21 settembre 1990 – 21 settembre 2008

Quel modello di magistrato (GdS, 20 sett. 08)Alfano Angelino, Quel modello di magistrato, "Giornale di Sicilia" del 20 settembre 2008.

Livatino, 18 anni dopo (GdS 20 sett. '08)Livatino, 18 anni dopo è l’ora del ricordo, "Giornale di Sicilia" del 20 settembre 2008.

'Rosario Livatino ora è vivo più che mai'«Rosario Livatino ora è vivo più che mai», "Giornale di Sicilia" del 22 settembre 2008.

LIVATINO 18 ANNI DOPO, IN MEMORIA DI UN GIUDICE SCOMODO

(AGI) – Agrigento, 20 set. – Il giudice Rosario Livatino fu ucciso 18 anni fa, senza pieta’, da un commando mafioso. La sua figura oggi viene rievocata al palazzo di giustizia di Agrigento, nel corso di un convegno su "Sicurezza, garanzie e processo penale", alla presenza del guardasigilli Angelino Alfano e del presidente dell’Anm Luca Palamara. Domani, giorno dell’anniversario, alle 10.30 una messa nella sua Canicatti’.
  Erano passate da poco le 8.30 quella mattina del 21 settembre 1990. Rosario Livatino, che il 3 ottobre avrebbe compiuto 38 anni, a bordo della sua Ford Fiesta di colore rosso, da Canicatti’, dove abitava, si stava recando al tribunale di Agrigento.
  Come sempre, stava percorrendo i duecento metri del viadotto San Benedetto, a tre chilometri dalla citta’ dei templi, quando una Fiat Uno e una motocicletta di grossa cilindrata lo hanno affiancato costringendolo a fermarsi sulla barriera di protezione della strada statale. I sicari, almeno tre, con altri due complici autisti, hanno sparato numerosi colpi di pistola. Alcuni proiettili hanno infranto il lunotto posteriore della Fiesta. Rosario Livatino ha tentato una disperata fuga, ha innestato la marcia indietro per fuggire, ma e’ stato inseguito e bloccato. Ha allora aperto lo sportello di destra cercando scampo nella scarpata sottostante. Colpito da due proiettili alla spalla destra ha continuato a correre, ma i killer lo hanno tallonato sparando altri colpi. Dopo un centinaio di metri e’ caduto. I sicari gli hanno scaricato addosso altri quattro colpi di pistola, due al braccio destro, uno alla tempia destra ed un altro in bocca. E sono fuggiti.
  Dopo l’agguato, sul viadotto San Benedetto, sono arrivati subito i colleghi del giudice assassinato; da Palermo anche l’allora procuratore aggiunto Giovanni Falcone, e da Marsala il procuratore della Repubblica Paolo Borsellino.
  Per la morte di Rosario Livatino, di cui e’ in corso la causa di beatificazione, sono stati individuati, grazie al supertestimone Pietro Ivano Nava, i componenti del commando omicida e i mandanti, tutti condannati all’ergastolo, con pene ridotte per i collaboranti. Secondo la sentenza, Livatino venne ucciso perche’ "perseguiva le cosche mafiose impedendone l’attivita’ criminale, laddove si sarebbe preteso un trattamento lassista, cioe’ una gestione giudiziaria se non compiacente, almeno, pur inconsapevolmente, debole, che e’ poi quella non rara che ha consentito la proliferazione, il rafforzamento e l’espansione della mafia". Gli stiddari vollero uccidere un giudice non condizionabile per lanciare un segnale di potenza a Cosa nostra. Ma la sua terribile fine ando’ incontro agli interessi di chi si muoveva in modo oscuro nella politica e nell’economia: nella sua attivita’, infatti, si era occupato di quella che sarebbe esplosa come la ‘Tangentopoli siciliana’ e aveva messo a segno numerosi colpi nei confronti della mafia dell’agrigentino, di Porto Empedocle e di Palma di Montechiaro, anche attraverso lo strumento della confisca dei beni.
  La storia di Livatino e’ stata raccontata da Nando dalla Chiesa nel libro "Il giudice ragazzino", titolo che riprende la definizione attribuita a Francesco Cossiga: "Livatino e la sua storia sono uno specchio pubblico per un’intera societa’ e la sua morte, piu’ che essere un documento d’accusa contro la mafia, finisce per essere un silenzioso, terribile documento d’accusa contro il complessivo regime della corruzione".
 Giovanni Paolo II, pensava anche al magistrato, che una volta defini’ "martire della giustizia e indirettamente della fede", quando da Agrigento il 9 maggio del 1993 lancio’ il suo anatema contro i mafiosi: "Nessuna organizzazione criminale, mafia, puo’ condizionare la vita di un popolo. Convertitevi! Un giorno verra’ il giudizio di Dio". (AGI)

