PREGHIERA PER I GIUDICI
(di Madre Teresa di Calcutta)
O Signore
ascolta la mia preghiera per i giudici.
Devono ascoltare molte storie:
dà loro orecchi per udire l’onesta verità.
Devono distribuire la giustizia come Re Salomone:
dà alle loro menti la necessaria saggezza.
Devono condannare crudeltà e ingiustizia:
dà loro misericordia e forza.
Devono prendere gli anni di quanti hanno agito male:
dà loro speranza per non indurre in disperazione
gli uomini che riceveranno il loro giudizio.
E Tu, Signore Gesù Cristo,
che sei e sarai, tra i giudici, il più grande
per sempre
nell’ottavo giorno del mondo
perdona i nostri peccati
e guidaci felicemente
alla casa del Padre.
Amen

“Essere uomini significa avvertire una responsabilità: vergognarsi alla vista di una necessità, anche quando è evidente che non se ne ha alcuna colpa”.

Hans Scholl, La rosa bianca

Fiamme accanto alla stele del giudice Livatino

Prima o poi doveva accadere. Le sterpaglie che da sempre proliferano irriguardose nei dintorni della stele eretta in memoria del giudice Rosario Livatino, nel tratto della statale 640 in cui venne assassinato il giudice, sono andate a fuoco.
Uno dei tanti roghi che da mesi i vigili del comando provinciale spengono, a volte anche a rischio della vita, ma un rogo che questa volta ha arrecato danni che fanno male. Le fiamme che hanno annerito decine di ettari nei dintorni di contrada Gasena, hanno rapidamente avvolto prima il cipresso posto alla destra della stele, poi la base della stessa, annerendola.
Solo il pronto intervento dei vigili ha impedito che il monumento eretto a spese dei genitori del magistrato assassinato il 21 settembre del 1990, venisse ancor più gravemente danneggiato. Alla resa dei conti il cipresso abbrustolito si potrà sostituire in fretta, la base della stele verrà certamente pulita quanto prima, ma c’è la netta sensazione che quanto accaduto nelle scorse ore sia il frutto della scarsa cura di chi, alla richiesta di bonificare la zona dalle sterpaglie, ha fatto orecchie da mercante.
Chi percorre giornalmente il tratto della strada statale 640 nel quale svetta il monumento, da mesi si chiede come sia possibile che un luogo meta quotidiana di decine di persone vogliose di adagiare un fiore sulla stele, possa essere circondato da un campo di erbacce pronte a prendere fuoco alla prima cicca di sigaretta che viene lanciata da un’auto in corsa.
Senza dimenticare un’altra stucchevole circostanza: la zona in cui venne ucciso Livatino viene pulita solo nell’imminenza dell’anniversario del delitto di mafia. Poi è come se in contrada Gasena non sia stato assassinato un servitore dello Stato, per il quale è anche in corso la pratica di beatificazione

Francesco Di Mare, La Sicilia del 20 luglio 2007

SPECIALE VIA D’AMELIO, 15 ANNI DOPO

L’ultima intervista a Paolo Borsellino

All’interno:
_Quel giorno in via D’Amelio. Il ricordo di Rita Borsellino.

_Lettera aperta di Salvatore Borsellino.

Quel giorno in via D’Amelio. Il ricordo di Rita Borsellino.
di Saverio Lodato

Lasciamo che sia lei, Rita Borsellino, a raccontare quel giorno di lacrime e sangue di quindici anni fa. E le nostre domande, inevitabilmente, risulteranno inadeguate alla drammatica sequenza di quel ricordo. La cronista d’eccezione, anche se questa cronaca avrebbe preferito non raccontarla, è lei: Rita Borsellino.

