Dal blog Diario dei campi 2006, dei ragazzi dell’Arci Toscana

SICILIA
Canicattì, 3-4 agosto

"(….) dopo aver pranzato tutti insieme, siamo andati al cimitero di Canicattì a rendere omaggio alla tomba di Rosario Livatino sulla quale abbiamo lasciato un po’ della “nostra” terra, una manciata di quella terra di Sicilia per la quale il giudice ragazzino ha speso la propria vita. Abbiamo visitato anche la tomba del giudice Antonino Saetta, ucciso nel 1988 sempre a Canicattì insieme al figlio giovanissimo. Sulla tomba che li vede giacere insieme c’è scritto: non omnes moriar (non morirai completamente…)

I ragazzi del circolo Samarcanda ci hanno detto però che proprio là vicino c’è la cappella di una delle più potenti famiglie mafiose della città: un bel contrasto, in quel fazzoletto di terra!!

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Il 4 agosto è venuto Don Ciotti: insieme a lui sul campo abbiamo legato alle viti i cartellini con i nomi di tutte le persone che hanno adottato una vite, versando alla cooperativa un contributo di 100 €. C’era anche la mia e quella di mia mamma…me le sono legate personalmente è stato molto bello!
Don Ciotti ha legato per prima quella di un bambino di 6 mesi: i suoi parenti gli hanno fatto questo regalo per il battesimo, al posto di un regalo in oro, che in Sicilia usa molto. Davvero un gesto molto significativo!

“Pensavo che la mafia fosse un atteggiamento e invece qui ho visto che è una cosa concreta” ha detto Pietro, ma abbiamo conosciuto realtà importanti contro questa cosa concreta()".

Martire della giustizia

Oggi sono soprattutto i cristiani comuni a rendere presente la chiesa nella storia. Come Borsellino, del cui cristianesimo ci si è accorti dopo che la mafia lo ha ucciso.

di Luigi Accattoli (tratto dal Messaggero di sant’Antonio, lug/ago 1997)

Bachelet, Borsellino, Galvaligi, Livatino, Mattarella, Moro, Puglisi, Ruffilli, Scopelliti, Taliercio, Tobagi: sono solo alcuni dei cristiani del nostro paese uccisi dalla mafia e dal terrorismo, che forse un giorno chiameremo ‘martiri della giustizia’, come ha proposto il papa. Tra essi, Paolo Borsellino è una delle figure più belle: uomo operoso e di poche parole, cristiano serio e di fede intera.

Se la nostra chiesa fosse meno clericale, se sapessimo guardare con occhio evangelico l’avventura dei battezzati nell’Italia di fine millennio, sarebbe a uomini come Borsellino che andrebbe spontaneamente il nostro pensiero ogni volta che ci chiediamo che cosa ne sia del cristianesimo nella nostra epoca. Ecco che cosa ne è: esso è testimoniato, nel vivo e nel pieno della storia, da donne e da uomini che vivono nel mondo e compiono opere legate al loro ufficio, senza nessuna particolare qualifica ecclesiale.

Insomma, sono innanzitutto i cristiani comuni a rendere presente oggi la chiesa nella storia. E Borsellino è così radicalmente un cristiano comune, che del suo cristianesimo ci si è accorti – si può dire – solo dopo la morte e a motivo delle circostanze straordinarie di essa. Allora acquistò rilievo la dichiarazione di fede – e quasi di accettazione del martirio – che aveva pronunciato un mese prima, in una chiesa di Palermo, commemorando da cristiano l’amico laico Falcone. E colpirono gli attestati sulla sua regolare pratica religiosa, le dichiarazioni di perdono agli uccisori pronunciate come in suo nome dai figli e dalla vedova.

Paolo Borsellino è notissimo per la sua opera di magistrato a fianco di Giovanni Falcone, e per la morte avvenuta nella strage di via D’Amelio, a Palermo, il 19 luglio del 1992, due mesi dopo quella di Capaci in cui era stato ucciso Falcone. Ma l’opinione pubblica conosce pochissimo della sua figura di cristiano, che dunque conviene richiamare.

Viene ucciso una domenica pomeriggio: il sabato era andato in chiesa a confessarsi, come faceva regolarmente. Lo attesta la figlia Fiammetta.

Così l’amico Antonio Caponnetto ha descritto il cristiano Borsellino: ‘Poco si è scritto e parlato della pienezza e del fervore con cui Paolo ha vissuto il suo rapporto con la fede. Era un aspetto fondamentale della sua personalità e della sua vita: mai ostentato, noto soltanto ai familiari e ai più intimi amici. Una fede totale, fatta di amore per il prossimo, amore per la famiglia, serenità interiore e, negli ultimi tempi, vocazione consapevole al sacrificio, annunciato e atteso’.

