Beffa di Stato per i magistrati di frontiera
Rischiano la vita contro la criminalità. Ma leggi e sentenze tolgono gli aiuti alla carriera.

                                                                               di Gian Antonio Stella

ROMA — Proprio un bel bidone hanno preso, i magistrati mandati a far la guerra alla mafia e alla ‘ndrangheta. Prima lo Stato li ha convinti a rischiar la pelle nelle zone di frontiera promettendo in cambio la precedenza nelle tappe successive della carriera, poi si è rimangiato tutto. Con una nuova leggina e infine con una sentenza del Tar del Lazio che dà ragione a 27 giudici che temevano d’essere scavalcati. Giudici quasi tutti comodamente seduti su poltrone, strapuntini e sofà ministeriali e romani.

Una figuraccia. Per capire la quale occorre fare un passo indietro, alla primavera del 1998. Siamo negli anni a ridosso delle uccisioni di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo, di Paolo Borsellino e delle loro scorte. Nei tribunali siciliani sono appena stati celebrati o sono cominciati i processi per gli omicidi di altri tre giudici: Giangiacomo Ciaccio Montalto, Rosario Livatino e Antonino Saetta, assassinato col figlio Stefano. Le Procure siciliane sono al collasso: a parte i «giudici ragazzini» spediti sui fronti più caldi senza avere la statura e l’esperienza per annusare gli ambienti spesso infidi, sottrarsi alle pressioni, affrontare temi più esplosivi del tritolo, nessuno vuole andarsi a infognare in sedi pericolose e talvolta lontanissime.
Le regole sono chiare: un magistrato non può esser trasferito contro la sua volontà. Quindi il panorama è questo: in certe procure una parte dei giudici è anziana e non ha nessunissima voglia di rovinarsi il fegato o rischiare un attentato alla vigilia della pensione e un’altra fetta è troppo giovane per muoversi con la necessaria autorevolezza. Servirebbero professionisti già dotati di qualche esperienza. Ma le confessioni degli stessi Falcone e Borsellino sul senso di abbandono e di isolamento possono dissuadere anche gli animi più nobili e coraggiosi. Lo stesso accade in Calabria, lo stesso in Campania o in Puglia.
A quel punto il ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick vara un disegno di legge che, sia pure col voto contrario della Lega e qualche distinguo di Forza Italia viene approvato dalla stragrande maggioranza.
All’articolo 5, la nuova norma (n. 133 del 4 maggio 1998) dice chiaro e netto: «Se la permanenza in servizio presso la sede disagiata del magistrato trasferito supera i 5 anni il medesimo ha diritto, in caso di trasferimento a domanda, ad essere preferito a tutti gli altri aspiranti».
Accettano questo contratto con lo Stato, trasferendo la famiglia o facendosi carico di cinque anni di pendolarismo e solitudine, un centinaio di magistrati. Che vanno finalmente a rimpolpare le sedi di frontiera sotto organico. Applausi. Bene. Bravi.
Appena la legge comincia a venire applicata nella seconda parte, cioè là dove tocca allo Stato risarcire i suoi servitori, ecco però che i colleghi che si vedono scavalcati cominciano a mugugnare: sì, ma, però… Finché nel decreto «omnibus» varato a ferragosto del 2005 dal governo Berlusconi (il quale mesi prima aveva dichiarato che «il 90% dei mafiosi sono in carcere e la criminalità organizzata è sotto controllo»), spunta dal nulla una sorpresa. È l’articolo «14 sexiesdecies» che al vecchio comma aggiunge una manciata di paroline: «Se la permanenza in servizio presso la sede disagiata del magistrato trasferito supera i cinque anni il medesimo ha diritto, in caso di trasferimento a domanda , ad essere preferito a tutti gli altri aspiranti, "con esclusione di coloro che sono stati nominati uditori giudiziari in data anteriore al 9 maggio 1998"». Ma come: tutto nullo? E quelli che avevano accettato traslochi altrimenti inaccettabili in cambio dell’impegno agli incentivi? Marameo.
Una presa in giro indecorosa. Sulla quale, mentre si levavano cori di proteste e minacce di dimissioni di massa da parte dei magistrati che si sentivano truffati, interviene il Csm. Che, avendo la responsabilità degli spostamenti di questo o quel giudice, stabilisce il 29 settembre 2005 che la modifica normativa non si applica a quanti erano stati trasferiti a sedi disagiate «prima» dell’entrata in vigore della nuova leggina.
Ma è solo la penultima puntata. Contro la decisione del Csm fanno ricorso al Tar del Lazio poco meno di una trentina di magistrati che temono di vedersi superati dai colleghi «disagiati». La faccenda finisce nelle mani del presidente del tribunale, Pasquale De Lise. L’uomo giusto, ricco com’è di esperienza, per capire questo genere di rimostranze. Basti dire che nel solo 1992, l’anno di grazia della sua carriera parallela di specialista in arbitrati, «arrotondò» lo stipendio di 245 milioni di lire con quello che lui chiamava, simpaticamente, «il guadagno legittimo di qualche soldo»: 848 milioni extra. Pari a 652 mila euro di oggi.
La sentenza, nel silenzio generale, è stata infine depositata. E dà ragione ai magistrati che avevano fatto ricorso. E dove lavorano questi servitori del bene pubblico che ritengono ingiusto non avere loro pure le stesse agevolazioni di chi ha a che fare con le cosche mafiose di Palma di Montechiaro o Africo Nuovo? Tre lavorano al tribunale di Latina (quante zanzare, d’estate!), uno alla procura di Napoli, uno a Rieti, un paio a Tivoli (che fresco, la sera!) e tutti gli altri sono sparsi tra i vari palazzi del potere giudiziario e politico romano. Dodici al ministero della Giustizia, uno a quello delle Finanze, uno al Csm, un paio alla Corte Costituzionale, tra cui Luca Varrone, figlio di quel potente consigliere di Stato di lunghissimo corso, Claudio Varrone, che dopo aver avuto nel solo ’92 arbitrati e incarichi extragiudiziari per 350 mila euro, fu collocato tempo fa (tra mille polemiche) ai vertici del Poligrafico dello Stato. Come piuttosto noto è il cognome anche di un’altra ricorrente, Noemi Coraggio, figlia di Giancarlo, presidente dell’Associazione Magistrati del Consiglio di Stato. Pure coincidenze, si capisce. Pure coincidenze. Ma resta una domanda. Se i magistrati bidonati urlano «andateci voi, a rischiare la pelle contro la mafia e la ‘ndrangheta!», cosa può rispondere lo Stato? Sta succedendo esattamente questo, in questi giorni, a Reggio Calabria: non ci vuole andare nessuno. Troppi bidoni, grazie.