Lo fa per la prima volta. Dopo quindici anni. Per un giornale – L’Unità- al quale Paolo, pur essendo di altre idee, era affezionato.
E il lettore ci perdoni se non ricorreremo alla finzione di darci del lei.
Rita, dov’eri il 19 luglio 1992?
«Non ero a Palermo, ero nella mia casa di Trabia, nonostante in quel periodo ogni allontanamento da Palermo mi risultasse difficile. A Trabia non avevo il telefono, e l’idea di non poter sentire Paolo mi faceva stare male, mi metteva in agitazione. Ma in famiglia vigeva quasi un patto: provare a vivere una vita normale in un periodo in cui la vita di normale aveva ben poco. Per noi andare di sabato a Trabia era una consuetudine che non volevamo cambiare. E io quella settimana avevo un problema in più: la sistemazione di mia madre che abitava con me e non volevo lasciare sola».
Perché tua madre non venne a Trabia?
«Perché l’indomani Paolo l’avrebbe portata dal cardiologo, un amico di famiglia, disposto a visitarla di domenica. Risolsi il problema grazie a mio figlio Claudio che si offrì di restare con lei in via D’Amelio».
Era tanto forte quel patto che vi imponeva di non cambiare abitudini?
«Sì. Ma per la prima volta partiì a malincuore. Mi dicevo è tutto normale, tutto a posto: domani mattina Claudio arriva con il treno, e alla cinque di pomeriggio Paolo va a prendere mia madre e la porta dal cardiologo. Normale. Che motivo c’è – mi ripetevo- di cambiare abitudini? E la domenica iniziò a scorrere secondo copione: colazione, un po’ di sole in giardino, pranzo, e di pomeriggio saremmo andati a messa prima di tornare a Palermo…».
Quasi un presentimento della tragedia?
«Non lo so. Me lo chiedo ancora oggi. Ricordo però che avevo voglia di stare un po’ sola e andai in terrazza. Fu da lì che vidi una scena che mi turbò: i vicini di casa si avvicinarono al cancello per parlare con mio marito attraverso le sbarre…un attimo dopo vidi Cecilia, mia figlia, che si avvicinò a loro…dalla sua espressione mi resi conto che era accaduto qualcosa. Corsi giù per le scale e chiesi cosa fosse successo. Mio marito non rispose. Cecilia mi abbracciò: “non lo sappiamo neanche noi, accendiamo la televisione”. E mentre un attimo prima avevo pensato a mia madre, ora capìì che si trattava di Paolo».
Vi metteste tutti davanti alla televisione?
«Sì, un piccolo televisore che funzionava male…Ma per quanto male potesse funzionare lessi la scritta in sovrimpressione che parlava della morte di Paolo…».
Erano le immagini di via D’Amelio appena dopo l’Apocalisse.
«Già. Ma non me ne resi conto. Fu Cecilia a dire: “ma quella è casa nostra…”. Da quel momento in poi ricordo i silenzi. Nessuno disse nulla, non una parola. Non venne versata una lacrima. E tutti, molto freddamente, chiudemmo le imposte, recuperammo il cane, ci mettemmo in macchina, rientrammo a Palermo».
Quale fu il primo impatto con il luogo della tragedia?
«In via D’Amelio ci fermarono. Scendemmo dalla macchina. Suoni, rumori, odori, fumo, lamiere arroventate e accartocciate… Le riprese televisive avrebbero reso solo in minima parte quello che stavo provando dal vivo. Improvvisamente mi ritrovai sola… Il capo dei vigili urbani mi abbracciò e scoppiò a piangere. Solo allora mi resi conto che la scritta sul televisore di Trabia diceva la verità… Paolo non c’era più. Ricordo i vicini, che pur avendo ormai le case sventrate e avendo perduto un pezzo della loro vita, mi abbracciavano, cercavano di consolarmi. Fu quello il primo segnale di una Palermo che fino a quel momento non avevo conosciuto».
Cosa ricordi ancora in via D’Amelio?
«Una figura vestita di bianco che mi colpì come fosse una macchia di colore improvvisa: era Salvatore Pappalardo, il cardinale di Palermo, che era voluto venire a toccare con mano la tragedia. Poi si avvicinò il procuratore Pietro Giammanco. Per chiedermi se volevo vedere mio fratello. Risposi di no. Volevo conservare la vivacità del suo essere, non un immagine di morte e violenza. Ma risposi quasi con disagio perché capivo che forse avrei dovuto dire di sì. Marta invece, la più piccola delle mie figlie, che mi era accanto, si rivolse e a Giammanco e gli disse con determinazione: “io voglio vederlo”. Non dimenticherò mai l’espressione di Giammanco che la guardò con sufficienza più che compassione…».
Reagisti?
«Mi arrabbiai. Ho sempre riconosciuto ai miei figli capacità e diritto di scegliere. Dissi quasi con stizza: “se vuole, deve vederlo”. E fu così che Marta, accompagnata da un vigile, sparì in mezzo al fumo…un attimo dopo mi sentì in colpa, pensando che avrei dovuto accompagnarla…e pensavo a quanto avrei dovuto consolarla dopo. Invece accadde un fatto stupefacente…».
Stupefacente?
«È la parola esatta. Al suo ritorno Marta non piangeva, sorrideva. Mi mostrò le mani sporche di fumo, me le mise sul viso dicendomi: “mamma ho accarezzato lo zio Paolo”, ma aggiunse anche un’altra frase: “Lo zio Paolo sorride”. Pensai che Marta, nella sua infinita tenerezza, volesse consegnarmi un ricordo inesistente. Invece di quel sorriso avrei sentito parlare da altre persone, da Lucia, la figlia di Paolo, da Antonino Caponnetto, ma non solo. Chissà come, chissà perché era rimasta viva la caratteristica più bella di Paolo: sorridere anche nei momenti più difficili».
Tua madre, intanto?
«Non sapevo cosa le fosse successo. Vidi i buchi neri della mia casa e non sapevo cosa ne era stato di lei. Pian piano, attraverso le parole dei vicini, mi resi conto che era salva. Che qualcuno l’aveva portata via dall’inferno. Seppi che la bomba era scoppiata quando Paolo aveva suonato il campanello e ne dedussi che non si erano visti. Ero ansiosa di trovarla».
Come la trovasti?
«Con mio marito, i figli, il cane, iniziammo a girare per gli ospedali di Palermo. A “Villa Sofia” mi dissero che era passata di lì. All’”Ingrassia” seppi che il cardiologo, l’amico di Paolo, l’aveva portata a casa sua. Ma io non sapevo dove abitava il cardiologo. Ci volle qualche ora per scoprirlo. Mi chiesi cosa avrei dovuto dirle appena l’avessi incontrata. Il rapporto fra lei e Paolo era fortissimo».
Che ricordi di quell’incontro, in una giornata di per sé straziante?
«La vidi piccola, indifesa. Vestita a metà: una sottoveste e sopra una camicia. Strane ciabatte ai piedi. Le scarpe le aveva perse quando un vigile urbano l’aveva presa in braccio per portarla via. Con lei c’era mia sorella che quel giorno festeggiava il suo compleanno…».
Che vi diceste con tua madre?
«Fu lei a parlare. E mi sconvolse. Mi disse: “sai cosa è successo? Sai che con Paolo sono morti i suoi ragazzi della scorta? Vai a cercare le madri e ringraziale per il sacrificio dei loro figli”. Furono queste le sue parole. Dopo lo scoppio. Dopo l’incendio. Dopo essere stata portata via di casa. Quella frase avrebbe condizionato le mie scelte, la mia vita successiva. Mia madre aveva trovato il modo giusto: non pensare solo a se stessa, ma anche agli altri.
Ma la giornata non era ancora finita.
«Infatti. Andai a casa dei miei nipoti. La casa dove Paolo aveva abitato sino a quella mattina. Era aperta, piena di gente. Chi andava, chi veniva, chi piangeva. Incontrai Agnese, mia cognata, circondata da tantissime persone che le si stringevano attorno. Cercai i miei nipoti. Trovai Manfredi che parlava in maniera seria, matura, come se all’improvviso fosse diventato adulto. Ora si trattava di prendere decisioni. E mi sembrò all’altezza del compito. Trovai Lucia che ai miei occhi era sempre apparsa la più fragile. La vidi impassibile, calma, serena. Si occupava delle persone presenti, rispondeva al telefono».
Fiammetta invece era all’estero…
«Era in Thailandia. Raggiungerla non era facile. Con Lucia ci capimmo al volo: facevamo la guardia al telefono di casa aspettando che chiamasse, perché volevamo essere noi a comunicarle quello che era accaduto».
Ormai era davvero impossibile rispettare quel patto familiare che vi imponeva di fingere che tutto fosse sempre normale.
«È vero. Ma ne scattò subito un altro: nessuno di noi, in quella casa, avrebbe pianto. E nessuno pianse. E ci dicevamo: “non è il momento delle lacrime. È il momento di riflettere e capire come andare avanti”. Di quelle ore in casa di Paolo ricordo ancora la confusione, l’amara sensazione che fosse diventato importante passare da quel salotto… E per tanti, sedere sul divano, consolare Agnese, fu quasi un passaggio obbligatorio. Quasi un riconoscimento. Questo ci diede fastidio. Ricordo anche che arrivavano notizie del presidio a Piazza Politeama, di cortei…».
Dove trascorresti la prima notte dopo la tragedia?
«In casa di Paolo. Non riuscivo a staccarmi da quel luogo anche se ormai era diventata un’altra cosa. Manfredi chiuse a chiave lo studio di Paolo perché nessuno entrasse: era fastidioso sentire quella casa espropriata, quasi fosse diventata un luogo pubblico. L’aria era diventata irrespirabile. E con Manfredi, a un certo punto, decidemmo di fare una selezione su chi doveva salire. Poi, forse alle prime luci dell’ alba, ma non so dire esattamente che ora fosse, decisi di fuggire. Trovai ospitalità a casa dei miei suoceri».
Ormai era il 20 luglio 1992…
«E fu quello il momento più difficile. Quello in cui mi resi conto di ciò che significava davvero il fatto che Paolo non c’era più. Con Paolo ero la sorellina da proteggere. Senza Paolo ero un’altra cosa. Un’altra persona. Me ne sarei accorta nei giorni a seguire quando per me iniziò un’ altra vita. Senza Paolo. Ancora di più accanto a lui».
Vivi ancora in via D’Amelio.
«I miei figli mi diedero lezioni di coraggio e di coerenza. Ricordo ancora le parole di Claudio quando appena giunta in via D’Amelio mi lasciai scappare che non avrei più voluto vivere lì: “Ma sei pazza? Non possiamo andare via. Abbiamo il dovere di custodire questo luogo che adesso è diventato sacro”. Ecco perché abito ancora in via D’Amelio.
Proprio in questi giorni, Salvatore Borsellino , fratello di Paolo, ha scritto una dura lettera aperta per denunciare insabbiamenti e depistaggi nelle indagini. E anche qualche strana amnesia. Che ne pensi?
«Condivido in gran parte quanto ha scritto Salvatore. Quelle stesse cose le denuncio anche io da anni. Sono convinta che bisogna pretendere la verità e non accontentarsi solo di alcune verità».
Crediamo non ci sia nulla da aggiungere.

