Giovanni Falcone

"Si muore generalmente perchè si è soli o perchè si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perchè non si dispone delle necessarie alleanze, perchè si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere."


"Credo dovremmo ancora per lungo tempo confrontarci con la criminalità organizzata di stampo mafioso. Per lungo tempo, non per l’eternità: perché la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una sua fine."

"Gli uomini passano, le loro idee restano, restano le loro tensioni morali, continueranno a camminare sulle gambe degli altri uomini."

XIV anniversario dell’uccisione, per mano mafiosa, del Giudice Rosario Livatino avvenuta il 21 settembre 1990

Un convegno in memoria del giudice Livatino organizzato dal Consiglio Superiore della Magistratura che quest’anno ha assunto la forma di incontro di studio sul tema «La tutela dei beni culturali».

Una delegazione degli intervenuti si è recata sulla statale 640 dove si consumò l’assassinio.

Presenti, il Presidente della Commisione Nazionale Antimafia, qualche poltico, nessun cittadino.

Il messaggio del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi:

«Il ricordo del giovane magistrato, martire della giustizia e di essa silenzioso servitore, è nel cuore di tutti coloro che individuano nel suo impegno, nella sua sensibilità e nella sua tensione ideale un modello indispensabile per contrastare ogni specie di crimine e riaffermare il principio della legalità».

Il sostituto procuratore della DDA di Palermo Anna Maria Palma:
«Lui ha tracciato la strada della legalità»

Il padre, Vincenzo Livatino:
«Volete veramente onorare la memoria di mio figlio? Allora dite che ha voluto salvare la vita ad altra gente, rischiando e morendo senza la protezione che avrebbe potuto avere».

Quando uccisero il giudice ragazzino 
                
                                                                            (da La Sicilia)

La prima telefonata arrivò alla sala operativa della Questura intorno alle 8.30. Una voce giovanile avvertiva l’operatore che sulla «640» era successo qualcosa di strano, un incidente o forse un rapimento. Poi al «113» iniziarono ad arrivare altre chiamate concitate. C’era una macchina con il lunotto posteriore in frantumi, ma dentro, nonostante le tracce di sangue, non c’era nessuno.

Il giovane capo della Squadra mobile dell’epoca, Giuseppe Cucchiara, in quel momento si trovava in auto, imbottigliato in mezzo al traffico cittadino diretto in ufficio. Ascoltando via radio la segnalazione della «centrale», il commissario capo decise all’istante di andare a controllare quella situazione.

Era un venerdì e, nonostante si fosse alla vigilia della stagione autunnale, faceva ancora molto caldo.  

Quando il dirigente della Mobile arrivò in Contrada San Benedetto sul posto c’era già una volante. Gli agenti, con le pistole in pugno, stavano controllando la vecchia Ford Fiesta di colore amaranto del giudice Rosario Livatino crivellata di proiettili e bloccata sul ciglio della strada contro il guard-rail. Le tracce portavano alla scarpata. Cucchiara scavalcò ed iniziò a scendere tra l’erba secca e gli arbusti anneriti da un incendio, alla ricerca di qualcuno o di qualcosa. Pochi metri e il capo della Mobile trovò una scarpa. Era un mocassino nero, quello del piede sinistro, che il giudice aveva perso nella fuga in cerca di scampo.

Il cadavere era poco oltre.

Quella mattina il giudice Livatino indossava una camicia azzurrina che presentava larghe macchie di sangue. Aveva la testa all’indietro e gli occhi sbarrati, rivolti al cielo, quasi nell’estremo tentativo di chiedere aiuto a qualcuno lassù.

«In quegli interminabili momenti in cui mi trovai da solo davanti al corpo del giudice, vi era un silenzio assoluto – ricorda Giuseppe Cucchiara. – Si sentiva solo in lontananza il traffico delle auto scorrere sulla statale, pochi metri sopra, e tutto pareva irreale».

Anche quel giorno, come d’abitudine, il «giudice ragazzino» si era rasato con cura, come faceva ogni mattina. Aveva salutato i genitori ed era salito in auto per recarsi, da Canicattì (dove abitava con la famiglia in un palazzo del centro storico) ad Agrigento, al lavoro in tribunale.

