Livatino, vita immolata per lo Stato

Una scarpa, un mocassino nero del piede sinistro. E’ questo il triste segnale che lungo una scarpata tra le contrade Gasena e San Benedetto, la mattina del 21 settembre 1990 ha annunciato la morte di un uomo. Era un venerdì di ormai quindici anni fa. Il corpo che giaceva poco più a valle del mocassino, tra le sterpaglie, era quello di Rosario Angelo Livatino, quasi 38 anni, giudice canicattenese fermato mentre viaggiava verso la città dei Templi per raggiungere il Tribunale.
Quella mattina le lancette dell’orologio avevano già segnato le 8,30, quando la vecchia Ford Fiesta colore amaranto sulla quale viaggiava da solo fu fermata sulla strada statale 640, raggiunta da una pioggia di fuoco. Fu un inferno. Il lunotto della vettura e i vetri laterali andarono in frantumi, ma dall’interno Livatino riuscì in qualche modo a sgattaiolare fuori. Era un giovane terrorizzato e in cerca di salvezza. La cercò imboccando la strada del vallone. Una corsa a perdifiato continuata inutilmente e per poco, anche senza quella scarpa sinistra.
«Che cosa vi ho fatto?», ebbe il tempo di chiedere ai suoi assassini che risposero con un’offensiva ingiuria e poi lo freddarono.
Quando le forze dell’ordine giunsero sul posto trovarono Rosario Livatino con gli occhi sbarrati, rivolti verso l’alto. Indossava una camicia azzurro chiaro macchiata dal suo stesso sangue. La giacca grigia che avrebbe dovuto indossare in Tribunale quel giorno era rimasta appesa in auto, al gancio, perpendicolare a uno dei finestrini. La teneva così quando viaggiava per avere maggiore possibilità di movimento alla guida e per evitare che si sgualcisse. Come di consueto si era rasato e prima di uscire aveva salutato i genitori, con i quali viveva in una casa al corso, la strada principale di Canicattì.
Tutto come al solito, quasi senza voler dare il fastidio di ritardi o di cambiamenti di programma a chi lo aspettava lungo la strada per ucciderlo. Così per gli assassini il compito non fu difficile. Quella mattina i suoi killer lo avrebbero, infatti, seguito per chilometri, sin dal bivio per Castrofilippo, aspettando il momento giusto per entrare in azione. Così almeno raccontò poi un pentito della Stidda di Palma di Montechiaro. I sicari viaggiavano su due diversi mezzi, una Fiat Uno turbodiesel e una moto enduro, entrambi ritrovati in fiamme dai carabinieri poco dopo l’esecuzione, a qualche chilometro di distanza dal luogo del delitto, su una collinetta incolta di contrada Gasena.
Ma perché una morte e poi così tragica? La risposta sarebbe nel cuore della sua professione e del suo impegno. Come giudice a latere del Tribunale aveva, infatti, deciso di far parte del collegio chiamato a decidere sulla proposta di confisca dei beni – operazione del valore di centinaia di milioni di lire – a quattro presunti potenti mafiosi locali. Tra questi anche i capi famiglia della sua stessa Canicattì.
E Livatino non prendeva affatto il suo lavoro alla leggera. Scrisse, infatti, e firmò sentenze a tutto spiano. Secondo dati forniti tempo addietro dalla Procura della Repubblica di Agrigento, tra il 1984 e il 1988 è stato lui il magistrato più prolifico, al quale tra l’altro si concede il primato per i procedimenti, per le richieste di rinvio a giudizio e per la proposta di impugnazioni. La sua eliminazione voleva allora avere una doppia funzione, di vendetta ma anche preventiva. Una decisione che veniva presa tra l’altro in un momento di profondo e sanguinoso scontro mafioso.