(da ItacaNews – l’Unità)

Lettera aperta di Salvatore Borsellino

Per anni, dopo l’estate del 1992 sono stato in tante scuole d’Italia a parlare del sogno di Paolo e Giovanni, a parlare di speranza, di volontà di lottare, di quell’alba che vedevo vicina grazie alla rinascita della coscienza civile dopo il loro sacrificio, dopo la lunga notte di stragi senza colpevoli e della interminabile serie di assassini di magistrati, poliziotti e giornalisti indegna di un paese cosiddetto civile.

Poi quell’alba si è rivelata solo un miraggio, la coscienza civile che purtroppo in Italia deve sempre essere svegliata da tragedie come quella di Capaci o di Via D’Amelio, si è di nuovo assopita sotto il peso dell’indifferenza e quella che sembrava essere la volontà di riscatto dello Stato nella lotta alla mafia si è di nuovo spenta, sepolta dalla volontà di normalizzazione e compromesso e contro i giudici, almeno contro quelli onesti e ancora vivi, è iniziata un altro tipo di lotta, non più con il tritolo ma con armi più subdole, come la delegittimazione della stessa funzione del magistrato, e di quelli morti si è cercato da ogni parte di appropriarsene mistificandone il messaggio.

Per anni allora ho sentito crescere in me, giorno per giorno, sentimenti di disillusione, di rabbia e a poco a poco la speranza veniva sostituita dalla sfiducia nello Stato, nelle Istituzioni che non avevano saputo raccogliere il frutto del sacrificio di quegli uomini, e allora ho smesso di parlare ai giovani convinto che non era mio diritto comunicare loro questi sentimenti, soprattutto che non era mio diritto di farlo come fratello di Paolo che, sino all’ultimo momento della sua vita, aveva sempre tenuto accesa dentro di se, e in quelli che gli stavano vicino, la speranza, anzi la certezza, di un domani diverso per la sua Sicilia e per il suo Paese.

Per anni allora non sono neanche più tornato in Sicilia, rifiutandomi di vedere, almeno con gli occhi, l’abisso in cui questa terra era ancora sprofondata, di vedere, almeno con gli occhi, come tutto quello contro cui Paolo aveva lottato, la corruzione, il clientelismo, la contiguità fossero di nuovo imperanti, come nella politica, nel governo della cosa pubblica, fossero riemersi tutti i vecchi personaggi più ambigui, spesso dallo stesso Paolo inquisiti quando ancora in vita, e nuovi personaggi ancora peggiori dato che ormai oggi essere inquisiti sembra conferire un’aureola di persecuzione e quasi costituire un titolo di merito.

Da questa mia apatia, da questo rinchiudermi in una torre d’avorio limitandomi a giudicare ma senza più volere agire, sono stato di recente scosso da un incontro illuminante con Gioacchino Basile, un uomo che ha pagato sempre di persona le sue scelte, che, all’interno dei Cantieri Navali di Palermo e della Fincantrieri, ha sempre condotto, praticamente da solo e avendo contro lo stesso sindacato, quella lotta contro la mafia che sarebbe stata compito degli organismi dello Stato, Stato che invece, secondo le sue circostanziate denunce, intesseva accordi con la mafia trasformando le Partecipazioni Statali in un organismo di partecipazione al finanziamento e al potere della mafia in Sicilia.

