"Il clima, le lunghe estati, le siccità, gli scirocchi, non servono molto a spiegare le condizioni della Sicilia e il carattere dell’uomo siciliano; molto di più serve considerare la Storia delle dominazioni straniere dagli Arabi agli Spagnoli". 

                                                                                        Leonardo Sciascia

"Quanto poi all’analisi del carattere dei siciliani, troviamo alcuni convincimenti costanti: l’alternanza tra vivere e disvivere (che Sciascia mutuava dal carattere spagnolo); la contraddittorietà; la diffidenza; l’arroganza che si specchia nel vittimismo…
Queste caratteristiche spesso negative, nascevano sia dalla dolorosa constatazione di un’atavica arretratezza sia dall’onestissima consapevolezza della non immunità….
Sciascia diceva di parlare dei mali siciliani, non perchè li odio, ma perchè li porto dentro di me e vorrei liberarmene,consapevole dei due speculari risvolti della "follia siciliana": il vittimismo e il senso di superiorità…

La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio,

lo sdegno per cio’ che accade, il coraggio per cambiarlo.

                                                                        Sant’Agostino

IL PICCOLO GIUDICE

                                                                          di Luca Fregonesi

Nel 1991, Rosario Livatino, giudice della Procura di Agrigento ( Sicilia) è stato giovannissimo ucciso della mafia a causa della sua inflessibile onestà ed incorruttibilità.