Il ricordo della politica

MAFIA: CASCIO, LIVATINO HA SACRIFICATO VITA PER ESTIRPARLA DA SICILIA 
Palermo, 20 set – ”Un giovane magistrato che ha sacrificato la propria vita per estirpare da questa terra il cancro della mafia”. Lo ha detto il Presidente dell’Ars Francesco Cascio ricordando la figura del giudice Rosario Livatino, ucciso dalla mafia. ricordando c he e’ stato ”un uomo che ha saputo coniugare tenacia ed equilibrio nell’esercizio dell’azione giudicante”.
”Prendiamo esempio – aggiunge Cascio – dal suo coraggio e dalla sua umilta’. Impegniamoci senza tregua ad estirpare dalla nostra terra ogni radice marcia, per far germogliare invece semi di speranza, affinche’ ci sia un futuro di liberta’ e di prosperita’, dove non c’e’ posto per i mafiosi, in nessun stato e grado della societa’ siciliana”. (ASCA)

MAFIA: VIZZINI, SENATO APPROVI SUBITO INASPRIMENTO 41 BIS

Palermo, 20 set. – “Nel ricordo di Livatino chiedero’ la prossima settimana in Senato l’urgente esame e l’approvazione del disegno di legge per inasprire il carcere duro, firmato oltre che da me dal capogruppo del Pdl in Senato Gasparri”. Lo afferma il senatore del Pdl Carlo Vizzini, presidente della commissione Affari costituzionali e rappresentante speciale Osce per la lotta alle mafie transnazionali, nel diciottesimo anniversario dell’uccisione del magistrato Rosario Livatino. “Un eroe buono che svolgeva il suo lavoro senza pregiudizi, con rigore e senza troppo clamore. Rispettiamo la sua memoria ed il suo impegno – aggiunge – lavorando per cancellare l’immagine di quella politica che allora come oggi critica e deride in privato lo zelo e l’impegno antimafia e poi magari si va vedere alle commemorazioni”. (AGI)

LUMIA, LIVATINO UCCISO PERCHE’ TOCCO’ INTRECCI CON POLITICA
Palermo, 19 sett – ”Rosario Livatino mori’ perche’ era un giudice integerrimo e capace che faceva il proprio dovere, come lo fanno oggi tanti magistrati impegnati contro la mafia in Sicilia e le altre organizzazioni criminali nel resto del Paese. Mori’ soprattutto perche’ con le sue inchieste era andato a toccare gli intrecci, ancora oggi vivi, fra mafia e politica”. Cosi’ il senatore del Pd Giuseppe Lumia, ex presidente della Commissione Antimafia, parla del giudice Rosario Livatino, il magistrato siciliano ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990.
”Ricordare oggi Livatino – agiunge Lumia – significa per la politica lavorare per garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, per darle le risorse e gli strumenti necessari perche’ svolga con sempre maggiore efficacia la propria azione. Ma significa anche non cercare sempre di screditare i magistrati impegnati in prima linea, come ha piu’ volte fatto qualche esponente delle istituzioni, nel passato come nel presente, solo per il fatto che portano avanti inchieste scomode per alcuni settori della politica”. (ASCA)