I fatti riferiti in queste denunce, di cui Paolo Borsellino si era occupato nei giorni immediatamente precedenti il sua assassinio, sono state oggetto di una "Relazione sull’infiltrazione mafiosa nei Cantieri Navali di Palermo" da parte della Commissione Parlamentare di inchiesta su fenomeno della mafia (relatore On. Mantovano) ma come purtroppo troppo spesso succede in Italia con gli atti delle commissioni parlamentari, non hanno poi avuto sviluppi sul piano parlamentare mentre su quello giudiziario, come sempre succede quando si passa dalle indagini sulla mafia a quello sui livelli "superiori", hanno subito la consueta sorte dell’archiviazione.

Gioacchino Basile è convinto che l’interesse personale che Paolo gli aveva assicurato nell’approfondimento di questo filone di indagine e l’averne riferito in uno dei suoi incontri a Roma nei giorni immediatamente precedenti la sua morte, sia il motivo principale della "necessità" di eliminarlo con una rapidità definita "anomala" dalla stessa Procura di Caltanissetta e che la sparizione di questo dossier dalla borsa di Paolo sia stata contestuale alla sottrazione dell’ agenda rossa.

Per parte mia io credo che questo possa essere stato soltanto uno dei motivi, all’interno del più ampio filone "mafia-appalti" che lo stesso Paolo aveva fatto intuire fosse il motivo principale dell’eliminazione di Giovanni Falcone insieme alla sua ormai certa nomina a Procuratore Nazionale Antimafia.

Il motivo principale credo invece sia stato quell’accordo di non belligeranza tra lo stato e il potere mafioso che deve essergli stato prospettato nello studio di un ministro negli incontri di Paolo a Roma nei giorni immediatamente precedenti la strage, accordo al quale Paolo deve di sicuro essersi sdegnosamente opposto.

Su questi incontri, che Paolo deve sicuramente aver annotato nella sua agenda scomparsa, pesa un silenzio inquietante e l’epidemia di amnesie che ha colpito dopo la morte di Paolo tutti i presunti partecipanti lo ha fatto diventare l’ultimo, inquietante, segreto di Stato, come inquietanti sono i segreti di Stato e gli "omissis" che riempiono le inchieste su tutte le altre stragi di Stato in Italia.

Ma il vero segreto di Stato, anche se segreto credo non sia più per nessuno, è lo scellerato accordo di mutuo soccorso stabilito negli anni tra lo Stato e la mafia.

A partire da quando i voti assicurati dalla mafia in Sicilia consentivano alla Democrazia Cristiana di governare nel resto dell’Italia anche se questo aveva come conseguenza l’abbandono della Sicilia, così come di tutto il Sud al potere mafioso, la rinuncia al controllo del territorio, l’accettazione della coesistenza, insieme alle tasse dello Stato, delle tasse imposte dalla mafia, il pizzo e il taglieggiamento.

E, conseguenza ancora più grave, la rinunzia, da parte dei giovani del sud, alla speranza di un lavoro se non ottenuto, da pochi, a prezzo di favori e clientelismo e negato, a molti, per il mancato sviluppo dell’industrializzazione rispetto al resto del paese.

A seguire con il "papello" contrattato da Riina con lo Stato con la minaccia di portare la guerra anche nel resto del paese (vedi via dei Georgofili e Via Palestro), contrattazione che è stata a mio avviso la causa principale della necessità di eliminare Paolo Borsellino, e di eliminarlo in fretta.

A seguire, infine, con l’individuazione di nuovi referenti politici dopo che le vicende di tangentopoli aveva fatto piazza pulita di buona parte della precedente classe politica e dei referenti "storici".

Accordi questi che costituiscono la causa del degrado civile di oggi dove si consente che indagati per associazione mafiosa governino la Sicilia e dove, a livello nazionale, cresce, almeno nei sondaggi, il consenso popolare verso chi ha probabilmente adoperato capitali di provenienza mafiosa per creare il proprio impero industriale con annesso partito politico.

Come possono allora chiamarsi "deviati" e non consoni all’essenza stesso di questo Stato quei "Servizi" che, per "silenzio-assenso" del capo del Governo o su sua esplicita richiesta, hanno spiato magistrati ritenuti e definiti "nemici" nei relativi dossier e addirittura convinto altri magistrati a spiare quei loro colleghi che, sempre negli stessi dossier, venivano definiti come "nemici", "comunisti" e "braccio armato" della magistratura, con un linguaggio che non è difficile ritrovare negli articoli di certi giornali e nelle dichiarazioni di certi poltici.

Giaocchino Basile mi dice che sarebbe mio diritto "pretendere" dallo stato di conoscere la verità sull’assassinio di Paolo, ma da "questo" Stato, dal quale ho respinto "l’indennizzo" che pretendeva di offrirmi quale fratello di Paolo, indennizzo che andrebbe semmai offerto a tutti i giovani siciliani e italiani per quello che gli è stato tolto, sono sicuro che non otterrò altro che silenzi.

Gli stessi silenzi, lo stesso "muro di gomma", che hanno dovuto subire i figli del Generale Dalla Chiesa, i parenti dei morti in quella interminabile serie di stragi, la strage di Portella della Ginestra, la strage di Piazza Fontana, la strage di Piazza della Loggia, la strage del Treno Italicus, la strage di Ustica, la strage di Natale del rapido 904, la strage di Pizzolungo, le stragi di Via dei Georgofili e di Via Palestro, delle quali oggi si conoscono raramente gli esecutori, ma i mandanti e spesso neanche il movente, susseguitesi mentre nel nostro Sud, grazie alla latitanza delle altre istituzioni dello Stato, uno dopo l’atro venivano uccisi tutti i Magistrati e i rappresentanti delle forze dell’ordine che della lotta alla mafia avevano fatto la propria ragione di vita, in una tragica sequenza che non ha eguali in nessuno degli altri paesi del mondo cosiddetto civile.

Io mi chiedo invece, con amarezza , di quante altre stragi, di quanti altri morti avremo ancora bisogno perchè da parte dello Stato ci sia finalmente quella reazione decisa e soprattutto duratura, come finora non è mai stata, che porti alla sconfitta delle criminalità mafiosa e soprattutto dei poteri, sempre meno occulti, ad essa legati, perché venga finalmente rotto quel patto scellerato di non belligeranza che, come disse il giudice Di Lello il 20 Luglio del 1992, pezzi dello Stato hanno da decenni stretto con la mafia e che ha permesso e continua a permettere non solo la passata decennale latitanza di boss famosi come Riina e Provenzano ma la latitanza e l’impunità di decine di "capi mandamento" che sono i veri padroni sia di Palermo che delle altre città della Sicilia.