(tratto dal Corriere della Sera, 25 marzo 2007)

"Credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me. E so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare dalla sensazione o financo, vorrei dire, dalla certezza che tutto questo può costarci caro".

Paolo Borsellino

XII GIORNATA DELLA MEMORIA E DELL’IMPEGNO IN RICORDO DELLE VITTIME DELLE MAFIE

La giornata del 21 marzo, primo giorno di primavera, è il momento che Libera dedica alla memoria di tutti coloro che hanno dato la vita nel nostro Paese per contrastare le mafie: E’ questa l’occasione nella quale Libera rilancia ogni anno un impegno che non deve venire mai meno.

Ricordare non per piangere ma per costruire. Per far crescere qualcosa di nuovo, nel giorno in cui tutto rinasce: il primo giorno della primavera. (Rita Borsellino)

I NOMI DI TUTTE LE VITTIME INNOCENTI DELLE MAFIE

La mafia non dimentica mai. Ha interesse però che siano gli altri a dimenticare. (Giovanni Falcone)

Rosario Livatino, la giustizia "giusta"

                                                                         di Francesco Cananzi

Quando Rosario Livatino venne ucciso, il 21 settembre 1990, aveva 38 anni. Dopo oltre un decennio di attività come magistrato aveva ormai una più matura esperienza del lavoro di pubblico ministero e di giudice, della "giustizia", del rapporto fra le persone e le carte dei fascicoli processuali. Aveva abbandonato le illusioni proprie dell’ingresso in magistratura, ma anche conquistato maggiori consapevolezze sul valore di questa professione. Credo che avesse la percezione – che è una risorsa insostituibile per molti fra i magistrati che operano in realtà "difficili" – di poter contribuire con il proprio impegno, speso ogni giorno nel dirimere le singole controversie e nel giudicare della responsabilità penale dell’imputato, a rendere un poco più giusta la convivenza civile. Con un lavoro non eclatante, non pubblicizzato, ma quotidiano e costante. La vicenda di Rosario Livatino, come quella di tutti gli altri uccisi per aver adempiuto al proprio dovere, vittime delle mafie e dei terrorismi, evoca una sola parola: memoria. La memoria è diversa dal ricordo, è qualcosa che parte dal cuore e giunge all’intelligenza, alla volontà, alla coscienza e infine di nuovo al cuore delle persone: è qualcosa che attiva le energie migliori. Ecco perché è utile ogni occasione che consenta di fare memori, come è per Il piccolo giudice di Ida Abate, da poco pubblicato dall’Editrice Ave e dedicato a Rosario Livatino. Proprio in un tempo difficile per la magistratura, un tempo nel quale l’esercizio della giurisdizione rischia di essere in sé un problema, tanto da motivare malcelate insofferenze, spetta a tutti, ma in particolare ai magistrati, fare memoria di questi testimoni. Non ho mai creduto che Borsellino e Falcone fossero uomini straordinari: credo che Livatino lo fosse ancor meno, lontano dalla notorietà, sconosciuto alle cronache nazionali ma ben noto, evidentemente, alle cosche agrigentine. Un uomo del quotidiano, dunque, un giudice del quotidiano. C’è una giustizia che non appare, quella del lavoro fatto giorno per giorno, fra mille ostacoli, difficoltà, carenza di mezzi e di strutture, dove solo la consapevolezza dell’essere istituzione, il senso del dovere, l’amore per la propria terra, la volontà di contribuire a una giustizia "giusta", motivano l’andare avanti, nonostante i risultati vengano vanificati da disordinate e improvvide riforme legislative e gli ostacoli sorgano già negli uffici giudiziari. Livatino così descriveva il suo modello di magistrato: «È importante che egli offra di se stesso l’immagine non di una persona austera o severa o compresa del suo ruolo e della sua autorità o di irraggiungibile rigore morale, ma di una persona seria, sì, di persona equilibrata, sì, di persona responsabile pure; potrebbe aggiungersi, di persona comprensiva e umana, capace di condannare ma anche di capire». Ve ne sono di magistrati così, capaci di coniugare l’autonomia e la responsabilità, in grado di trasmettere fiducia al cittadino, rispettandolo e mostrando dell’istituzione il volto autorevole e non esclusivamente autoritario. Certo al magistrato vengono attribuite le lentezze del processo, l’incomprensibilità delle leggi e della sua applicazione, gli esiti alterni dei giudizi, quasi come se tutte le colpe dovessero addebitarsi a chi deve dare ragione e torto e, dunque, necessariamente scontentare qualcuno. La legge non può dare ragione a tutti e il magistrato la applica. Livatino, e con lui tanti altri magistrati, aveva una silenziosa ansia di giustizia motivata e nutrita dal desiderio di restituire dignità e diritti alle persone in una terra dilaniata dalla criminalità organizzata, massacrata dal giogo della pretesa mafiosa sull’economia. Credo che nonostante tutte le difficoltà operative e le riforme ordinamentali, anche punitive nei confronti della magistratura, occorra che la magistratura continui a esercitare il diffuso controllo di legalità che la Costituzione le assegna. I magistrati devono essere ciò che la Costituzione, unica fonte della propria legittimazione, chiede loro di essere: autonomi, indipendenti, soggetti solo alla legge e liberi da condizionamenti, impegnati con serietà e diligenza nel proprio lavoro, che è per lo più ordinario e lontano dalle cronache, senza rinunciare a farlo con spirito e cuore straordinari. 

