IL GIUDICE RAGAZZINO

                                          di Nando dalla Chiesa (da www.antimafiaduemila.com )

Il giudice ragazzino morì il 21 di settembre, sulla superstrada che porta da Canicattì ad Agrigento. Colpito dai sicari che lo affiancarono in moto sulla sua Fiesta Ford rossa, fu braccato come un animale mentre scappava giù per il vallone assolato, fino a ricevere il colpo di grazia ed essere abbandonato sull’erba bruciata. Anche se nessuno, oltre i sicari, ha assistito a quell’inseguimento, le sue sequenze – prima immaginate dai cronisti, poi rielaborate dalla memoria- si sono impresse indelebilmente nella storia dell’Italia civile, dell’Italia che, nel corso di un decennio terribile, non ha voluto arrendersi alla violenza criminale e alla corruzione.

Si chiese mestamente Giovanni Falcone, in un editoriale sulla “Stampa”, chi, di lì a qualche mese, si sarebbe ricordato di Livatino. Falcone conosceva bene la rassegnazione e l’impudenza che allignano nei luoghi in cui si fa la vita delle istituzioni, o in cui si forgia l’opinione pubblica. Aveva dunque molte ragioni per porre quell’interrogativo, sul momento totalmente pleonastico. E tuttavia la storia, che pure in un solo anno avrebbe travolto lo stesso Falcone, è andata poi diversamente. Spinto proprio da quella provocazione amara, ho voluto dedicare alla vicenda del giovane magistrato siciliano un libro. Da quel libro è stato tratto un film. Il libro è stato letto da decine di migliaia di persone, il film è stato visto da milioni di persone. A Livatino, diventato simbolo positivo, sono state dedicate vie e piazze, scuole e biblioteche in tutta Italia. La chiesa agrigentina ha avviato un processo per la sua beatificazione. Almeno su questo punto lo sconforto di Falcone è stato riparato, al giudice ragazzino è stata resa giustizia.

Ma questo è avvenuto, e non è inutile sottolinearlo, perchè nei punti sensibili della società italiana la cultura, l’arte, la passione civile di tanti cittadini si sono dati la mano nel ricostruire e fare conoscere una storia destinata all’oblio. Chi ancora oggi continua a spandere pessimismo sulla capacità dei cittadini disarmati di combattere la mafia, dovrebbe davvero riflettere su questo e altri episodi analoghi. Perché c’è chi ha il dovere di reprimere militarmente, di punire giudiziariamente; di investigare, arrestare e fare i processi. Ma poi c’è chi ha il dovere di bonificare politicamente e amministrativamente, chi ha il dovere di educare, chi di informare, chi di parlare, raccontare, sensibilizzare. Ed è l’ insieme delle volontà (e, oserei dire, delle competenze e delle passioni) diffuse in tutto il corpo sociale  che alla fine sposta rapporti di forza anche pesantissimi.

Le manifestazioni che si terranno in occasione del decennale in provincia di Agrigento e un po’ in tutta la Sicilia saranno quindi un momento importante per ricostruire un periodo della nostra storia, e il profilo che vi hanno assunto gradualmente i suoi protagonisti più coraggiosi e consapevoli. Ma anche un momento per riflettere sulle possibilità che sono offerte al semplice cittadino, privo di toga e di divisa, ma orgoglioso della sua cultura civile e del suo amore per il diritto e la democrazia. Ha qualche significato (la notizia è ufficiale, anche se non ha ancora avuto circolazione) se le manifestazioni si terranno sotto l’alto patrocinio della Presidenza della Repubblica. Vuol dire che questa Repubblica, spesso ambigua e incline in certi suoi recessi a mortificare i propri eroi, indica al popolo italiano quel giudice ragazzino come un simbolo positivo, lievito di progresso per tutti.

E ugualmente ha qualche significato se negli stessi giorni anche in provincia di Como un’amministrazione comunale gli dedicherà una biblioteca. Ciò conferma che i simboli davvero positivi parlano a tutti, a tutte le latitudini. E che i percorsi della crescita di un Paese hanno qualcosa di misterioso; affidati  ora alla mano di un bravo insegnante, ora alla parola di un amministratore sensibile, ora alla curiosità di uno studente a digiuno di politica. Nessuno saprebbe predisporli prima, come in un grande piano o in una esaustiva strategia. Nessuno saprebbe ripeterli fedelmente. Sappiamo solo che l’importante è camminare. La strada, la storia, si fanno soprattutto camminando.

"Non vi può essere relazione alcuna fra l’immagine del magistrato e la società che cambia, nel senso che la prima non dovrà subire modificazione alcuna, quali che siano i capricci di costume della seconda: il giudice di ogni tempo deve essere ed apparire libero ed indipendente, e tanto può essere ed apparire ove egli stesso lo voglia e deve volerlo per essere degno della sua funzione e non tradire il suo mandato."

                                                                                           R. L.

Non esiste delitto, inganno, trucco, imbroglio e vizio che non vivano della loro segretezza. Portate alla luce del giorno questi segreti,descriveteli, rendeteli ridicoli agli occhi di tutti e prima o poi la pubblica opinione li getterà via. La sola divulgazione di per sé non è forse sufficiente, ma è l’ unico mezzo senza il quale falliscono tutti gli altri.  

