articoli della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani in occasione del 60º anniversario dell’adozione del documento da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (10 dicembre 1948) (via La Voce di Fiore).

Antimafia: Preti Palermo, Azione Chiesa Sia Piu' Diretta

(AGI) – Palermo, 5 dic. – "La Chiesa, attraverso le sue autorita’ ecclesiastiche, dovrebbe appoggiare i movimenti antimafia non solo indirettamente, ma anche attraverso la partecipazione attiva dei propri rappresentanti". E’ l’invito lanciato da padre Michele Stabile durante la conferenza sul tema "Antimafia della Chiesa", organizzata a Palermo dal Centro studi Pio La Torre nell’ambito del progetto educativo antimafia rivolto a quarantaquattro scuole medie superiori della Sicilia. "Fino ad adesso ci si e’ limitati a dichiarazioni di sostegno. Serve invece -ha detto padre Stabile- una presa di posizione forte, netta, contro la criminalita’ mafiosa, non limitata ai pochi esempi di lotta attiva come padre Pino Puglisi e don Peppe Diana. E’ una delle ragioni per cui abbiamo chiesto che venga creata all’interno della Conferenza episcopale siciliana un osservatorio sulla mafia". E padre Nino Fasullo ha chiesto che i vescovi siciliani organizzino "un convegno sui rapporti tra la mafia e la Chiesa e sulle misure di contrasto che le autorita’ ecclesiastiche hanno attuato e dovranno adottare in futuro. La Chiesa siciliana non ha mai avviato una riflessione seria su questo tema. Spesso infatti vi e’ stata da parte della curia siciliana una difficolta’ ad affrontare il problema".

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Consegnato a Mons. Vincenzo Paglia il premio "Obiettivo Legalità 2008" alla memoria di Mons. Cataldo Naro. Il testo dell’intervento del vescovo di Terni-Narni Amelia.

Agli aspiranti preti lezioni su Cosa nostra

Di Alfio Sciacca, Corriere della Sera del 17 novembre ’08
PALERMO – Non è più tempo di reticenza o, peggio ancora, di complicità. La chiesa siciliana si ritiene fortemente impegnata sul fronte della lotta alla mafia e dunque non può che educare i suoi pastori a comportarsi di conseguenza. Per questa ragione l’ arcivescovo di Palermo, monsignor Paolo Romeo, si è convinto che era giunto il momento di far entrare anche nei seminari l’ insegnamento della storia della mafia e dell’ antimafia. Per la prima volta in Italia 40 futuri preti della diocesi di Palermo hanno cominciato a frequentare un ciclo di incontri per studiare l’ evoluzione che ha avuto il fenomeno mafioso, qual è stata l’ azione di contrasto delle istituzioni e, soprattutto, quali sono gli insegnamenti della chiesa nei confronti della mafia. Un’ iniziativa rivoluzionaria per la città in cui don Pino Puglisi venne ucciso proprio perché non aveva accettato di girare la testa di fronte all’ arroganza mafiosa scuotendo la Chiesa siciliana che nella sua storia ha spesso peccato quanto meno di ignavia. Il calendario degli incontri e dei temi da affrontare sono stati preparati dal rettore del seminario, monsignor Raffaele Mangano e da don Michele Stabile, parroco della chiesa di Bagheria. «È importante che i seminaristi abbiamo una formazione completa in questo campo – spiega il rettore – perché quando avranno la responsabilità di una parrocchia non si trovino smarriti scontrandosi col fenomeno mafioso. Dobbiamo avere la consapevolezza che essere sacerdoti a Palermo non è lo stesso che esserlo a Milano». Don Michele Stabile osserva che «su molti aspetti del fenomeno mafioso non c’ è una buona informazione e il giudizio negli ambienti ecclesiastici spesso si basa su luoghi comuni o articoli di giornali. Inoltre la riflessione che si era aperta nella Chiesa dopo l’ uccisione di don Pino Puglisi si è un po’ fermata. Bisogna evitare di abbassare la guardia». Singolare anche la scelta dei relatori chiamati a tenere le lezioni antimafia per i seminaristi. Non solo uomini di chiesa ma anche sociologi ed esperti del fenomeno. A tenere uno dei primi incontri è stato anche Umberto Santino, responsabile del centro di documentazione dedicato a «Peppino Impastato». La prossima lezione, affidata alla sociologa Alessandra Dino, sarà su ruolo della donna all’ interno di Cosa Nostra e sulla religiosità degli uomini d’ onore. Don Michele Stabile non si ferma qui è spera che anche «presso la conferenza episcopale venga istituito un osservatorio permanente sul fenomeno mafioso».

Rapporto sulle coste siciliane

«1039 chilometri di coste – 440 sul mare Tirreno, 312 sul mare d’Africa, 287 sullo Ionio: ma questa grande isola del Mediterraneo, nel suo modo di essere, nella sua vita, sembra tutta rivolta all’interno, aggrappata agli altipiani e alle montagne, intenta a sottrarsi al mare e ad escluderlo dietro un sipario di alture o di mura, per darsi l’illusione quanto più possibile completa che il mare non esista (se non come idea calata in metafora nelle messi di ogni anno), che la Sicilia non è un’isola.

Che è come nascondere la testa nella sabbia: a non vedere il mare, e che così il mare non ci veda. Ma il mare ci vede. E sulle onde porta alle nostre spiagge invasori d’ogni parte e d’ogni razza. E porta, continuo flagello per secoli, i pirati algerini che devastano, depredano, rapiscono.

Il mare è la perpetua insicurezza della Sicilia, l’infido destino; e perciò anche quando è intrinsecamente parte della realtà, vita e ricchezza quotidiana, il popolo raramente lo canta o lo assume in un proverbio, in un simbolo; e le rare volte sempre con un fondo di spavento più che di stupore. "Lu mari è amaru’" (Il mare è amaro). "Loda lu mari, e afferrati a li giumarri‘"(Loda il mare, ma afferrati alle corde). "Cui po’ jiri pri terra, nun vaja pri mari" (Chi può andare per terra, non vada per mare). "Mari, focu e fimmini, Diu nni scanza" (Mare, fuoco e donne, Dio ci salvi). "Cui nun sapi prigari, vaja a mari" (Chi non sa pregare, vada a mare). E non è, quest’ultimo proverbio, dettato dalla meraviglia e dal rapimento: chi andrà a mare non apprenderà a pregare nel senso della lode, ma nel senso della paura e della superstizione…»

Leonardo Sciascia

[1968]