Corso Regina Margherita 166: un piccolo portone ed un solo citofono.
Fuori, sulla strada, la confusione di vetture e di persone anima la via principale di Canicattì.
Premo il pulsante e non sento alcuna risposta: vedo solo aprirsi il portone.
Una rampa di scale mi separa dai genitori di Rosario Livatino: una sensazione di calma tensione accompagna i miei passi sino alla porta di casa, dove ci attende la professoressa Abate.
Sorride e ci invita ad entrare.
Loro sono lì, piccoli, in una casa che percepisco immediatamente enorme, per silenzio e vastità. Una bella casa padronale, con i soffitti a volta, dipinti.
Di quelle case che si possono solo più trovare nei piccoli centri rurali del nostro Meridione.
Un’ abitazione austera e semplice nello stesso tempo, che emana odore di trascorsa, antica ricchezza.Ci accolgono con una stretta di mano e con lo sguardo di chi cerca di capire, con sincera semplicità, il perché della tua visita.
Se non fosse per la professoressa, che fa i veri onori di casa, non saprei se ridiscendere le scale per andarmene, o restare ad osservare questi due vecchi, senza peraltro sciogliere la loro genuina curiosità.
Sono davanti ai genitori di Rosario Livatino: come in cuffia, sento il ritorno della mia voce, mentre presenta Luca Fregonese a questi due anziani genitori, che di mani devono averne strette già tante.
Non riesco ad interpretare questo momento e non so domandarmi il perché ora mi trovi qui, in casa loro.
In un angolo, come su un piccolo altare, c’ é la foto del figlio: su di un muro il poster del film, che non rende giusta memoria al "giudice ragazzino".
Li osservo mentre ascoltano Paolo, che esprime loro la nostra intenzione di realizzare un documentario sulla vita del figlio.
La madre é una donna minuta, che veste di nero: le lunghe dita affusolate, le unghie ben curate ricordano i suoi natali, quelli di una delle famiglie più benestanti del paese.
Le mani sempre congiunte, quasi fossero in perenne preghiera.
Ascolta con interesse e talvolta interviene, richiamando l’ attenzione del marito, toccandogli con delicatezza il braccio.
Una donna austera, terribilmente rigida nell’ educazione di Rosario: così ce l’ ha descritta la professoressa.
Ma ho dinanzi il volto di una madre, la cui anima le é stata strappata con la morte del figlio: una donna che sopravvive a se stessa.
Il suo viso raccoglie nelle pieghe della pelle tutto lo strazio di un dolore che non so immaginare.
Ho visto davvero il volto di Maria, adesso, il volto di una madre sul Golgota.
Ci offre il caffè, che ha fatto arrivare da un bar vicino.
Insiste per essere lei a servircelo: cammina curva e sembra ancora più minuta e sottile di quanto già non sia.
Trascina un dolore che le ha piegato la schiena e che le ha dilaniato il cuore, un dolore che se la sta portando via.
Il padre ascolta con attenzione Paolo e talvolta riesce persino a smorzare i toni di un discorso volutamente grave, con intermezzi di spirito.
Straordinario, piccolo uomo: sento di volergli un bene infinito.
Le sue piccole mani mi ricordano quelle di un bambino ed il suo volto rotondo ogni tanto mi sorride.
La professoressa insiste, per farci vedere la camera del figlio.
Non voglio profanare anche questo loro ultimo baluardo: appartiene solo alla loro memoria ciò che vi é dietro quella porta.
Ma la professoressa mi spinge gentilmente ad entrare e quel che vedo é quanto di più disadorno potessi mai immaginare.
Un letto anonimo, sul cui cuscino é adagiato un rosario; in un angolo, una vecchia macchina da scrivere; una sedia di plastica ed una comunissima scrivania, sulla quale trova spazio solo una lampada ed un Vangelo; un armadio anonimo ed una bassa scansia, dove sono rimaste alcune riviste.
Una sola nota personale: la libreria con tante videocassette di film registrati e disposte in bell’ ordine.
Il cinema: la sua unica passione, forse.
Questa era la stanza di Rosario Livatino e non ricordo di aver visto nulla di più spartano, di più francescano in vita mia.
Qui ha studiato per sostenere l’ esame di maturità, qui preparava il concorso per diventare magistrato, qui trascorreva le notti a leggere le cause dei processi che doveva affrontare. E cenava spesso con solo un bicchiere di latte e qualche biscotto.
Qui ha lasciato una parte della sua anima, proprio qui, in questa stanza dove io sono adesso.
E mai sono stato in un luogo più pregno di spiritualità di questo.
Perché in questa stanza, così anonima e così ricca, si respira un’ aria resa densa dalla fatica, dalla dedizione, dal sacrificio di un uomo.
Tutto é rimasto come lo ha lasciato quella mattina di settembre. Forse non mi rendo conto, effettivamente, di dove mi trovo: mi riesce difficile pensare, adesso, che un giorno ricorderò a me stesso di essere stato qui, di aver violato con la mia presenza un luogo così gelosamente privato.
Non dovrebbero permettere agli estranei di entrare in questa stanza: é come portar via ogni volta una parte di lui, di quella che é stata la sua semplice e profonda intimità.
Potrebbe essere la stanza di chiunque: non un particolare, non un oggetto inducono l’ attenzione a riconoscere questa come la dimora di Rosario Livatino.
E proprio per questo mi rendo conto ancor di più di trovarmi in un santuario.
La signora Rosalia cerca il mio sguardo:" Ho lasciato tutto come lui lo ha lasciato: così almeno mi sembra di averlo ancora con me".
La voce trema e un singhiozzo le muore in gola.
Il suo sguardo adesso é assente: si é perduto per qualche momento in quell’ abisso di dolore, di cui solo lei riesce a percepire il fondo.
La professoressa ci invita ad uscire e quella che si chiude dietro di noi é la porta di una tomba, di un sepolcro.
Non vi é un corpo dentro: solo tanto dolce, straziante ricordo.
Il signor Vincenzo mi bacia su una guancia ed io cerco il volto di quella piccola donna per fare lo stesso.
Accetta il mio bacio: altro non posso darle ed altro non voglio dirle.
Ma so che porterò sempre con me lo sguardo di una madre che cercava nei miei occhi di sconosciuto, quelli di suo figlio.
Ci congediamo ed in fondo alle scale, mi volto per un ultimo saluto: sono lì, sulla soglia di casa.
Esco sul corso: fuori la gente sta uscendo per la passeggiata serale, ed il traffico é aumentato ancora di più.
Mi avvio con Paolo verso la nostra macchina, in silenzio.
Non abbiamo nulla da dirci.
Le parole, a volte, sono troppo piccole.
Sento addosso gli occhi della gente: hanno capito da quale casa usciamo.
E il mio pensiero e la mia preghiera vanno a quei due vecchi soli, per i quali il tempo si é fermato, in una mattina di settembre.
Il loro sole se ne é andato per sempre: a loro non resta altro che cullare un dolore, in una notte senza fine.