Nel suo viaggio solitario verso il capoluogo, quel 21 settembre del 1990 il giudice trovò il gruppo di fuoco ad attenderlo. Livatino era stato inflessibile fino alla fine. Come giudice a latere del tribunale aveva deciso di far parte del collegio chiamato a decidere sulla proposta di confisca dei beni, per centinaia di milioni di lire, a quattro presunti mafiosi agrigentini. E non si trattava di personaggi di poco conto. Infatti i beni vennero poi confiscati tra gli altri ai capi famiglia di Canicattì, proprio il suo paese di origine. Quando la richiesta di confisca dei beni approdò in Tribunale, Livatino ricevette più di un invito bonario per astenersi dall’essere componente di quel collegio.

«Lei signor giudice – gli dissero – si è già occupato di loro. Non sarebbe meglio che…».

Effettivamente anni prima, in procura, lui si era occupato delle famiglie mafiose di Canicattì che ora erano oggetto delle misure patrimoniali. Ma Rosario Livatino non ci aveva pensato su due volte: «Resto – aveva detto – La legge me lo consente!».

Racconterà qualche tempo dopo un pentito della Stidda di Palma di Montechiaro che quella mattina i killer si erano piazzati sulla strada, al bivio di Castrofilippo, all’estrema periferia di Canicattì, in attesa di veder transitare la vecchia utilitaria del giudice. Poi l’avevano seguito a distanza, perché il magistrato guidava a velocità moderata, finchè, ormai fuori dal territorio di Canicattì, in contrada San Benedetto nel comune di Favara, entrarono in azione. E senza scorta e senza armi, per i sicari eliminare il giudice fu molto semplice. Dal momento della morte al ritrovamento del suo corpo, non trascorsero che poche decine di minuti. Tra l’altro in quelle ore vi era in corso una massiccia operazione di controllo del territorio a Palma di Montechiaro con l’ausilio di un Reparto mobile della Polizia e un elicottero del «Gruppo volo» di Palermo. Immediatamente tutti gli uomini e i mezzi vennero così fatti confluire verso il luogo dell’agguato.

Intanto sul viadotto di Contrada San Benedetto in poco tempo si era creato il caos. La notizia della barbara uccisione del giudice, quella mattina aveva subito fatto il giro della città. Vi erano decine e decine di automezzi delle forze dell’ordine parcheggiati malamente ai lati della statale che creavano file e incolonnamenti per chilometri. Una folla di curiosi, come sempre succede, si mescolò agli investigatori e alle autorità, mentre poliziotti e carabinieri salivano e scendevano in continuazione da quella scarpata cercando di tenere lontana la folla.

In quei momenti, i più preziosi per le indagini, tutto sembrava fermo. Un elicottero continuava a sorvolare a bassa quota il vallone e tra l’altro quella era una zona d’ombra per le comunicazioni radio e per i cellulari e quindi vi erano anche molte difficoltà nel comunicare.

Intorno alle 9.30 i carabinieri localizzarono, a qualche chilometro di distanza dal luogo del delitto, su una collinetta di contrada Gasena, il posto dove il commando aveva abbandonato la Fiat Uno e la moto Enduro utilizzati per l’agguato e poi dati alle fiamme. I mezzi erano ancora fumanti quando vennero ritrovati dai militari in un terreno incolto. I carabinieri, con estrema rapidità, individuarono anche il proprietario del fondo e fecero scattare le indagini comprese le intercettazioni telefoniche sulle utenze a lui intestate, ma l’uomo, un favarese incensurato, risultò subito estraneo ai fatti.

In contrada San Benedetto continuava ad affluire gente. Arrivò il presidente del tribunale, Salvatore Bisulca e i colleghi di Livatino, Roberto Saieva e Salvatore Cardinale. Per anni e anni avevano lavorato gomito a gomito in Procura, poi le loro strade si erano divise: Cardinale trasferito a Caltanissetta, Livatino transitato al Collegio del tribunale mentre solo Saieva era rimasto in Procura.

