Voi avete sentito parlare del giudice Livatino, ucciso come un cane dai mafiosi. Il Presidente della Repubblica di allora (n.d.b. Cossiga) disse: “il giudice ragazzino”…..io non voglio giudicare; certamente le persone possono sbagliare poi uno si rimette in discussione; però ci aveva colpito allora, ci aveva disturbato; a me aveva offeso perché tu vedi quella storia di chi mette in gioco la vita per costruire la giustizia, per cercare la verità nel Paese. Quando lui venne ucciso, la mamma trova un quaderno. Vi cito solo una riga. Il giudice ragazzino aveva scritto “Non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma credibili”. Questo vale per tutti; a me aiuta. E molte volte tra il dire e il fare, tra l’impegno che uno dovrebbe metterci e poi la sua coerenza, ci sono tante fragilità, tante debolezze dentro; vorresti fare di più, ti lasci travolgere da tante cose, ma “non non basta essere credenti, è necessario essere credibili”. Di fronte a questi scenari, oggi noi siamo chiamati a non dimenticare che il fare è la premessa e la speranza del cambiamento.

                                          Luigi Ciotti, Chi ha paura delle mele marce?

La puntata del 3 settembre di A Sua immagine (Raiuno) dedicata al Giudice Rosario Livatino, tra i 16 sedici testimoni della fede al IV Convegno Ecclesiale Nazionale di Verona (16 – 20 ottobre 2006).

Rosario Livatino parla più che mai ai giovani, anche attraverso la sua vecchia insegnante di liceo. È lui che parla: lui che ha amministrato giustizia, lui che non ha mai condizionato la sua delicata e difficile missione di giudice al volere e al potere dei potenti, lui che, per la sua fedeltà al diritto e alla giustizia, è stato ucciso da chi lo avrebbe voluto piegare alla ‘giustizia’ della prepotenza, del sopruso, della iniquità. È tutto qui… ed è veramente un ‘tutto’ di eroismo e di gloria. È una vita che, prima di ogni altra cosa, vuol ricordare che siamo chiamati, ognuno di noi, ad adempiere al proprio dovere sempre, ovunque e ad ogni costo. A qualunque prezzo! Sono parole belle, esaltanti; sono, o dovrebbero essere, programma di vita per ciascuno di noi. Per Lui, per il giudice Livatino, non sono state parole, ma vita. E ne ha pagato il prezzo. Vale anzitutto per le piccole cose, senza le quali difficilmente si sale alle grandi, che potrebbero anche non incontrarsi nella nostra vita: il dovere, il rispetto del dovere, il senso del dovere. Capita a volte di sentirsi ripetere da chi il dovere non lo trascura totalmente, ma lo adegua a un comportamento ingiusto e generalizzato per non sacrificarsi, per non volere rischiare: “Oggi tutti fanno così!”. Come se un comportamento non rispettoso dei propri impegni, perché attuato da una maggioranza, possa diventare onesto, giusto. Non è così… anche se a occhi superficiali e accomodanti può parere così, perché è più ‘comodo’ così. Per questo il giudice Livatino è un testimone, un esempio che vale per tutti, che è richiamo a ciascuno di noi. Certamente è soprattutto esempio luminoso per chi amministra la giustizia: il compito più alto, più difficile che l’uomo possa essere chiamato ad adempiere. Richiede tanta umiltà, professionalità accurata e sempre aggiornata, scrupolosità di ricerca e studio paziente anzitutto del ‘fatto’ che si è chiamati a giudicare. Quando, vincitore di concorso, mi presentai al Tribunale dov’ero stato assegnato (era l’ottobre 1942), mi accolse tanto benevolmente il Presidente che mi diede il benvenuto. Tra le considerazioni e i consigli, che espresse come augurio, precisò: “Si ricordi collega”, io trasalii al suono di quella qualifica, “che lei dovrà sempre studiare, con meticolosa cura, il fatto. Più conoscerà nei particolari il fatto, più potrà ridurre, se non cancellare, l’umano errore che è il limite di chi deve giudicare. Perché, non dimentichi, che il fatto è sacro e neanche Dio può modificarlo da così come si è verificato”. Davvero non l’ho dimenticato mai e ho constatato tante volte che anche in politica la conoscenza del fatto è fondamentale per ogni onesto giudizio. La testimonianza del giudice Livatino è esempio vivo e insegnamento di cosa sia l’autonomia e l’indipendenza di ogni magistrato che voglia essere tale. È scritto nella Carta Costituzionale: “La Magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere” (artt. 1 e 4) e “I giudici sono soggetti soltanto alla legge” (art. 101). È civiltà. Ma se il magistrato non sente il bisogno di vivere come persona questi principi, l’affermazione della Costituzione rimane proclamazione di valori essenziali ma non si traduce in vita. Dunque il magistrato deve essere autonomo e indipendente, ma deve anche ‘apparire’ tale. Nessuna legge dona coraggio e spina dorsale a chi non ne ha. Ci fu qualcuno che non gradì questa interpretazione ortodossa dei principi costituzionali che lo portava a indagare su chiunque avesse violato la legge: senza privilegi, senza ingiusti rispetti di potenti, con assoluta eguaglianza. Proprio come afferma l’articolo 3 della nostra Costituzione: “Tutti i cittadini sono eguali di fronte alla legge”. Il prepotente vuole aver diritto al privilegio. Guai a chi per pavidità, o peggio, per interesse personale, si presta alla bisogna!(…)