da Gardacecinaprom

Entrata in vigore la nuova legge sul 41-bis, nei mesi scorsi 23 detenuti hanno ottenuto la revoca del regime di carcere duro.  Tra questi, Paolo Amico, uno dei carnefici del giudice Rosario Livatino e due tra gli assassini del giudice Saetta (e di suo figlio) e del giudice Borsellino.  In soli 18 mesi, sono ben 95 i boss detenuti, che hanno ottenuto "il declassamento" al regime detentivo ordinario.

La testimonianza del Procuratore capo di Palermo, Pietro Grasso:

"La notizia mi coglie alla Commisione Parlamentare Antimafia, ove lavoro in quel periodo come consulente. Mi reco subito a Palermo, era venerdì, vado a trovare Falcone ed insieme sgomenti e affrranti, mettiamo in comune tutte le nostre conoscenze per tentare di dare una motivazione a questo barbaro assasinio.
Il giorno dopo, nel pomeriggio, ci rechiamo in elicottero per rendere l’ultimo saluto alla salma di Rosario, meta di un incessante pellegrinaggio di magistrati, di parenti, di amici, di giovani, di semplici cittadini.
Accanto alla bara, coperta di fiori rossi e gialli, sparsi sopra il tricolore e la toga di magistrato, sei colleghi, tre a destra e te a sinistra, in piedi. Sullo sfondo due corazzieri inviati dal Presidente della Republica, a rappresentare l’intero Paese. Un ondata di commozione pervade l’Italia tutta, che scopre attraverso i giornali la sua storia di giudice, dal volto pulito di ragazzino, dallo sguardo limpido, schivo in vita da qualsiasi esibizionismo.
Certo è drammatico riflettere sul fatto che in terra di Sicilia svolgere il proprio lavoro sia pure con la coscienza, con l’impegno, con l’equilibrio, con l’efficacia ed il rigore di un giudice come Rosario, può portare alla morte, ad un eroismo non voluto, non cercato.

Cosa ha pagato Rosario?
Quello slancio ideale verso la giustizia che spesso anche i giovani, e non soltanto i giudici, hanno?
Nel ‘ 90, l’anno della sua morte, la mafia imperversa non solo nella Valle dei Templi, ma in tutta la Sicilia.
Numerosi sono i clan mafiosi che si scontrano nell’Agrigentino. A Palma di Montechiaro nel giro degli ultimi cinque anni si contano ben quaranta omicidi…. spesso sotto l’occhio mipoe delle istituzioni locali.

Canicattì, proprio la citta del giudice Livantino ove ogni sera,senza scorta, torna a trovare riparo e protezione tra le mura domestiche, diviene centro di interessi mafiosi. La richezza è concentrata nelle mani di poche famiglie e le banche traboccano dei miliardi dell’economia mafiosa. Proprio a Canicattì, vivono e danno da vivere quei capi mafiosi,che egli come Sostituto Procuratore, prima, e come giudice,poi, persegue ogni giorno.

