Guardo le parole incise nei sassi, che il tempo prima o poi s’incaricherà di cancellare, e mi ripeto che esse, come sentenzia il titolo di un libro di Carlo Levi, sono importanti più delle azioni, a volte; e che dal loro uso spesso dipendono i comportamenti di intere generazioni.

Coloro che giornalisti frettolosi definiscono "feroci padrini" o "potenti boss" il più delle volte si rivelano insignificanti individui, ignoranti e brutali, resi potenti dalla loro cieca, selvaggia crudeltà. Basta chiamarli per quello che realmente sono: assassini, pronti a vendere i loro "pentimenti" con lo stesso cinico disprezzo per la vita umana mostrato nei loro delitti.

Proprio questo, dei vili assassini, erano quei giovinastri che una mattina di settembre del 1990, lungo la strada che da Canicattì porta ad Agrigento, uccisero un magistrato ragazzo, Rosario Livatino. Un "commando di spietati killer" fu definito dai giornali quel branco di codardi che in una scarpata tutta sassi, come qui, a Portella della Ginestra, inseguì la facilissima preda, dopo che essa, inerme, era scesa dall’auto per cercare scampo a piedi.

Spararono in faccia ad un giovane magistrato che per scelta personale, oltre che deontologica, non si sarebbe mai dotato di un’arma. Spararono in faccia a uno degli uomini della magistratura siciliana pù esposti alla violenza altrui, perchè. oltre che puntigliosamente intelligente nel suo lavoro, era il meno adatto a una pur minima reazione fisica.

Irredimibile dovette sobbalzare, ai suoi occhi che si spegnevano, il paesaggio, che quella luminosa mattina, insieme al giovane magistrato, finiva inghiottito nel gorgo del nulla. Moriva con lui, il paesaggio; pariva assorbito in un sonno d’immemore eternità; e forse il suo ultimo pensiero, già libero dal dolore e al di là della vita, sarà stato – molte volte mi è venuto di augurarglielo- di profonda pace, di quiete finalmente, compiutamente raggiunta

                                                                                 In Sicilia, Matteo Collura

Per non dimenticare il coraggio di Livatino 
                                                                                       di Luca Tescaroli*
 
Il 21 settembre 1990 veniva eseguito con ferocia l’omicidio di Rosario Livatino. Lungo la superstrada Canicattì-Agrigento, una Fiat Uno turbo diesel, con due sicari a bordo, speronava la Fiesta rossoamaranto sulla quale viaggiava il giudice non ancora trentottenne, mentre sopraggiungeva una moto enduro con a bordo altri due membri del commando. E subito una pioggia di colpi crivellava la macchina di quel magistrato, che, colpito a una spalla, invano cercava scampo nell’arida sterpaglia del vallone, ove veniva rincorso e braccato dai killer che barbaramente gli toglievano la vita senza trascurare di lanciargli «un’infamia verbale». Quando appresi dell’efferato agguato e delle modalità dell’esecuzione, provai dolore e rabbia. Non potevo accettare che fosse morto in quel modo e mi sono chiesto come fosse stato possibile lasciare senza la minima protezione un magistrato da tempo impegnato nella trattazione di processi concernenti la criminalità mafiosa.
A dodici anni di distanza con soddisfazione possiamo dire, dopo la celebrazione di tre processi le cui condanne sono divenute definitive, che quei mafiosi di Palma di Montechiaro hanno un nome e quel delitto un perché. L’eliminazione, con funzione preventiva e di vendetta di Rosario Livatino, è coincisa con un momento di profondo e sanguinoso scontro mafioso ed è stata decisa ed eseguita dalla Stidda per dare un segnale inequivocabile di potenza militare agli avversari di Cosa nostra, un modo obliquo di mettersi in pari con la spietata eliminazione del giudice Antonio Saetta e del figlio Stefano, decretata ed eseguita da Cosa nostra.
Dimenticato dalle istituzioni, spesso distratte e poco accorte verso i propri servitori più zelanti e impegnati, Livatino apparteneva a quel gruppo di persone, ancora non troppo numeroso, che hanno fatto e fanno del coraggio e dell’adempimento del dovere, nel completo rispetto della legge, uno stile di vita. Egli sapeva bene i rischi che correva ma rimase al suo posto nonostante le minacce e gli avvertimenti, l’assenza dei mezzi, le singolari prudenze dei superiori e il senso di impotenza. Un eroe moderno cui il nostro Paese, senza retoriche celebrative, deve essere profondamente grato e che non può essere dimenticato per la sua lezione di professionalità e dignità. Grato, innanzitutto, per aver testimoniato un insegnamento decisivo in ogni tempo: il proprio dovere non può essere condizionato dall’interesse personale, dal compromesso e dall’esistenza di pericoli. La paura, sulla quale prosperano la mafia e l’omertà, può essere sconfitta. Una lezione recepita dal rappresentante bergamasco di porte blindate, Pietro Nava, il quale, avendo assistito all’imboscata e all’inutile fuga del magistrato nei campi sottostanti la strada, non si è tirato indietro e ha testimoniato e denunciato gli aggressori, consentendo di individuare i componenti del gruppo di fuoco.