Quindici anni fa, la notizia della barbara uccisione del giudice quella mattina fece subito il giro della provincia e poi anche della regione e dell’Italia tutta. Molti – autorità locali e nazionali, e gente comune – raggiunsero il luogo dell’agguato, e molti di più presero parte ai suoi funerali facendo quasi scoppiare la parrocchia San Diego, nella sua città natale.
Una folla immensa che sembrava improvvisamente risvegliata dopo anni di torpore e di silenzio. Fu allora che qualcuno cominciò a sperare in un risveglio delle coscienze e ad intavolare nuove riflessioni, a cercare nuove strade di lotta e opposizione alla criminalità organizzata. E fu allora, forse, che qualcuno pensò che nella dura partita tra legge e malavita questa volta la mafia aveva realizzato niente altro che un clamoroso autogol.

Quel giorno si fermò anche la vita di Nava
La storia del testimone oculare che da allora ha visto la sua esistenza trasformata in un inferno

Rosario Angelo Livatino non fu l’unico a «perdere» la vita nell’agguato a lui teso quel 21 settembre 1990. Pur senza essere raggiunto da una scarica di piombo e senza morire, anche la vita di Pietro Ivano Nava, un uomo di Nord, si fermò quel giorno sulla statale 640. Era questi un rappresentante di porte e sistemi di sicurezza per conto di un’azienda di infissi di Villanova d’Asti, aveva quasi 50 anni ed era nato a Sesto San Giovanni, in provincia di Milano. Il suo nome è ancora oggi sinonimo di coraggio, senso civico e abnegazione. Diventò il supertestimone per caso del delitto del giovane giudice canicattinese e l’uomo-chiave nell’inchiesta che portò all’individuazione dei suoi killer.
Quella mattina Pietro Nava era partito da Enna, dove aveva trascorso la notte, e a bordo di una Lancia Thema station wagon si trovava sulla statale 640 diretto ad Agrigento per incontrare un cliente. Per strada vide qualcosa di strano consumarsi proprio sotto i suoi occhi e in tempo reale, tanto da riuscire a seguire la scena anche dallo specchietto retrovisore della sua auto. La sua telefonata raggiunse la sala operativa della Questura tra le 8.30 e le 9, giusto il tempo di percorrere i pochi metri necessari a raggiungere una zona in cui il telefonino avesse la copertura per effettuare la chiamata.
Ancora Nava non sapeva di aver assistito al delitto di un giudice, ma solo ad un reato per denunciare il quale, in men che non si dica, lo stesso aveva raggiunto gli uffici della Mobile della Questura: «Stamattina ho visto qualcosa d’importante che penso vi possa interessare».
Qualcuno osava rompere la tradizione popolare dell’omertà, accettare lo scomodo ruolo di testimone oculare di un reato, e per di più di un reato di mafia.
«Viaggiavo a 70 km/h – raccontò, secondo almeno le versioni più note, il testimone – e prima di arrivare ad Agrigento ho notato qualcosa di strano sulla statale. Davanti a me c’era una Fiesta con il lunotto rotto e, nelle vicinanze, un giovane che indossava un casco da motociclista e guardava verso un altro giovane con il viso scarno, i capelli neri corti e il naso pronunciato che, a viso scoperto, stava saltando il guard rail impugnando una pistola. Superando la Fiesta ho notato una Fiat Uno di colore beige, con i fari anteriori rotti, posteggiata qualche metro più avanti».
Nava si disse in grado di riconoscere l’uomo intravisto sul ciglio della strada.
Aveva semplicemente fatto il suo dovere di cittadino, ma il prezzo che ne pagò fu davvero caro. Inizialmente l’uomo potè rientrare a casa sua, in continente, ma presto la Polizia lo invitò a sostenere un confronto importante: «E’ lui», disse guardando un giovane palmese «pizzicato» in Germania. Immediato l’arresto dell’uomo che aveva visto quella mattina con la pistola in pugno e che fu poi condannato all’ergastolo, e immediata anche la necessità che Nava cambiasse vita, lavoro e identità per ragioni di sicurezza. Perse, insomma, mezzo secolo della sua vita.
In Questura arrivarono altre chiamate, tutte postume: c’era un’auto con il lunotto posteriore in frantumi, crivellata di colpi e con tracce di sangue, ma nessuno era arrivato in tempo per vedere qualcosa di utile alle indagini. Oggi la stessa zona dell’agguato alla stessa ora si considera area di sostenuto transito. Intanto per la cattura dei killer di Livatino bastò la testimonianza di quell’unico testimone oculare.
L’eliminazione del giudice è stata decisa ed eseguita dalla Stidda per dare un segnale chiaro di potenza militare agli avversari di Cosa nostra. Un modo anche per pareggiare la spietata eliminazione da parte della mafia del giudice Antonio Saetta e del figlio Stefano, canicattinesi trucidati due anni prima.
Oggi il «fu Pietro Nava» vive all’estero, con un’identità e una vita nuova. Sulla sua storia fu scritto un libro, «L’avventura di un uomo tranquillo. Storia vera di Pietro Nava, supertestimone di un delitto di mafia», firmato da Pietro Calderoni, edito da Rizzoli. Fu anche girato un film nel 1997, «Testimone a rischio», diretto da Pasquale Pozzessere, prodotto da Marco Valsecchi, interpretato da Fabrizio Bentivoglio, Claudio Amendola, Margherita Buy.