Da parte mia sono certo che non riuscirò a conoscere la verità in quel poco che mi resta da vivere dato che, a 65 anni, sono solo un sopravvissuto in una famiglia in cui mio padre, il fratello di mio padre, mio fratello, sono tutti morti a 52 anni, i primi per cause naturali, l’ultimo perché era diventato un corpo estraneo allo Stato le cui Istituzioni egli invece profondamente rispettava (sempre le Istituzioni, non sempre invece quelli che le rappresentavano).

Spero soltanto che, in questo anniversario, mi siano risparmiate la vista e le parole dei tanti ipocriti che oggi piangono su Paolo e Giovanni quando, se fossero ancora in vita, li osteggerebbero accusandoli, nella migiore della ipotesi , di essere dei "professionisti dell’antimafia" o li farebbero addirittura spiare da squallidi personaggi come Pio Pompa come "nemici" o come "braccio armato della magistratura" .

Chiedo solo, in questa occasione, di avere delle risposte ad almeno alcune delle tante domande, dei tanti dubbi che non mi lasciano pace.

Chiedo al Proc. Pietro Giammanco, allontanato da Palemo dopo l’assassinio di Paolo, ma promosso ad un incarico più alto piuttosto che rimosso come avrebbe meritato, perché non abbia disposto la bonifica e la zona di rimozione per Via D’Amelio.

Eppure nella stessa via, al n.68 era stato da poco scoperto un covo dei Madonia e, a parte il pericolo oggettivo per l’incolumità di Paolo Borsellino, le segnalazioni di pericolo reale che pervenivano i quei giorni erano tali da da far confidare da Paolo a Pippo Tricoli lo stesso 19 Luglio : "e’ arrivato in città il carico di tritolo per me".

A meno che, come affermato dal Sen. Mancino in un suo intervento del 20 Luglio alla camera, anche lui credesse che "Borsellino non era un frequentatore abituale della casa della madre" : infatti vi si recava appena almeno tre volte alla settimana !

La stessa domanda inoltro all’allora prefetto di Palermo Mario Jovine anche se la risposta ritiene di averla già data con l’affermazione fatta in quei giorni: "Nessuno segnalò la pericolosità di Via D’Amelio" .

Affermazione palesemente risibile : in quei giorni si erano susseguite le segnalazioni di possibili attentati a Paolo Borsellino e bastava interrogare gli stessi agenti della scorta, cinque dei quali morti insieme a lui, per sapere quali erano i punti più a rischio.

Chiedo alla Procura di Caltanisseta, e in particolare al gip Giovanbattista Tona, il motivo dell’archiviazione delle indagini relative alla pista del Castello Utveggio : eppure proprio da questo luogo partirono, subito dopo l’attentato, delle telefonate dal cellulare clonato di Borsellino a quello del Dott.Contrada, oggi finalmente condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione per collusione e favoreggiamento.

Chiedo alla stessa Procura di Caltanissetta, e sempre allo stesso gip Giovanbattista Tona, i motivi dell’archiviazione dell’inchiesta relativa ai mandanti occulti delle stragi.

Per un’altra archiviazione, quella relativa alle vicissitudini del fascicolo relativo alla Fincantieri ho già inoltrato richiesta di chiarimenti in via ufficiale.

Chiedo alla Procura di Caltanissetta di non archiviare, se non lo ha già fatto, le indagini relative alla sparizione dell’agenda rossa di Paolo e di chiarire il coinvolgimento dei tutte le persone, dei servizi e non, in essa coinvolte.

Chiedo soprattutto al sen. Nicola Mancino, del quale ricordo, negli anni immediatamente successivi al 1992, una sua lacrima spremuta a forza durante una commemorazione di Paolo a Palermo, lacrima che mi fece indignare al punto da alzarmi ed abbandonare la sala, di sforzare la memoria per raccontarci di che cosa si parlò nell’incontro con Paolo nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte.

O spiegarci perché, dopo avere telefonato a Paolo per incontrarlo mentre stava interrogando Gaspare Mutolo, a sole 48 ore dalla strage, gli fece invece incontrare il capo della Poliza Dott. Parisi e il Dott. Contrada, incontro dal quale Paolo uscì sconvolto tanto, come racconto lo stesso Mutolo, da tenere in mano due sigarette accese contemporaneamente

Altrimenti, grazie alla sparizione dell’ agenda rossa di Paolo, non saremo mai in grado di saperlo.

E in quel colloquio si trova sicuramente la chiave dalla sua morte e della strage di Via D’Amelio.

Milano, 15 Luglio 2007

Salvatore Borsellino

Un seculu di storia, di Ignazio Buttitta

[…]
L’avemu cca
ancora cca a mafia,
assittata nte vanchi d’imputati
a dittari liggi;
a scrìviri sintenzi di morti
chi manu nsangati.
L’avemu cca
I compari da mafia
Chi manu puliti,
i firrara di chiavi fausi,
i spogghia artari ca cruci nto pettu;
unni pòsanu i pedi sicca l’erba,
sicca l’acqua
spùntanu spini e làcrimi pa Sicilia.
L’avemu cca
L’affamati du putìri;
l’affamati di carni cruda,
ca crìdinu a Sicilia
un porcu scannatu
e ci spùrpanu l’ossa.
Si si sicilianu
isa u vrazzu,
grapi a manu:
cincu bannèri russi,
cincu!
Adduma a pruvulèra du cori!
Si si sicilianu
fatti a vuci cannuni,
u pettu carru armatu,
i gammi cavaddi di mari:
annèa i nimici da Sicilia!
[…]

Traduzione:

[…]
L’abbiamo qui
ancora qui la mafia,
seduta sui banchi degli imputati
a dettare legge;
a scrivere sentenze di morte
con le mani che sanguinano.
Li abbiamo qui
i compari della mafia
con le mani pulite,
i fabbri di chiavi false,
gli spoglia altari con la croce sul petto;
dove posano i piedi secca l’erba,
secca l’acqua,
spuntano spine e lacrime per la Sicilia.
Li abbiamo qui
gli affamati del potere;
gli affamati di carne cruda,
che credono la Sicilia
un porco scannato
e le spolpano le ossa.
Se sei siciliano
alza il braccio,
apri la mano:
cinque bandiere rosse,
cinque!
Accendi la polveriera del cuore!
Se sei siciliano
fatti la voce cannone,
il petto carro armato,
le gambe cavalli di mare:
annega i nemici della Sicilia!
[…]

Da "Un seculu di storia", in "Io faccio il poeta" di Ignazio Buttitta, Feltrinelli 1972,
<
http://www.efira.com/poesie/buttitta_un_seculu_di_storia.htm>

La Sicilia è difficile. Lacera persone e sentimenti e invade chi, per nascita o per scelta, si lega a lei.