C’è ancora un’altra ragione di enorme gratitudine nei confronti di Rosario Livatino. Quell’assassinio scosse il Paese e rappresentò la causa determinante per far approvare, nel gennaio del 1991, la prima normativa sui collaboratori di giustizia che, dando dignità giuridica all’istituto, ha fattivamente contribuito ad arginare il potere mafioso e a ottenere gli straordinari risultati in termini di condanne, cattura di latitanti e rinvenimento di armi ed esplosivi. L’anniversario di quell’atroce delitto offre anche l’occasione a tutti i cittadini e ai rappresentanti delle istituzioni per riflettere sulla realtà che oggi viviamo, caratterizzata da una magistratura socialmente isolata e invisa al potere, e da una fase di ciclo basso della lotta alla mafia. Proprio quando la criminalità di tipo mafioso è tornata a essere un affare di pochi, magistratura e forze dell’ordine soprattutto, assistiamo al varo di nuove leggi e alla presentazione di disegni di legge (progetto Cirami, Anedda Pittelli) che se approvati renderanno sempre più difficile l’azione di contrasto al crimine organizzato, impoveriranno ed elimineranno gli strumenti investigativi a disposizione, creeranno le premesse per offrire ai mafiosi innegabili vantaggi processuali e per controllare e condizionare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, garante indipendente di regole uguali per tutti, che ha dimostrato di saper efficacemente arginare i fenomeni delinquenziali che affliggono la Nazione.
Ritengo che il forte debito di riconoscenza nei confronti di Rosario Livatino e del suo luminoso esempio di vita imponga una rivisitazione critica di quelle iniziative se non si vuole essere costretti a commemorare negli anni a venire altri colleghi del compianto magistrato.

(testo tratto dalla Repubblica – Palermo, 20 settembre 2002)

*Luca Tescaroli è Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma. E’ stato Pubblico Ministero nel processo per la strage di Capaci.

"Una coreografia rotta solo da un punto, un punto bianco. E’ il lenzuolo che copre giù nel vallone, il corpo del giudice, stesso su quello che è probabilmente il letto essiccato di un torrente. E’ uno spettacolo orribile, che spezzerebbe qualsiasi collaudata coreografia. A darne testimonianza è l’inviato del quotidiano "la Repubblica", Attilio Bolzoni, che racconta con raccapriccio di quello che da lontano sembra un punto bianco e che da vicino è un lenzuolo con le formiche che ci camminano sopra, con le mosche che ronzano intorno, con il vento che lo solleva ad ogni soffio scoprendo il viso pallido di un uomo appena morto. Eppure la coreografia non si arrende. Elicotteri che volteggiano nel cielo, sirene dappertutto, agenti e carabinieri a ogni incrocio. La potenza e i mezzi dello Stato sbucano quasi dal nulla a far vedere ciò che potrebbe essere e che graziosamente non è."

                                                Nando Dalla Chiesa, Il giudice ragazzino.