(tratto da "Segno nel mondo", n. 18, 15 novembre 2005)


PENSA
 

Ci sono stati uomini che hanno scritto pagine
Appunti di una vita dal valore inestimabile
Insostituibili perchè hanno denunciato
Il più corrotto dei sistemi troppo spesso ignorato
Uomini o angeli mandati sulla terra per combattere una guerra
Di faide e di famiglie sparse come tante biglie
Su un’isola di sangue che fra tante meraviglie
Fra limoni e fra conchiglie… massacra figli e figlie
Di una generazione costretta non guardare
A parlare a bassa voce a spegnere la luce
A commentare in pace ogni pallottola nell’aria
Ogni cadavere in un fosso
Ci sono stati uomini che passo dopo passo
Hanno lasciato un segno con coraggio e con impegno
Con dedizione contro un’istituzione organizzata
Cosa nostra… cosa vostra… cos’è vostro?
E’ nostra… la libertà di dire
Che gli occhi sono fatti per guardare
La bocca per parlare le orecchie ascoltano…
Non solo musica non solo musica
La testa si gira e aggiusta la mira ragiona
A volte condanna a volte perdona
Semplicemente
Pensa prima di sparare
Pensa prima di dire e di giudicare prova a pensare
Pensa che puoi decidere tu
Resta un attimo soltanto un attimo di più
Con la testa fra le mani
Ci sono stati uomini che sono morti giovani
Ma consapevoli che le loro idee
Sarebbero rimaste nei secoli come parole iperbole
Intatte e reali come piccoli miracoli
Idee di uguaglianza idee di educazione
Contro ogni uomo che eserciti oppressione
Contro ogni suo simile contro chi è più debole
Contro chi sotterra la coscienza nel cemento
Pensa prima di sparare
Pensa prima di dire e di giudicare prova a pensare
Pensa che puoi decidere tu
Resta un attimo soltanto un attimo di più
Con la testa fra le mani
Ci sono stati uomini che hanno continuato
Nonostante intorno fosse tutto bruciato
Perchè in fondo questa vita non ha significato
Se hai paura di una bomba o di un fucile puntato
Gli uomini passano e passa una canzone
Ma nessuno potrà fermare mai la convinzione
Che la giustizia no… non è solo un’illusione
Pensa prima di sparare
Pensa prima di dire e di giudicare prova a pensare
Pensa che puoi decidere tu
Resta un attimo soltanto un attimo di più
Con la testa fra le mani
Pensa

Fabrizio Moro

Agrigento, Valle dei Templi, 9 maggio 1993

"Dio ha detto una volta: non uccidere. Non può l’uomo, qualsiasi uomo, qualsiasi umana agglomerazione… mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio!

Questo popolo, popolo siciliano, talmente attaccato alla vita, popolo che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, civiltà della morte! Qui ci vuole la civiltà della vita!

Nel nome di questo Cristo crocifisso e risorto,
di questo Cristo che è Vita, Via, Verità e Vita,
lo dico ai responsabili: convertitevi!
Una volta verrà il giudizio di Dio!".

                                         Giovanni Paolo II