                                                                                         Joseph Pulitzer

"Se mai un giorno un solo brandello di queste piccole verità venisse detto da voci consacrate, nelle piazze, nelle assemblee di governo, allora quella voce diventerà rombo, si moltiplicherà, inarrestabile, sempre più in alto fino a nomi impronunziabili… Così i vostri morti avranno sepoltura e la terra fresca della verità coprirà finalmente i loro corpi. Poi si leverà il vento e il contagio della menzogna sparirà." (Parole di Tiresia)

I GIORNI DI GIUDA

Con questo commosso e polemico discorso pronunciato a Palermo il 25 giugno 1992 nel corso di una manifestazione promossa da Micromega Borsellino denunciò con forza e senza nessun ricorso alla diplomazia la costante opposizione al lavoro e al metodo di Giovanni Falcone di parti consistenti delle istituzioni, che hanno agito per isolare il fondatore del pool antimafia e per rendere impossibile il suo impegno: in questo senso
Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988” quando il CSM gli preferì Antonino Meli per la carica di procuratore capo di Palermo. Fu l’ultimo intervento pubbicdi Borsellino. Dopo poco più di tre settimane,infatti venne assassinato insieme a Emanuela Loi, Walter Cusina, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina. –>
Il testo completo (v.link)

Il ricordo di quell’incontro nelle parole di Nando Dalla Chiesa

I giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino"La profezia: certo, a quella di Sciascia egli ora ne contrapponeva nella sua interiorità un’altra, quella della propria morte imminente. Lasciò, volle lasciare una sorta di testamento pubblico. Fece capire di avere qualche idea sull’assassinio del suo amico. Poi si alzò scusandosi; disse che doveva tornare a lavorare e se ne andò. Ma a quel punto successe una cosa straordinaria, uno spettacolo al quale si può assistere, probabilmente, una sola volta nella vita. Mentre il magistrato, non alto di statura, si alzava e scendeva dal piccolo palco, la folla -circa ottocento, mille persone- si alzò in piedi. E si mise ad applaudire. Forte, sempre più forte, con una commozione che attraversava come una corrente elettrica tutti i corpi e forse anche le cose presenti. Dieci,  quindici interminabili minuti di applausi. Quasi che a lui vivo volesse riservare gli applausi riservati al suo amico, per incoraggiarlo ad andare avanti. Ma più crescevano gli applausi, più tra i brividi che graffiavano l’intestino dirompeva la realtà vera. La gente aveva capito quello che il giudice superstite sentiva come sua intima certezza. E sapendolo misurato e coraggioso, non  aveva pensato che si fosse fatto cogliere dal panico o dallo scoramento. Se lui, con il suo testamento morale, aveva fatto capire che cosa si attendeva, non c’era dubbio che ciò sarebbe accaduto. Il pubblico di Palermo aveva voluto salutare per l’ultima volta il suo giudice. Aveva voluto ringraziarlo da vivo. Non aveva potuto ringraziare il suo amico, che tanti in città avevano scoperto di amare troppo tardi. Bruciava il rimpianto di quei silenzi, e degli applausi indirizzati a chi ormai non poteva più sentire. Ma ora lui, mentre tornava al lavoro alle undici di sera, doveva sentire gli applausi della città. Che per questo non finivano mai. (…)

(da Storie eretiche di cittadini perbene, Nando Dalla Chiesa – Einaudi 1999)

Qui ad Agrigento spesso si ha la sensazione che il sangue di Rosario Livatino sia stato sparso e non abbia fecondato alcunché. La terra e le coscienze sembrano rimaste aride. Ho quindi la sensazione dell’inutilità del suo martirio(…)
Qui ad Agrigento trovo che ci sia uno scarso senso dello Stato, la legge si applica come conviene. C’è una sorta di amore per l’illegalità, difficile da sopportare. E mi riferisco anche alla pubblica amministrazione.  

                                                                                   Ignazio De Francisci 
                                                                (Procuratore della Repubblica di Agrigento)

"Oggi ho prestato giuramento: da oggi sono in magistratura. Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige".

                                                             R. L. (annotazione contenuta nell’agenda del 1978)

"I non cristiani credono nel primato assoluto della giustizia come fatto assorbente di tutta la problematica della normativa dei rapporti interpersonali, mentre i cristiani possono accettare questo postulato a condizione che si accolga il principio del superamento della giustizia attraverso la carità.
Il Cristo non ha mai detto che soprattutto bisogna essere "giusti", anche se in molteplici occasioni ha esaltato la virtù della giustizia. Egli ha invece elevato il comandamento della carità a norma obbligatoria di condotta perché è proprio questo salto di qualità che connota il cristiano."

                                                                                 R. L.

"Il più alto simbolo e il più alto segno giuridico è la dettatura dei dieci comandamenti, il decalogo, nel quale il legislatore, il "facitore del diritto", è Jhwh, Dio della giustizia e dell’amore. […]
Immenso è il valore del diritto biblico nel patrimonio della cultura umana e di quella giuridica in specie: ogni messaggio giuridico che non sia strettamente legato a costumi e necessità storicizzati ha nel diritto biblico l’impronta di segno premonitore."

                                                                              R. L.