Il corpo martoriato del giudice, nella tarda mattinata venne rimosso e ricomposto nella sala mortuaria del vecchio ospedale. All’obitorio ci si arrivava percorrendo un tratto di strada in leggera salita, alle spalle dell’edificio dell’ospedale. E lì, qualche ora dopo, arrivò da Roma per rendere omaggio al giudice, anche il presidente della Repubblica dell’epoca, Francesco Cossiga.

Il presidente volle rimanere da solo davanti a quel corpo. Poi qualcuno avvisò il capo dello Stato che stavano giungendo i genitori di Livatino. L’attimo più commovente fu quando il padre del giudice, nell’abbracciare il presidente della repubblica, disse semplicemente: «Grazie per essere venuto!». Ci fu un lungo momento di silenzio. Infine Cossiga, con voce rotta dall’emozione, rispose: «Sono io che devo ringraziare voi e chiedervi perdono a nome dello Stato!».

Sempre nella tarda mattinata di quell’interminabile 21 settembre, un impaziente forestiero che era ormai in questura da ore, in attesa di parlare urgentemente con gli investigatori, poté finalmente salire al terzo piano e fare il suo ingresso nell’ufficio del capo della Mobile. Era un giovanottone dal fare sicuro e con un grande senso civile, che si qualificò come Piero Nava, nato a Sesto San Giovanni in provincia di Milano nel 1949, di professione rappresentante di porte per conto di un’azienda di infissi di Villanova d’Asti.

«Stamattina, transitando sulla Statale – disse coraggiosamente – ho visto qualcosa d’importante che penso vi possa interessare».

Da qual momento la cattura dei killer del giudice Rosario Livatino, grazie alla testimonianza e al successivo riconoscimento di quel testimone oculare, fu solo una questione di ore. 


Il testimone arrivato dal Nord

Al delitto del giudice Rosario Livatino aveva assistito un testimone. La notizia, che doveva rimanere segreta, l’indomani mattina apparve su tutti i giornali. Piero Nava, rappresentante di commercio di porte e sistemi di sicurezza, proprio quella mattina si trovò a passare su quel tratto della statale mentre avveniva l’agguato e vide quello che, invece, non avrebbe dovuto vedere.

In breve l’uomo del Nord divenne il «super-testimone» del delitto e «l’uomo-chiave» nell’inchiesta che portò quasi subito all’identificazione e alla cattura dei killer; due giovani di Palma di Montechiaro che, subito dopo l’omicidio, erano fuggiti in Germania.

Il destino volle che questo rappresentante di porte corazzate tra le 8.30 e le 9 di quel giorno si trovasse a percorrere a bordo della sua auto, una Lancia Thema Station Wagon, la statale 640 diretto ad Agrigento da un cliente. Era partito da Enna quella stessa mattina, dopo aver pernottato in un albergo di quella città e il caso volle che, durante tutto il tragitto, il rappresentante fosse costretto a moderare di molto la velocità in quanto aveva scoperto di avere problemi ad uno pneumatico. Anche il giudice Livatino, più o meno in quegli stessi momenti, era in auto, diretto in tribunale.

Per un attimo, all’altezza del viadotto San Benedetto, inconsapevolmente la vita del giudice e quella del rappresentante di commercio si sfiorarono.

«Viaggiavo ad una velocità di 70 km/h – raccontò il testimone – e prima di arrivare ad Agrigento ho notato qualcosa di strano sulla statale. Davanti a me c’era una Fiesta con il lunotto rotto e, nelle vicinanze, un giovane che indossava un casco da motociclista e guardava verso un altro giovane con il viso scarno, i capelli neri corti e il naso pronunciato che, a viso scoperto, stava saltando il guardrail impugnando una pistola . Superando la Fiesta ho notato una Fiat Uno di colore beige, con i fari anteriori rotti, posteggiata qualche metro più avanti».

Nava riuscì ad osservare la scena ancora per qualche secondo dopo aver superato le auto ferme, sbirciando attraverso lo specchietto retrovisore. Poi afferrò il telefonino per chiamare il 113.