La Sicilia è difficile. La sua arretratezza sociale ed economica è una lunga distanza geografica e mentale che la spinge lontano dall’Europa.

La Sicilia è crudele. Le atrocità della mafia sono un marchio d’orrore che tutti i siciliani si portano appresso come il numero impresso sulla carne degli ebrei dei lager. Non si può cancellare.

La Sicilia è bellissima e dura col suo sole titanico e tirannico, la sua luce violenta, il suo mare che dipinge e colora l’aria e la rinfresca. Bellissima e morbida nelle sue lente sere odorose, ridondanti di brezze lievi e vestiti leggeri e di chiacchere indolenti, di luci lungo le coste, di cibi sensuali.

La Sicilia è scomoda, ma viverla è possibile con orgoglio antico e altero. C’è chi crede che questa terra possa crescere e diventare moderna, civile ed economicamente evoluta senza perdere però le sue suggestioni, il suo fascino, la sua cultura.

C’è chi lavora perché ciò accada.

Leonardo Sciascia

"Marascià…un eroe antimafia", un docu-film ricostruisce la storia del maresciallo Giuliano Guazzelli

Titolo: "Marascià… un eroe antimafia"
Produzione: "Gasme Srl"- Luglio 2006
Ideato da: Gero Tedesco, Sabino Taormina e Mario Musotto
Regia: Sabino Taormina e Francesco Angelino
Sceneggiatura e soggetto: Mario Musotto
Interviste e ricerca storica: Gero Tedesco
Musiche originali: "Tinturia"
Direttore della fotografia: Mauro Musotto
Fonico di presa diretta: Cristian Vassallo
Montaggio: "Frame" audiovisivi
Duplicazione: "Graphicus"
Durata: 62 minuti
Formato video: 16:9
Lingua: Italiano

Con
Pippo Montalbano nel ruolo di Giuliano Guazzelli
Giuseppe Vetro nel ruolo del giovane Guazzelli
Giovanni Moscato nel ruolo del capitano Russo
Marco Taormina nel ruolo del bimbo
Maurizio Gelo nel ruolo di Alfonso Falzone
Voce narrante: Raimondo Moncada

Il dvd è acquistabile all’indirizzo: http://www.boombuy.it/description.asp?item=145

Un presentazione dal sito:


L´esigenza di produrre un documentario sul maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli nasce da diversi fattori. Il primo, certamente il più importante, è quello di non far cadere nella cosiddetta "camera della dimenticanza" un uomo, prima che un sottufficiale, che per servire lo Stato combattendo la criminalità mafiosa è finito per essere ucciso. E´ il caso proprio del maresciallo Giuliano Guazzelli. Fino ad ora nessun libro, documentario, film, ha ricordato quella che è stata definita la memoria storica della lotta alla mafia agrigentina. Il sottufficiale dei carabinieri era così preciso e onesto da conquistarsi la fiducia dei giudici Paolo Borsellino e Rosario Livatino, anch´essi trucidati dalla mafia, dell´attuale procuratore di Enna Salvatore Cardinale e di tanti altri magistrati e suoi diretti superiori. Magistrati e ufficiali che avevano in Guazzelli un investigatore infallibile e un uomo di cui fidarsi.
Il maresciallo assassinato dalla mafia, è proprio «un eroe dimenticato». A pronunciare questa frase fu il sostituto procuratore generale di Palermo Vittorio Teresi. La disse a caldo. A pochi secondi dalla lettura del verdetto di secondo grado che confermava gli ergastoli per gli autori e i mandanti del delitto del Guazzelli.
Quel quattro aprile del 1992, il sottufficiale venne ucciso con una pioggia di proiettili. Cinque milioni. Sì, cinque milioni. Questo il prezzo pagato dalla mafia per eliminare uno dei suoi più acerrimi nemici. Per togliere di mezzo un uomo troppo scomodo, uno che non ci stava a vedersi davanti decine di morti ammazzati a settimana. Uno a cui non piaceva che il denaro pubblico finisse in mano alla criminalità organizzata. Cinque milioni per ogni killer, e per chi comunque quel giorno prese parte, con ruoli diversi, all´omicidio del maresciallo. A rivelare il prezzo pagato da Cosa Nostra, per mettere in pratica l´agguato nel quale venne ucciso il sottufficiale dell´Arma, fu il collaboratore di giustizia Alfonso Falzone. «Come compenso – ha detto il pentito nel corso della sua deposizione al maxi processo Akragas – ci diedero cinque milioni ciascuno».
Oggi nelle scuole solo pochi studenti sanno chi era Guazzelli. Pochi ne hanno sentito parlare.