Mandanti ed esecutori processati e condannati
Celebrati tre processi con dieci imputati. Ad 8 è stato inflitto l’ergastolo, sconti di pena per 2 pentiti

Tre processi, con 10 imputati, 8 condanne all’ergastolo e lo sconto di pena per due collaboratori di giustizia. La Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta ritiene di aver fatto piena luce sull’uccisione del giovane magistrato di Canicattì, Rosario Angelo Livatino, 38 anni, assassinato la mattina del 21 settembre 1990 sulla strada statale Caltanissetta-Agrigento, mentre a bordo della sua Ford Fiesta di colore amaranto stava per raggiungere l’ufficio al Tribunale di sorveglianza di Agrigento dove prestava servizio.
L’omicidio Livatino avvenne in un momento difficile per la Procura di Caltanissetta, che nel 1990 aveva un organico ridotto: ma ben presto l’inchiesta, allora coordinata dal procuratore Salvatore Celesti e dal sostituto Ottavio Sferlazza, fece registrare una clamorosa svolta, grazie alle dichiarazioni rese alla Polizia dal supertestimone Pietro Nava, un agente di commercio della Lombardia che quella mattina si stava dirigendo ad Agrigento per lavoro e vide i due killer che si avvicinarono all’auto del giovane magistrato, e lo inseguirono nella scarpata mentre il giudice tentava invano, di mettersi in salvo, fuggendo a piedi.
Grazie alle rivelazioni di Pietro Nava, vennero arrestati in Germania, dove si erano rifugiati, Paolo Amico e Domenico Pace, di Palma di Montechiaro, poi condannati all’ergastolo il 18 novembre 1992 dalla Corte d’assise di Caltanissetta, con sentenza che fu confermata sia dalla Corte d’Assise d’Appello che dalla Cassazione.
Il processo bis per l’omicidio Livatino, scaturito dalle rivelazioni del collaboratore di giustizia Giovanni Calafato e Giuseppe Croce Benvenuto (anche loro di Palma di Montechiaro e condannati a 16 e 18 anni di carcere), videro alla sbarra Gaetano Puzzangaro di Palma e Gian Marco Avarello di Canicattì, entrambi condannati al carcere a vita con sentenza passata in giudicato. I pentiti hanno delineato gli scenari dell’uccisione del giovane magistrato di Canicattì: si trattò di una vendetta nei confronti dello stesso Livatino che aveva inflitto condanne al clan della Stidda e di un segnale lanciato ad altri magistrati impegnati sul fronte antimafia. Inoltre, il gruppo criminale emergente degli stiddari, volle lanciare un chiaro messaggio della sua potenza militare ai capi di Cosa Nostra. Erano gli anni in cui la Stidda strinse un’alleanza in molti Comuni siciliani, a partire da Vittoria e fino a Marsala, passando per Niscemi, Gela, Mazzarino, Riesi, Canicattì, Palma di Montechiaro e altri Comuni dell’Agrigentino. Ne scaturì una feroce guerra con decine di morti non solo in Sicilia.
Infine il processo «Livatino-ter», con quattro imputati, Antonio Gallea di Agrigento, Salvatore Calafato di Palma di Montechiaro, Salvatore Parla e Giuseppe Montanti di Canicattì; stanno scontando anche loro l’ergastolo.