Che questo libro, che questo Testimone, sia richiamo per tutti e inviti al ripensamento chi ancora ha della giustizia una visione non ortodossa e vede il giudice, che non guarda in faccia a nessuno, come nemico da combattere. Nessuno pensa che non vi siano e non vi siano stati errori e colpe, anche gravi, posti in essere da singoli magistrati; civiltà richiede che il magistrato sia al di sopra delle parti, sia sereno e oggettivo, sia coraggioso, fermo e sempre umano. Il giudice Livatino, e non è stato il solo, ha pagato con la vita la sua limpida fedeltà a questi principi (…) Che Dio ci aiuti a non disperdere la forza rigeneratrice di questo eroico martirio.

Oscar Luigi Scalfaro, Prefazione a Il Piccolo giudice. Fede e giustizia in Rosario Livatino, di Ida Abate, Ave Editrice, 2005.

ANNIVERSARIO LIVATINO: FILM PROMUOVE BEATIFICAZIONE MAGISTRATO

Un film-documentario per promuovere la beatificazione di Rosario Livatino. In occasione del sedicesimo anniversario della tragica scomparsa del giudice, la sezione provinciale dell’associazione nazionale magistrati di Agrigento, ha presentato al palazzo di giustizia in anteprima nazionale il trailer del film documentario "La Luce verticale", girato dal regista messinese Salvatore Presti. Il lungometraggio riporta le testimonianze di chi ha conosciuto il sostituto procuratore ucciso dalla mafia a Canicatti’ nel 1990. Come personaggi di un film, i testimoni sono ascoltati con l’obiettivo di restituire la figura autentica dell’uomo Livatino, e di ricostruire la vicenda umana e professionale del giudice anche tramite l’utilizzo di scene di fiction girate sui luoghi originali dove si sono svolti i fatti. Tra gli intervistati c’e’ anche il vescovo di Agrigento, monsignor Carmelo Ferraro, che illustra il cammino verso la causa di beatificazione di Livatino e il significato delle parole che Giovanni Paolo II disse ai suoi genitori definendolo "martire della giustizia e, indirettamente della fede". La docu-fiction di Presti – nel suo curriculum esperienza professionali alla Radio Vaticana e a Rai educational – vuole contribuire alla causa di beatificazione, scavando nell’esistenza del magistrato e mettendo in risalto l’eroismo quotidiano dei piccoli gesti compiuti lontano dalla "spettacolarizzazione mediatica" che contraddistingue i nostri tempi. "Nel film-documentario – dice il regista – cerco di mettere in risalto la sua vita "normale". Il suo eroismo non coincideva con la ricerca di una vanagloria personale, ma era quella del martire che non desidera nulla piu’ per se stesso, neppure la gloria del martirio". Quello di Presti e’ il secondo film su Rosario Livatino, tredici anni dopo "Il giudice ragazzino" di Alessandro Di Robilant, tratto dal’omonimo libro di Nando dalla Chiesa e interpretato da Giulio Scarpati. Le interviste vengono alternate da parti recitate che descrivono i momenti piu’ importanti della breve vita di Livatino. Ad interpretarlo l’attore catanese Francesco Giuffrida, scoperto da Gianni Amelio nel film "Cosi’ ridevano" e noto al pubblico televisivo per la parte del carabiniere Leo nella fiction Mediaset "Carabinieri". L’iniziativa nasce nell’ambito del progetto legalita’ 2006 e con il contributo dell’assessorato ai Beni Culturali, ambientali e Pubblica istruzione della Regione siciliana e realizzato dall’associazione culturale "Sicilia fantastica". (fonte: AGI)

Anniversario Livatino. Rita Borsellino: “Suo coraggio e determinazione modello per nuove generazioni”

Palermo, 20 settembre 2006. “Livatino fu lasciato solo, attaccato e delegittimato dalle stesse istituzioni ma la sua voglia di giustizia non lo fece mai indietreggiare nella ricerca della verità”. Lo dice il leader dell’Unione Rita Borsellino ricordando la storia del giudice ragazzino di cui domani ricorre il sedicesimo anniversario dall’uccisione. “Il coraggio, la determinazione, la competenza ma anche l’attaccamento e la conoscenza del territorio di Livatino – aggiunge Borsellino – rappresentano un modello importante per i giovani”.