Eppure Guazzelli ha combattuto pure per loro. Per garantirgli un futuro in una terra migliore. Toscano verace, nato a Gallicano in provincia di Lucca, ma da giovanissimo arruolatosi nell´Arma e trasferito, quasi subito, in Sicilia. Guazzelli, lavorò un pò in tutta l´isola. In quelle zone dove la mafia sembrava inarrestabile. Forte, secondo la Dda, lo è anche adesso. Ma allora metteva in mostra anche la sua brutalità. Nella sua carriera d´indagini ne condusse a Palermo, Castelvetrano, Santa Ninfa, Palma di Montechiaro, Agrigento. 
Una scena del film Una scena del film Una scena del film

Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, sottoscrisse la meritoria attività del maresciallo con degli encomi solenni. Secondo Falzone, il movente dell´uccisione era da ricondurre all´imminente avvio di penetranti indagini sui Capizzi di Ribera. Stessa affermazione la fa Pasquale Salemi il quale riferisce di sapere che Guazzelli venne eliminato perché «conosceva tutta la storia della mafia agrigentina ed era pericoloso per questo». Secondo i due collaboratori di giustizia gli ostacoli troppo grossi andavano eliminati. E Guazzelli, Livatino, Saetta erano ostacoli insormontabili.
La scelta di puntare i riflettori sulla storia di Guazzelli nasce dalla necessità di non cancellare dalla memoria un uomo che ha contribuito in modo significativo alla lotta contro la mafia e che ha dovuto pagare con la vita il prezzo di essere ligio e inflessibile al proprio dovere. Il suo non guardare in faccia a nessuno, il suo non fare mai un passo indietro consapevole che presto o tardi la mafia gli avrebbe presentato il conto che poteva solo saldare col prezzo della vita, sono un esempio da portare avanti con forza. Per questo crediamo sia doveroso far rivivere questo personaggio, poterlo ricordare e potere ricordare le sue gesta e il suo grande contributo al contrasto alla criminalità organizzata. Un uomo che ha sacrificato la propria vita per ostacolare la prepotenza della mafia siciliana è stato Giuliano Guazzelli. A distanza di 14 anni, con la produzione di un Dvd documentario, vogliamo ricostruire le sue gesta, il suo sacrificio supportato da documenti ufficiali, interviste, ricostruzione cinematografica delle fasi più salienti della sua vita professionali. Tutto ciò supportato da atti giudiziari e materiale documentale inedito.

Giovanni Falcone descrive l’adesione degli uomini d’onore a Cosa Nostra e la sua struttura (da “Cose di Cosa Nostra”, di Giovanni Falcone in collaborazione con Marcelle Padovani)

Si può sorridere all’idea di un criminale, dal volto duro come la pietra, già macchiatosi di numerosi delitti, che prende in mano un immagine sacra, giura solennemente su di essa di difendere i deboli e di non desiderare la donna altrui. Si può sorridere, come di un cerimoniale arcaico, o di considerarla una vera e propria presa in giro. Si tratta invece di un fatto estremamente serio, che impegna quell’individuo per tutta la vita. Entrare a far parte della mafia equivale a convertirsi a una religione, non si cesserà di essere preti. Né mafiosi
 
Al momento dell’iniziazione, il candidato o i candidati vengono condotti in una stanza, in un luogo appartato, alla presenza del” rappresentante” della “ famiglia” e di altri semplici uomini d’onore. Spesso, questi ultimi sono schierati su un lato, mentre gli “iniziandi” dall’altro. A volte i candidati vengono tenuti chiusi in una stanza per alcune ore e sono poi fatti uscire uno alla volta. A questo punto il rappresentante della famiglia espone ai futuri uomini d’onore le norme che regolano l’organizzazione affermando prima di tutto che quella che comunemente viene detta mafia si chiama in realtà, Cosa Nostra. Avverte quindi i nuovi venuti che sono ancora in tempo a rinunciare all’affiliazione e ricorda loro gli obblighi che comporta l’appartenenza all’organizzazione fra cui: non desiderare la donna di altri uomini d’onore; non rubare; non sfruttare la prostituzione; non uccidere altri uomini d’onore, salvo solo in casi di assoluta necessità; evitare la delazione alla polizia; non mettersi in contrasto con altri uomini d’onore; dimostrare sempre un comportamento serio e corretto; mantenere assoluto silenzio con altri su Cosa Nostra; non presentarsi mai da soli ad altri uomini d’onore, in quanto le regole impongono che un altro uomo d’onore, conosciuto da coloro i quali devono mettersi in contatto, garantisca la rispettiva appartenenza a Cosa Nostra, pronunciando le parole: "quest’uomo è la stessa cosa".
 
Esaurita la spiegazione dei comandamenti, riaffermata la volontà del candidato di entrare nell’organizzazione, il rappresentante invita i nuovi venuti a scegliersi un padrino tra gli uomini d’onore presenti. Ha quindi luogo la cerimonia del giuramento che consiste nel chiedere a ognuno con quale mano spara e nel praticargli una piccola incisione sul dito indice della mano indicata, per fare uscire una goccia di sangue con cui viene imbrattata un’immagine sacra: molto spesso quella dell’Annunziata, la cui festa cade il 25 marzo e che è ritenuta patrona di Cosa Nostra. All’immagine viene quindi dato fuoco e l’iniziato, cercando di non spegnerlo mentre la fa passare da una mano all’altra, giura solennemente di non tradire mai le regole di Cosa Nostra, meritando in caso contrario di bruciare come l’immagine.
Mentre l’indice viene punto, il rappresentante gli ingiunge in tono severo di non tradire mai, perché si entra in Cosa Nostra col sangue e se ne esce solo con altro sangue. Particolare curioso: in alcune famiglie si usa per pungere l’indice una spina di arancio amaro; in altre, invece, una spilla, sempre la stessa ( nella famiglia di Riesi il “ rappresentante aveva una spilla d’oro utilizzata esclusivamente per questo rituale”); in altre ancora, una spilla qualsiasi. Il rappresentante o capo della famiglia spiega quindi al neofita i livelli gerarchici della famiglia, della provincia e di Cosa Nostra nel suo insieme. Si sofferma sul “ capo decima”, il quale, come indica il titolo, è alla testa di dieci ( o più) uomini d’onore e al quale l’iniziato farà direttamente capo. Non è ammesso nessun rapporto con il rappresentante. Può tuttavia capitare, soprattutto nel Palermitano, che alcuni uomini d’onore dipendono direttamente da lui, diventando i suoi uomini di fiducia, incaricati dei compiti più delicati e segreti.
 