Eccolo, dunque, un mese dopo la morte di Falcone e un mese prima della propria, ricordare l’amico in una chiesa di Palermo, alla presenza del cardinale Pappalardo: ‘Se egli è morto nella carne, ma è vivo nello spirito, come la fede ci insegna, le nostre coscienze, se non si sono svegliate debbono svegliarsi! La speranza è stata vivificata dal suo sacrificio, dal sacrificio della sua donna, dal sacrificio della sua scorta. Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti; abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera, accettando in pieno questa gravosa e bellissima eredità di spirito!’.

‘Paolo – scriverà la sposa Agnese al papa (e la bellissima lettera sarà pubblicata dall”Osservatore romano’ in prima pagina, il 6 maggio 1993, alla vigilia di una visita di Giovanni Paolo II in Sicilia: quella in cui griderà il monito ai mafiosi: ‘Verrà un giorno il giudizio di Dio!’) – era un cristiano semplice e profondo’.

Quella sua fede la sentiamo echeggiare nelle parole del figlio Manfredi, che così ha motivato la dichiarazione di perdono agli uccisori del padre: ‘In questo momento di dolore io vivo con una forza che è in gran parte quella di mio padre. In particolare la fede, la religiosità che papà aveva, l’ha trasmessa in blocco ai sui figli’.

Anche la sposa Agnese attribuisce a Paolo il segno cristiano della sua reazione all’assassinio: ‘La giustizia e la verità per i fatti accaduti, l’amore e il perdono per l’uomo che sbaglia. Se c’è un insegnamento che mio marito mi ha dato è che nel cuore dell’uomo, anche di quello più cattivo, c’è sempre un angolo nascosto del buon Abele che, se opportunamente stimolato, può riaffiorare’.

Per tener fede a quell’insegnamento, Agnese ha creato a Palermo un ‘Centro per il recupero degli adolescenti a rischio’: quelli appunto che potrebbero essere arruolati dalla mafia. E le è stato dato, nel maggio del 1996, a Cascia (PG), il ‘Riconoscimento internazionale Santa Rita’ per la sua ‘opera di riconciliazione e di pace svolta anche dopo l’uccisione del marito’.

In quell’occasione confermò la scelta del perdono: ‘Ho vissuto il mio dramma con cristiana rassegnazione, senza nutrire sentimenti di odio nei confronti degli assassini di mio marito’. Ha detto di considerare ‘tutti miei figli’ i ragazzi difficili di cui si occupa, e ha motivato così quella decisione: ‘Le sofferenze patite hanno rafforzato in me l’esigenza di diffondere il messaggio di pace, di amore e di solidarietà umana verso le persone più deboli’.

IL PRIMATO DI DIO
                                                          di Luigi Accattoli 
                                                      
Cito personaggi che agiscono; che hanno doti di carriera e che attestano nelle attività più varie, in mezzo al mondo, con una grande forza ed efficacia, il primato di Dio.
Rosario Livatino: un cristiano talmente forte che se fossimo nei primi secoli della Chiesa sarebbe già ora venerato come martire e dottore. Ha lasciato una conferenza sul rapporto tra fede e giustizia in cui dice che il giudice è come un sacerdote perché è tra Dio e l’uomo nel momento della giustizia. E afferma che «il rendere giustizia è preghiera e dedizione di sé a Dio».
Questo giudice si fa assegnare un grosso processo di mafia. Si offre volontario tra i Sostituti Procuratori di Agrigento perché è senza famiglia. Interrompe il fidanzamento con una donna perché non ne vuole farne una vedova.
Nella sua agenda lascia tracce di preghiera. È sicuro che lo uccideranno, ma non vuole la «scorta» perché non muoiano altri uomini. Sapendo che per combattere la mafia ci vogliono veramente dei martiri, va incontro al suo destino. Viene ucciso a 38 anni nel novembre del 1980 e forse si farà la causa di beatificazione.Cito questi fatti anche per scuotere un po’ dalla tendenza ad interpretare negativamente tutto ciò che succede nei nostri tempi: questi siciliani che non sanno che fare di fronte alla mafia, questi immigrati che aggravano la situazione di altri luoghi, questi cristiani che non sanno più guardare in faccia la morte … No, fra gli immigrati c’è un Sabatino Jefuniello , "profeta minore" della Chiesa di Milano; e tra i siciliani c’è un Rosario Livatino che è un gigante nella storia contemporanea di questo paese. E tra noi, tra i battezzati di questo paese, ci sono anche quelli che sanno entrare nella morte a occhi aperti. Dobbiamo avere il cuore puro e lo sguardo limpido per vedere!
   

                                                                           (tratto dal Sito del Suffragio)