«C’è voluto tanto sangue per cambiare mentalità»
Il procuratore Ignazio De Francisci
spiega cosa è cambiato nelle coscienze dopo il delitto Livatino

Quindici anni per far germogliare la legalità e la giustizia. La morte efferata del giudice Rosario Livatino ha sconvolto l’Italia intera e ha promesso un maggiore impegno per il cambiamento delle coscienze di tutti.
Si è trattato di un vero scossone che nel tempo è maturato in una riflessione che ha coinvolto tanto gli addetti ai lavori quanto i singoli cittadini.
L’avvicinarsi del giorno della commemorazione della morte del trentottenne canicattinese porta con sé, in modo quasi naturale, una domanda: quanto in realtà è veramente cambiato nel tessuto morale e, in un certo senso legale, della società?
«I segni di cambiamento certamente ci sono e si possono notare anche nella nostra provincia – dice Ignazio De Francisci, capo della Procura della Repubblica del Tribunale di Agrigento – ma avremmo certamente preferito che non fosse stata questa la strada per raggiungerli, che non si fosse dovuto passare attraverso il sangue di uomini come Rosario Livatino o di altri, come ad esempio ancora un canicattinese quale Antonino Saetta».
La piccola vittoria di un processo di rinnovamento già avviato, insomma, avrebbe avuto un sapore più dolce se a farci stare meglio – «come adesso stiamo» evidenzia De Francisci – non fossero stati efferati omicidi.
Quello del riscatto è comunque un percorso doloroso e ancora molto lungo, durante il quale non si deve abbassare la guardia.
«Germogli e segnali di risveglio ci sono stati e ci sono tuttora – aggiunge il procuratore capo – ma si tratta di un cammino che la magistratura da sola non può compiere, non senza che le istituzioni tutte, a tutti i livelli, e i cittadini facciano la loro parte».
Intanto anche la magistratura è cambiata in questi anni e non solo perché morire è – per fortuna – più difficile perché lo spargimento di sangue sembra ad oggi più lontano dalle strategie mafiose.
«Definirei la magistratura è più giovanile e non siciliana – dice De Francisci – in un certo senso più attenta, soprattutto alle questioni mafiose, e lo dico senza nulla in assoluto voler togliere a quanti nel tempo hanno lavorato per la giustizia».
Certo anche i tempi sono diversi rispetto a quelli in cui è maturato ed è stato compiuto l’omicidio di Rosario Livatino: «La mafia – dice il capo della Procura della Repubblica della città dei Templi – pare aver capito che non serve a nulla uccidere un singolo magistrato, e insieme alla strategia della malavita per fortuna diversa c’è anche la constatazione che in un certo senso i giudici di oggi sono più fortunati di quelli di allora perché è più difficile sentirsi e addirittura essere lasciati soli».
Un mestiere che è diventato in questi anni non certo più semplice, ma almeno meno difficoltoso. Domani intanto si ricorderà il sacrificio del giovane magistrato canicattinese, e la magistratura sarà in prima fila per ricordare un collega coraggioso che non smette di farli riflettere, anche nel corso di annuali convegni. Eppure come di consueto le iniziative sono strette tra la voglia di restituire la memoria agli eroi e i rammarichi di chi lamenta un ricordo limitato a uno o due giorni ogni dodici mesi. Il procuratore smorza i toni sulla questione dei «martiri della giustizia».
«Semplicemente credo che una volta che sono morti – dice il capo della Procura agrigentina – è meglio ricordarli una volta all’anno che non farlo affatto, e trovo che sia utile tutto sommato anche ricordarli per la stessa magistratura, perché i giovani sappiano e conoscano chi li ha preceduti».
Un ricordo necessario, dunque, ma nel quale è bene non eccedere: «Nello stesso tempo – aggiunge, infatti il magistrato – non si può fare una commemorazione al giorno, una celebrazione assidua di chi ha perso la vita, perché se ricordare fa certamente bene si rischierebbe addirittura una sorta di paralisi».
A scendere un po’ più in dettaglio è lo stesso Ignazio De Francisci: «Semplicemente – dice – sono convinto che se le iniziative riempissero più di tanto le agende dei magistrati si finirebbe per non trovare più il tempo di esercitare, che è poi il motivo principe che ci ha portato fino in Tribunale».