Attorno ai giudici siciliani allora, come ora, si è creato un clima incandescente, generato anche dalle polemiche sui pentiti e sui professionisti dell’antimafia.
Nell’autunno dell’ 88 era stato assasinato il giudice Saetta insieme al figlio. E’ dell’estate dell’ 89 l’attentato all’ Addaura nei confronri di Falcone, per citare gli avvenimenti più eclatanti. Umiliati dalle polemiche e dalle inchieste disciplinari,delegittimati a più riprese in nome di un presunto "garantismo", i giudici siciliani vivono un momento di tensione, che dopo la morte Livantino,esplode con rabbia e violenza di toni a Palermo in un infuocata Assemblea dell’ Associzione Nazionale Magistrati, che redige un documento che più che d’accusa contro la mafia, finisce per essere, per l’obbietiva forza dei fatti, un documento contro il governo e le istituzioni.

Il sacrificio di Rosario Livantino, anche se si è consumato nell’ambito di una vicenda umana, può bene essere considerato un martirio.

Lo stesso Pontefice nella sua visita pastorale in Sicilia, il 9 maggio 1993,con parole commosse, vibranti dopo avere lanciato il suo terribile anatema contro i mafiosi,invitandoli a convertirsi, ricorda come martiri della giustizia Rosario Livantino e don Pino Puglisi, "che , per affermare gli ideali della giustizia e dellal legalità hanno pagato con il sacrificio della vita il loro impegno di lotta contro le forze violente del male".

"Rosario Livatino e Paolo Borsellino sono molto simili, infatti, si volevano bene, si erano incontrati. Ricordo il dolore violento di Paolo quando gli arrivò la notizia dell’uccisione di Rosario e andò lì sulla strada per Agrigento a vedere, ritornò sconvolto e disse: “Il povero Rosario è stato ucciso come un coniglio, l’hanno inseguito per la campagna. Lui che chiedeva perché, mentre il killer gli puntava la pistola addosso, a lui arrivarono soltanto parole di oltraggio, parole di insulto, come Gesù Cristo sulla Croce”. Paolo aveva dentro tutto questo, tutti questi morti che aveva visto sul suo cammino, tutti questi amici, questi colleghi, persone cadute sulla sua stessa strada. E ogni volta per lui era un impegno ancora più forte a scoprire questa verità, a fare verità, a fare giustizia. Aveva preso lo stesso impegno forte quando Falcone gli morì fra le braccia con il corpo ormai martoriato e Paolo gli promise: “Farò giustizia”. Non gli disse: “Ti vendicherò”, non lo avrebbe mai pensato, mai voluto…"

                                                          Rita Borsellino

"I vuoti aperti dalla criminalità mafiosa sono stati degnamente colmati, ma non possiamo nasconderci che la magistratura italiana non è la stessa che sarebbe se nelle sue fila fossero ancora presenti Rosario Livatino, Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Chinnici…

L’assassinio di un giudice, di tanti giudici, manifesta una profonda crisi dello Stato. I giudici sono funzionari civili che non dovrebbero essere esposti, che nei paesi ben ordinati e sicuri, non sono esposti a specifici rischi professionali (nei primi venti anni della Repubblica l’unico magistrato assassinato in servizio fu vittima di un folle). L’assassinio di un magistrato, di tanti magistrati, costituisce quindi il segno di una crisi profonda che investe la nostra società.

In tutti i luoghi, in tutti gli uffici i magistrati debbono affrontare rilevanti difficoltà, debbono vincere ogni giorno la tentazione di "gettare la spugna" di abbandonare la via dell’impegno e del sacrificio, debbono vincere la tentazione di ripiegare su una gestione burocratica dei processi, inattaccabile sul piano formale, ma nella sostanza elusiva della domanda di giustizia dei cittadini.

In alcuni luoghi ed in alcuni uffici l’impegno in favore della giustizia assume i connotati del coraggio e talvolta dell’eroismo, ciò non accade certo solo a Palermo, o solo nella Sicilia; ma al distretto di Palermo, ai distretti della Sicilia spetta il triste ed eroico primato dei caduti per causa di servizio.

Per rinverdire i valori cui i caduti sono stati fedeli è necessaria una analisi, una riflessione da cui scaturiscano comportamenti che a quei valori si ispirino.

