I santi laici. Il calendario 2007.

Il calendario 2007 dei santi laici 
«L’Italia ha avuto i suoi santi laici. Ne sono morti a centinaia. Per proteggere lo Stato, la libertà di stampa, i nostri diritti, la vita dei cittadini. Ho pensato a un calendario per ricordarli. Per ringraziarli. Senza di loro il nostro Paese sarebbe lo zerbino dei potentati economici, delle mafie, della P2, degli estremisti. Può essere che lo sia comunque. Ma, in questo caso, la loro morte serve a ricordarci che l’uomo nasce libero e non servo. Coraggioso e non vigliacco. Vivere da vigliacchi e servi si può. E’ anche salutare. Ma una vita da chi ‘striscia non inciampa’ non è vita. Appartiene agli zombie. L’Italia è oggi un po’ zombie, un po’ in coma vigile. I nomi di questi eroi dei nostri giorni se evocati possono forse risvegliarla. Ambrosoli, Falcone, Borsellino dove siete? In un Paese in cui i condannati in via definitiva siedono in Parlamento e nella commissione antimafia vi sentireste fuori luogo. Nel Paese dell’indulto e delle prescrizioni non ci sarebbe posto per voi. I santi laici li troverete tutto l’anno, distribuiti in modo assolutamente regolare un giorno dopo l’altro, una strage e un attentato dopo l’altro. Anche il killer è un lavoro, né più né meno di quello di un commerciante o di un’autista. Il killer è sempre operoso, tranne nelle feste comandate. Fa eccezione l’Epifania, ma non sempre è stata una festività. Si lavora un po’ di più in gennaio: ci sono i saldi. Un po’ di meno in aprile: per i ponti e le vacanze di Pasqua, e in agosto: per le ferie. Chi uccide è gente seria e preparata. Niente scioperi selvaggi, contratti da precario o cartellini da timbrare. E’ pagata in nero e non denuncia (quasi mai) il datore di lavoro. Nella storia di sangue dell’Italia delle mafie, del terrorismo e dei misteri di Stato essere ucciso è un attimo. E’ sufficiente essere un servitore dello Stato o un cittadino onesto e farlo sapere in giro. E il gioco è fatto. In qualche caso gli assassini sono finiti in galera, in molti altri sono andati in pensione dopo un’onorata carriera criminale, da onesti artigiani del crimine. Qualcuno potrebbe, dico solo potrebbe, essere tuttora uno stimato e retribuito servitore dello Stato(…) Se per Bertold Brecht: “felice è il Paese che non ha bisogno di eroi”, l’Italia, con i suoi mille eroi, è condannata all’infelicità».
Beppe Grillo

E mentre si festeggia l’anniversario dell’arresto di Provenzano, manca la benzina per i giudici…

Bernardo Provenzano
tratto in arresto (foto AP)
 

Anche se per tre giorni Corleone ha festeggiato l’anniversario dell’arresto del boss Bernardo Provenzano, in Sicilia la mafia è più forte che mai: non uccide, o forse, uccide di meno , tenendo sotto scacco i maggiori poteri dell’Isola. Questo quello che emerge dall’allarme lanciato da magistrati Antimafia siciliani che rivelano particolari inquietanti sulle modalità, talvolta disumane, in cui sono costretti a lavorare. Con tribunali in numero inferiore rispetto alla mole di udienze, costretti ad una vita da pendolari o con uffici allocati negli scantinati popolati dai topi.

Un quadro preoccupante che viene dettagliatamente descritto da Marisa Acagnino, magistrato siciliano che racconta la situazione difficile della Procura di Messina, impegnata nella lotta contro lo strapotere delle cosche che usano la città come crocevia per le alleanze tra la mafia siciliana e quella calabrese. In questo scenario lavorano i Gip di Messina, costretti ad usare gli scantinati al posto dell’ufficio e ad avere come unica compagnia i topi. Magistrati sempre più soli, dunque, nel gestire la battaglia contro la Mafia, che non li uccide, ma che certamente approfitta della precarietà e dei disservizi dello Stato per agire indisturbata. Ma ancora più drammatica è la questione della sicurezza dei Magistrati antimafia, più esposti al rischio di aggressioni da parte della criminalità organizzata.

 
 

Marisa Acagnino ricorda che il collega Ottavio Sferlazza, magistrato a Caltanissetta, condannato a morte dalla Mafia, non è stato ucciso perché il killer incaricato si è rifiutato di farlo, perché altrimenti sarebbe facile colpire un magistrato antimafia. A Caltanissetta e Palermo, ad esempio, le auto di servizio sono insufficienti ed inadeguate, spesso sono pure guaste e senza benzina. Non va meglio a Catania, dove i magistrati della DDA sono costretti, per mancanza di fondi, ad anticipare i soldi per la benzina delle auto blindate. E c’è dell’altro. Gela e Barcellona, infatti, finite in mano alle megacosche, combattono la mafia con tribunali di piccole dimensioni che non sono serviti né da autostrade, né da ferrovie.

Un quadro desolante, quello appena descritto, che sembra oscurare la rinascita della presenza dello Stato dopo il tragico sacrificio di Falcone e Borsellino. “Mi chiedo- si domanda la donna magistrato – a cosa è servito il sacrificio di uomini come Falcone, Borsellino, Livatino, Saetta, (per citarne solo alcuni), a inaugurare lapidi e monumenti che qualcuno ormai non si vergogna d’imbrattare? Voglio rispondere di no, che ancora oggi ci sono magistrati giovani e meno giovani che credono nella giustizia e che sono convinti che, anche in terra di mafia, si possa e si debba lavorare per garantire i diritti di tutti, in modo eguale.”

Rosalba Mancuso (tratto da Affari Italiani)


(Ciaculli, foto©Zecchin)

"La morte a Palermo è diversa, la morte violenta. Più profonda, più arcana e fatale. Esige contemplazione: una fila di sedie tutt’intorno al corpo insanguinato, in mezzo alla strada, e ai parenti seduti immobili, in silenzio, a guardare. I ragazzini immobili e attenti. La morte è spettacolo da non perdere. La morte ha sempre una ragione d’essere. A Palermo essa va meditata e capita".

Giuseppe Fava

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"Non c’è nulla che mi infastidisca quanto l’essere considerato un esperto di mafia, o come oggi si usa dire, un ‘mafiologo’. Sono semplicemente uno che è nato, è vissuto e vive in un paese della Sicilia occidentale e ha sempre cercato di capire la realtà che lo circonda, gli avvenimenti, le persone. Sono un esperto di mafia così come lo sono di agricoltura, di emigrazione, di tradizioni popolari, di zolfara; a livello delle cose vissute e in parte sofferte".

Leonardo Sciascia (Corriere della Sera, 19 settembre 1982)