                                                                                     (fonte: La Sicilia)

Mafia. 15 anni fa l’assassinio del giudice Rosario Livatino. Ciampi: un eroe che si sacrifico’ per la giustizia 
"La data del 21 settembre celebra la memoria del Giudice Rosario Livatino ed esalta il ricordo del suo coraggioso ed eroico sacrificio". Così il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi nel messaggio diffuso in occasione del 15/mo anniversario dell’uccisione del magistrato, ucciso dalla mafia il 21 settembre del 1990. 
 "Il contributo coordinato delle Istituzioni e delle Forze dell’Ordine, coniugato con l’attività di sensibilizzazione dell’associazionismo – scrive il Capo dello Stato – rafforza nei cittadini e nei giovani la consapevolezza dei valori della Legalità e della Giustizia fondamenti essenziali della convivenza civile e di una società più equa e solidale". "Invio a tutti i giovani – conclude la missiva – il mio augurio più fervido, con l’esortazione a tenere sempre vivo nella memoria il ricordo dell’ eroico magistrato e dei suoi valori di Giustizia e di civiltà ai quali egli sacrificò la sua giovane vita".

Caselli: un martire della violenza mafiosa  
Il procuratore generale di Torino, Giancarlo Caselli  definisce Livatino "un martire e vittima della violenza mafiosa, cosi’ come altri ancora: Borsellino, Falcone, Don Pino Puglisi….". "Sono morti – aggiunge il magistrato – perché la ferocia mafiosa li ha uccisi, mentre stavano cercando di realizzare qualcosa che consentisse  a tutti, ed in special modo, a voi giovani, di avere qualche possibilita’ in piu’ per essere felici!". "Due sono le cose che portano alla felicità – osserva il Pg di Torino – la libertà ed un posto di lavoro. Purtroppo dove c’è la mafia lo sviluppo economico è bloccato, nel Mezzogiorno si perdono 180 mila posti di lavoro". "Livatino – continua Caselli – è morto perché faceva il suo lavoro di magistrato, adempiva al suo dovere con autonomia ed indipendenza, senza lusingare i potenti, senza privilegiare nessuno e senza danneggiare alcuno, secondo scienza e coscienza! Da magistrato indipendente Rosario Livatino è morto!".  

L’agguato  
Erano passate da poco le 8.30. Il giudice Rosario Livatino, 38 anni, a bordo della sua Ford Fiesta di colore rosso, da Canicattì, dove abitava, stava raggiungendo il tribunale di Agrigento. Una Fiat Uno e una motocicletta di grossa cilindrata lo affiancarono  costringendolo a fermarsi sulla barriera di protezione della strada statale.  I sicari, almeno tre, con altri due complici autisti, spararono numerosi colpi di pistola. Rosario Livatino tentò una disperata fuga fuggendo dall’auto e cercando scampo nella scarpata sottostante. Nella corsa perse la scarpa sinistra. I sicari gli scaricarono addosso altri quattro colpi di pistola, due al braccio destro, uno alla tempia destra ed un altro in bocca. Dopo l’agguato, sul viadotto San Benedetto, arrivarono sappena possibile i colleghi del giudice assassinato; da Palermo anche l’allora procuratore aggiunto Giovanni Falcone, e da Marsala il procuratore della Repubblica Paolo Borsellino.  (fonte: Rai News)