Il rappresentante aveva subito capito che qualcosa di grave stava succedendo tanto che, appena giunto ad Agrigento, chiamò per primo il 113 e si rese disponibile. Ignaro di quanto fosse accaduto, ma consapevole dell’importanza di quanto aveva visto, il rappresentante di commercio si presentò in questura. Disse che era in grado di riconoscere in fotografia l’uomo intravisto sul ciglio della strada. Da quel momento in poi il testimone rimase ad Agrigento a disposizione degli investigatori e dei magistrati della procura di Caltanissetta.

«Di notte il testimone dormiva a casa di un mio ispettore – ricorda il capo della Mobile, Giuseppe Cucchiara – durante il giorno lavorava con gli esperti della scientifica alla ricostruzione di quei momenti».

Solo diversi giorni dopo il delitto, Nava potè rientrare a casa, al Nord. E il ritorno alla normalità, per il supertestimone non fu certo facile.

Appena pochi giorni dopo l’agguato mafioso, cioè ai primi di ottobre, il testimone venne improvvisamente prelevato dalla Polizia, dalla sua abitazione, in quanto avrebbe dovuto sostenere immediatamente un confronto importante. L’Interpol infatti era riuscita a localizzare in Germania i due presunti autori del delitto, in un paese nei pressi di Leverkusen. In questi casi però la legge tedesca è quanto mai precisa: cinque ore di tempo. C’erano infatti solo cinque ore di tempo, dal momento del fermo giudiziario, per effettuare il riconoscimento, dopo i sospettati sarebbero tornati in libertà e non sarebbe più stato possibile per legge procedere ad un secondo fermo di polizia. Così in poche ore il testimone fu accompagnato a Roma e successivamente imbarcato con agenti del Nucleo Centrale Anticrimine su un volo del Ministero dell’Interno con destinazione il 10° Commissariato di Colonia. Il confronto poté quindi avvenire nei tempi e con le modalità previste dalla legge tedesca prima dello scadere delle 5 ore.

Tutto ormai dipendeva dalla sua testimonianza, dalle sue dichiarazioni. Lunghe indagini scientifiche e costossimi accertamenti erano appesi ad un filo.

«Si; è lui!» – disse Nava in quella circostanza, indicando in quel giovane palmese l’uomo che aveva visto quella mattina con la pistola in pugno. Se solo avesse avuto qualche ripensamento o tentennamento tutta l’indagine sarebbe crollata e sarebbe stato necessario ricominciare da capo ogni cosa. Invece Nava dimostrò ancora una volta coraggio e sicurezza. Da quel momento in poi però il rappresentante di commercio fu costretto a cambiare vita, lavoro e identità per ragioni di sicurezza. Oggi vive all’estero, con un nuovo passaporto e una nuova famiglia. La sua testimonianza servì però a far condannare all’ergastolo gli autori del delitto che mai e poi mai avrebbero immaginato che in Sicilia qualcuno avrebbe osato accettare lo scomodo ruolo di testimone oculare del delitto di un giudice.

«Per diversi giorni, dopo l’omicidio – ricorda il capo della Mobile Cucchiara, oggi dirigente della Mobile di Palermo – mi recai per indagini sul luogo dell’agguato. Tra le 8.30 e le 9 in quel tratto di statale il traffico è sempre particolarmente intenso tanto che addirittura faticavo ad attraversare la strada. Forse qualcun altro quella mattina aveva visto qualcosa, ma preferì non parlare».

"Il giudice, l’uomo che sceglie di giudicare i propri simili, è per le popolazioni meridionali, di ogni meridione, figura comprensibile se corrotta; di inattingibili sentimenti e intendimenti, come disgiunto dall’umano e comune sentire, e insomma incomprensbile se nè dai beni nè dalle amicizie, nè dalla compassione si lascia corrompere." 

                                                               (Porte aperte, L. Sciascia)

"In questo lembo d’Italia i giudici che fanno bene il loro mestiere ogni tanto ci lasciano la pelle. Pare, come viene spiegato a più riprese, che paghino in questo modo le loro intemperanze, quell’eccessiva "ansia di giustizia" che non sta mai bene nella patria del diritto."
          