Queste sono, con piccole varianti da provincia da provincia, le regole dell’affiliazione come sono state descritte dai pentiti, anche se per necessità la cerimonia può venire abbreviata. In casi d’urgenza sono sufficienti anche solo tre uomini d’onore, non importa se appartenenti a famiglie e province diverse. Antonino Madonia, secondo quanto ha raccontato il pentito Calderone, venne affiliato nella prigione dell’Ucciardone a Palermo alla presenza di tre uomini d’onore; e anche Nello Pernice ebbe una cerimonia di affiliazione molto affrettata con un padrino d’eccezione: Luciano Liggio in persona.
Non tutti possono aderire a Cosa Nostra. Questa Università del crimine impone di essere valorosi, capaci di compiere azioni violente e, quindi, di saper uccidere. Ma non è questa la qualità fondamentale. Sapere uccidere è condizione necessaria, ma non sufficiente. Molte altre devono essere soddisfatte.
L’appartenenza a un ambiente mafioso, i legami di parentela con uomini d’onore costituiscono nella fase iniziale un grande vantaggio. Tra le qualità indispensabili richieste, il pentito Salvatore Contorno ricorda l’essere di sesso maschile, il non avere parenti in magistratura e nelle forze dell’ordine. L’insulto più sanguinoso per un mafioso consiste nell’affibbiargli l’appellativo di “ sbirro” o di “ infame”. Ricordo in proposito che a Trapani negli anni sessanta, agli inizi della mia carriera, durante un litigio tra Mariano Licari boss di Marsala, e un altro mafioso; “ sei uno sbirro” gridò il primo. E l’altro ribatté: “ se io sono uno sbirro, tu sei un carabiniere a cavallo”. Ho capito in quel momento, quale viscerale avversione nutra il mafioso nei confronti dei rappresentanti dello Stato. Tommaso Buscetta, nelle sue confessioni, ha parlato di un’altra regola non scritta dalla mafia: le decisioni della Commissione devono essere eseguite a qualsiasi costo e il capo della famiglia del territorio su cui viene consumato il crimine deve esserne assolutamente informato. Ha aggiunto poi con ironia: ” Nessuno troverà mai un elenco degli appartenenti a Cosa Nostra né alcuna ricevuta dei versamenti delle quote, il che non impedisce che le regole dell’organizzazione siano ferree e universalmente riconosciute”.
 
La cellula base di Cosa Nostra è la “ famiglia” con i suoi valori tradizionali: onore, rispetto, dei vincoli di sangue, fedeltà, amicizia…Può contare anche duecento o trecento membri, ma la media è di circa cinquanta. Ogni famiglia controlla un territorio dove niente può avvenire senza il consenso preventivo del capo. Alla base vi è l’uomo d’onore, o il soldato, che ha un suo peso nella famiglia indipendentemente dalla carica che vi può ricoprire. Personaggi leggendari in seno a Cosa Nostra come don Calò Vizzini o Giuseppe Genco Russo o Vincenzo Rimi sono rimasti per tutta la vita soldati, a dispetto della loro influenza e del loro prestigio. Lo stesso è avvenuto nel caso di Tommaso Buscetta. I soldati eleggono il capo, che chiamano rappresentante, in quanto tutela gli interessi della famiglia nei confronti Cosa Nostra. L’elezione si svolge a scrutinio segreto ed è preceduta da una serie di sondaggi e di contatti. Quasi sempre l’elezione conferma all’unanimità il candidato prescelto. Una volta eletto, questi nomina un vice e a volte anche uno o più consiglieri. Tra capo e sodato si situa il capo decima.
Tutto ciò pone in rilievo quanto gerarchizzata sia la mafia. Altro livello gerarchico: i capi delle famiglie di una medesima provincia (Catania, Agrigento, Trapani…) nominano il capo di tutta la provincia, detto rappresentante provinciale. Questo vale per tutte le province tranne che per Palermo, dove più famiglie contigue su uno stesso territorio (in genere tre) sono controllate da un “capo mandamento”, una sorta di capo zona, che è membro della famosa commissione o Cupola provinciale.
A sua volta questa Cupola nomina un rappresentante alla commissione regionale, composta di tutti i responsabili provinciali di Cosa Nostra: è questo il vero proprio organo di governo dell’organizzazione. Gli uomini d’onore la chiamano anche “ la Regione”, con riferimento all’unità amministrativa. La Regione emana i decreti, vota le leggi ( come ad esempio quella che proibisce i sequestri di persona in Sicilia), risolve i conflitti tra le varie province. Prende inoltre tutte le decisioni strategiche ed operative.
 
Attorno a Cosa Nostra gravitano gruppi non mafiosi, come avveniva per il contrabbando di sigarette prima del traffico della droga, che sono generalmente coordinati da singoli uomini d’onore, ma che non fanno parte della mafia. Coordinamento, questo, avvenuto frequentemente anche nei confronti della malavita napoletana per risolvere gli innumerevoli contrasti interni e anche di assumere la direzione dei suoi affari a scopo di lucro. Questo si è verificato particolarmente negli anni Settanta, quando Cosa Nostra arrivò fino a organizzare i turni per lo scarico delle navi contrabbandiere.
Nel golfo di Napoli, infatti, entrava solo un’imbarcazione per volta, con un carico di 40/50.000 casse di sigarette. Il carico apparteneva ora alla Commissione nel suo insieme, ora al gruppo palermitano di Tommaso Spadaro, ora ai napoletani di Michele Zara. Tali regole di ripartizione, molto precise, stabilite da Cosa Nostra, venivano rispettate da tutti.
L’organizzazione aveva quindi tutte le carte in regola per monopolizzare il controllo del traffico di stupefacenti destinati agli Stati Uniti. Alcuni gruppi si specializzarono nell’approvvigionamento di morfina-base in eroina; altri ancora si consacrarono all’esportazione di droga negli Stati Uniti, dove la mafia dispone di solide teste di ponte. Tutti i gruppi facevano capo a uomini d’onore.

(tratto dal sito Avvenimenti Italiani)
 

"Parlare per trovare applausi, parlare orientandosi a quanto gli uomini vogliono sentire, parlare in obbedienza alla dittatura delle opinioni comuni, è considerato come una specie di prostituzione del­la parola e dell’anima. La castità a cui allude l’a­postolo Pietro è non sottomettersi a questi stan­dard, non cercare gli applausi, ma cercare l’obbedienza alla verità".

Papa Benedetto XVI,
2006