La morte di Rosario, giudice e credente, interpella la coscienza dei magistrati e dei credenti.

Rosario è morto per esser stato "pericolosamente onesto" per aver compiuto il proprio dovere, esaminando con attenzione e rigore ogni pratica e rifiutando il compromesso con la criminalità organizzata, con l’illegalità. Forse un compromesso mai esplicitamente richiesto, ma "presente nell’aria", una richiesta implicita che si avverte del resto in tanto luoghi, anche in circostanze ove la pressione non assume i contenuti della violenza omicida.

In uno dei due corposi e meditati scritti in cui ha espresso la sua visione del "mestiere di giudice" ("Il ruolo del giudice nella società che cambia" ) Rosario Livatino ha individuato questa virtù, che doveva costargli la vita, nella capacità di distaccarsi dai condizionamenti ambientali, e nel contempo nella profonda coscienza di una connessione tra la attività giudiziaria e la società, e quindi della intrinseca insufficienza di una tensione alla legalità che restasse appannaggio della sola "corporazione giudiziaria". La impermeabilità ai condizionamenti, lungi dall’essere sinonimo di separatezza, è la condizione proprio per svolgere quel ruolo sociale che la legge attribuisce al giudice.

E’ poi per i credenti fonte di particolare emozione la constatazione che Rosario Livatino aveva collocato le radici di questo sentimento di giustizia nella carità cristiana.

Nello scritto "Fede e diritto" Rosario Livatino affronta il problema dei rapporti fra carità e diritto, fra fede e diritto muovendo da quella che è l’opinione corrente, del resto di recente ripresa da un filosofo come Norberto Bobbio. Dice Bobbio "il valore supremo del laico, in alternativa alla carità, è la giustizia, se ci fosse più giustizia non ci sarebbe bisogno della carità".

E’ evidente in questa affermazione la visione secondo cui può essere definito caritatevole esclusivamente colui che amando in una certa misura (l’ottimo è certo "come se stesso") il prossimo suo è disposto a rinunciare a propri beni o pretese, a dedicare al prossimo energie che potrebbe legittimamente utilizzare a proprio vantaggio. E dunque la carità è estranea all’intima essenza dell’esercizio di pubbliche funzioni autoritative, ma può solo accompagnarle, inducendo il funzionario ad assumere modi cortesi e comprensivi, se poi incide sull’esercizio di questi poteri in fondo li devia, sia pure a fin di bene, porta a rinunciare all’antica regola che invita il giudice a non essere "mitior quam lex".

Secondo Livatino invece la carità supera sì la giustizia, ma ne recepisce il primato, facendo della giustizia l’ossatura della carità; sapeva perciò di servire la carità anche quando, anzi proprio quando, esaminando scrupolosamente un fascicolo di misure di prevenzione giungeva a conclusioni che certo l’interessato non avrebbe forse colto come "carità".

Questo è il messaggio dirompente di Rosario Livatino.

Questi tre grandi cristiani vengono uccisi proprio per aver rifiutato interpretazioni "miti" dei loro doveri, interpretazioni che venivano proposte come "ragionevoli", forse persino da qualcuno come "caritatevoli".

Lo Stato laico è oggi una irreversibile acquisizione e dunque la fede religiosa si colloca solo come una di quelle fonti di quella "religiosità", intesa come capacità di percepire l’adempimento dei doveri come un valore che trascende l’interesse individuale, e senza di cui -come insegna Tocqueville- le democrazie languiscono. La coscienza di operare per il bene della collettività, per raggiungere quello che secondo Euripide è "grande decoro dell’uomo: rendere grande la città", è la grande spinta morale su cui si fonda la lotta per la legalità; è l’anima ispiratrice della ricerca dei mezzi tecnici più adeguati, delle leggi migliori per coniugare garanzie e sicurezza."

M. Cicala.
(da
Giustizia e carità)