                                                        (Il giudice ragazzino, Nando Dalla Chiesa)

Iustitia est constans et perpetua voluntas ius suum cuique tribuendi. Iuris praecepta sunt haec: honeste vivere alterum non laedere, suum cuique tribuere.
Trad.: "La giustizia consiste nella costante e perpetua volontà di attribuire a ciascuno il suo diritto. Le regole del diritto sono queste: vivere onestamente, non recare danno ad altri, attribuire a ciascuno il suo". 
                                        

                                         (Ulpiano, Regularum, in Digesto Liber, 1, 10)

"La vita è tutta tessuta di ideali, di fini da conseguire che, puri o impuri, hanno un solo scopo: il raggiungimento del bene. Il bene per noi, per il prossimo; e da questi ideali, da questi fini derivano il senso buono e cattivo della vita. Esaminando tutto ciò che ci circonda, attraverso un processo logico e razionalistico, si perviene a una origine comune, a un essere di indefinibile natura che ha dato origine a tutto. Tutto l’universo, per quanto immenso, si identifica in questo essere. Dio è come un perno su cui gira tutto ciò che è. Tutto viene e ritorna a Dio, Dio è principio e fine. L’uomo nella sua follia peccaminosa pensa spesso al principio, ma molto raramente alla fine…"

                                                                                    Rosario Livatino

Il 21 settembre 1990, alle porte di Agrigento Rosario Livatino, un Giudice come tanti – inerme, senza scorta, quasi sconosciuto ai non addetti ai lavori – veniva assassinato e di colpo investito da una notorietà che in vita aveva sempre – ostinatamente – allontanato da sé.Rosario Livatino da Sostituto Procuratore della Repubblica non rilasciava interviste, non passava veline, non lasciava filtrare nulla sulle inchieste che conduceva ed aveva mantenuto ferma questa sua “anomalia” anche dopo il trasferimento in Tribunale.Si limitava a lavorare con impegno, bravura e correttezza, in silenzio e con assoluta discrezione, un vero gentiluomo, colto, garbato e imparziale.

E’ così che mi piace ricordarlo, sottolineandone la profonda umanità, la disponibilità verso i colleghi più giovani, l’intelligenza della conversazione e la totale onestà.Sarebbe inutile e retorico richiamare i suoi meriti, il suo impegno nel lavoro, l’efficacia delle sue inchieste, l’eleganza, la completezza e la precisione delle sue requisitorie e delle sue sentenze…Ancora oggi, il miglior modo per ricordare la sua figura di Uomo e di Magistrato mi sembra quello di ribadire che, sopra ogni altra cosa, egli fu Giudice, solamente e semplicemente Giudice, ma nel significato più alto del termine, sia da giudicante che, soprattutto, da requirente, senza mai prendere le parti dell’accusa per l’accusa (e molti di noi sanno quanto ciò sia difficile).E, forse, anche per questo un commando di barbari assassini la mattina del 21 settembre 1990, lo braccò, lo ferì, lo inseguì lungo una scarpata e gli sparò in bocca un ultimo colpo di pistola subito dopo che Rosario – con una limpidezza ed una ingenuità di cui solo un uomo certo di aver fatto soltanto il proprio dovere può in quei frangenti essere capace – con stupore aveva chiesto ai suoi carnefici “… ma cosa vi ho fatto? …”.

Per capire chi era Rosario Livatino basta richiamare un episodio cui ho avuto la fortuna di assistere: un giorno, P.M. d’udienza, dopo aver chiesto la condanna di un imputato, ascoltando l’arringa del difensore si convinse della bontà delle tesi giuridiche esposte e, senza tentennamenti, in sede di replica, ritirò la richiesta e chiese l’assoluzione dell’imputato.Questo è lo straordinario servizio che Rosario Livatino ha reso alla sua terra ed all’intero Paese esercitando la Giurisdizione con impegno, obiettività e serenità di Giudizio, senza esibizionismi né tesi preconcette.
Una lezione attuale per tutti coloro che continuano in questo Paese ad esercitare il “mestiere” di Giudice – sia con funzioni requirenti che giudicanti – per riaffermare la legalità, contrastare la criminalità mafiosa, la corruzione nella pubblica amministrazione e la criminalità economico-finanziaria, molto spesso interconnesse tra loro.Per questi Giudici, troppo spesso aggrediti da polemiche violente e gratuite, vale l’esempio di Rosario Livatino nella speranza che all’impegno di lavorare in silenzio da parte dei Magistrati corrisponda maggiore rispetto per la verità ed una più pacata ragionevolezza nell’affrontare la “Questione Giustizia”, da tutti opportunamente ritenuta di centrale importanza nel più vasto quadro delle riforme istituzionali.La nostra democrazia ha bisogno di formare ed utilizzare Giudici preparati, impegnati e indipendenti proprio come Rosario Livatino, per garantire il controllo di legalità nel nostro Paese e per far questo non servono le conferenze stampa, i proclami guerreschi, le aggressioni personali, lo scontro istituzionale, ma un confronto sereno e costruttivo tra tutte le componenti della società civile.

Se questo avverrà sarà possibile liberare la Sicilia (e l’intero Paese) dal giogo mafioso e dell’illegalità diffusa in cui da troppo tempo si trova intrappolata, senza che per questo Magistrati, appartenenti alle Forze dell’Ordine ed inermi cittadini siano costretti a rischiare ogni giorno la propria vita.Se questo avverrà Rosario Livatino – e con lui tutte le altre vittime degli omicidi e delle stragi di mafia – non sarà morto invano.”

Luigi Birritteri
(magistrato)

(da Movimento per lagiustizia)

"Non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato,
nè di segreto che non sarà conosciuto.
Pertanto ciò che avrete detto nelle tenebre,
sarà udito in piena luce;
e ciò che avrete detto all’orecchio nelle stanze più interne,
sarà annunziato sui tetti."

                                                          Lc 12, 2

Francesco Cossiga scrive una lettera aperta ai genitori del Giudice Livatino.

(Aveva definito "giudici ragazzini" i magistrati di prima nomina, trasferiti dal Csm in posti "caldi" come la Sicilia.)

"Cari signori Vincenzo e Rosalia Livatino, e, permettetemi di chiamarvi così, Cari Amici, Non ho mai risposto prima all’ingiusta accusa di avere formulato nei confronti della nobilissima figura del vostro amato figliolo Rosario, giudice coraggioso e integerrimo, esemplare servitore dello Stato, martire civile e, io credo, santo nel senso cristiano del termine: per la sua fede e per lo spirito con il quale ha affrontato la morte, il giudizio in senso dispregiativo di "giudice ragazzino", accusa che mi è stata mossa più volte e che ha dato perfino occasione di titolare in questo modo un film, che io ritengo del tutto inadeguato alla sua vita e al suo sacrificio. Non ho mai reagito. Lo faccio ora perché questa accusa mi è stata nuovamente rivolta. Io ho usato evvero, questo termine: "giudici ragazzini"; ma mai l’ho fatto rivolgendomi a vostro figlio; bensì in senso affettuoso e comprensivo nei confronti di giovanissimi giudici che l’insipienza del Csm mandò allo sbando destinandoli a prestare servizio, quasi appena terminato l’uditorato, nel nuovo tribunale di Gela. È solo il giudizio della mia coscienza e il vostro che mi interessa. Le ingiuste accuse, anche di recente rivoltemi da alcuni magistrati e da parte di volgari pennaioli, non mi riguardano. In coscienza io mi sento tranquillo. E lo sarei ancora di più se, come spero, pur nel silenzi, voi mi giudicaste nella vostra coscienza quale ammiratore del vostro figliolo e vostro fedele e riconoscente amico".

L’anziana madre del giudice, sorpresa, non commentò la missiva:
"Quale sarebbe la novità, visto che ci aveva già scritto subito dopo l’omicidio di Rosario ?". 

(Giornale di Sicilia – 12 luglio 2002)