"Il magistrato non credente sostituirà il riferimento al trascendente con quello al corpo sociale, con un diverso senso ma con uguale impegno spirituale. Entrambi, però, credente e non credente, devono, nel momento del decidere, dimettere ogni vanità e soprattutto ogni superbia; devono avvertire tutto il peso del potere affidato alle loro mani, peso tanto più grande perché il potere è esercitato in libertà ed autonomia."

Rosario Livatino

Mannheim (Germania) – di Pino Scaccia – 

Stazione di Mannheim, in Germania. Dicono che da qui sono partiti killer di almeno tre dei piu’ feroci delitti di mafia degli ultimi anni. Vittime i giudici Saetta e Livatino e il maresciallo dei carabinieri Guazzelli.Anonimi camerieri a Mannheim, tutti giovanissimi, implicati nella droga, secondo le ultime indagini, hanno raggiunto la Sicilia in treno. C’e’ l’"Italia Express" alle 22,10 di ogni sera. Arriva a Roma alle 11,30 della mattina successiva. Da Roma un altro treno per Palermo. Esaurita la loro missione di morte hanno compiuto lo stesso giorno il viaggio di ritorno. Li chiamano i pendolari della morte.

Hanno arrestato proprio a Mannheim gli assassini del maresciallo Giuliano Guazzelli, detto "il mastino" per la sua tenacia, ucciso con cinquanta colpi di kalashnikov (…)quattro "stiddari" appartenenti alla mafia emergente agrigentina, arruolati per una manciata di marchi. Responsabile non solo del delitto Guazzelli, ma secondo il racconto del pentito Gioacchino Schembri, anche dell’omicidio Livatino: fu l’uomo che fini’ con un colpo in bocca, nel settembre del ’90, il giovane giudice, il primo che scopri’ la pista tedesca.

Livatino ripeteva spesso che per capire la nuova mafia bisognava andare in Germania. Gli credeva soprattutto Giovanni Falcone che piu’ volte era venuto qui. Non e’ un caso che due giorni prima di morire, Falcone aveva ricevuto minacce di morte da Wuppertal. Dopo la sua morte, sulla pista tedesca, soprattutto sull’asse Palma di Montechiaro-Mannheim si era gettato Paolo Borsellino. Era stato lui a convincere Gioacchino Schembri a collaborare con la giustizia.
Da Schembri, Borsellino aveva saputo i nomi dei killer di Livatino: tutti di Palma di Montechiaro e tutti residenti a Mannheim dove a dicembre sono stati condannati all’ergastolo. Era stato sempre Borsellino a telefonare, appena un’ora prima della morte, ad un numero segreto della polizia federale di Wiesbaden. Probabilmente per confermare l’appuntamento del giorno dopo con il capo della polizia

L’ordine di cattura per il delitto Livatino arrivo’ da Palma di Montechiaro la stessa sera dell’omicidio, il 21 settembre del ’90. Sotto accusa Paolo Amico, nipote del sindaco, Domenico Pace e Gaetano Puzzangaro. Il primo a fare i loro nomi, cioe’ a riconoscere gli autori del delitto, fu un testimone oculare, un rappresentante, Piero Ivano Nava. Li fece al maresciallo Guazzelli che subito informo’ Borsellino. Arrestati Pace e Amico, comincio’ cosi’ la lunga caccia a Puzzangaro detto la mosca perche’ imprendibile. alla fine di maggio del 92 la mosca fu presa nel bosco di Waldorf, nella regione di Essen. Un’azione in grande stile, degna di un boss. Puzzangaro aveva un documento falso, e un vero arsenale. Portato nel carcere di Stoccarda, fu interrogato da Borsellino ma nego’ tutto. Oltre alle testimonianze, lo inchiodo’ pero’ la registrazione di una telefonata con Pace, in cui diceva di dover "sistemare una cosa" in Sicilia prima di tornare in Germania. In quel periodo fu ucciso Guazzelli, il 4 aprile. Schembri fu arrestato due settimane dopo.

COS’E’ LA "STIDDA"

La "Stidda" e’ una sorta di mafia parallela, molto attiva nel traffico di armi e di droga, e ora passata anche al tentativo di controllare gli appalti e di infiltrarsi nelle istituzioni, avviando anche contatti con esponenti politici. La "Stidda" e’ nata in provincia di Agrigento, in tempi remoti, per iniziativa di "uomini d’onore" "posati" dalla mafia, cioe’ allontanati da Cosa Nostra. Una associazione di ex, decisi a crearsi propri clan. La "Stidda" ha acquistato rilievo, ponendosi come un’organizzazione criminale in grado anche di opporsi vittoriosamente a Cosa Nostra: secondo gli inquirenti, gli "stiddari" hanno conquistato il controllo delle attivita’ illecite uno scontro che ha fatto decine di vittime, i vecchi boss della mafia. Da Cosa Nostra, la "Stidda" ha in qualche modo mutuato la struttura interna e le regole fondamentali. In particolare, il dislocamento sul territorio, articolato su base provinciale. La "Stidda" sarebbe presente in tutte le province siciliane, eccettuata quella di Palermo. I clan di "stiddari" si sono aggregati in un sistema di tipo confederale istituendo una sorta di "Commissione", nella quale sono rappresentati i diversi gruppi e che si riunisce periodicamente. Le decisioni di questa Commissione, pero’, non sarebbero vincolanti e obbligatorie per tutti gli affiliati, come avviene in Cosa Nostra. Fra i clan della "Stidda", comunque, i rapporti sono stretti e continui, e i diversi gruppi si scambiano spesso i killer. Punto di forza della "Stidda", i contatti con la Germania, dove, anche grazie alla presenza di numerosi emigrati agrigentini, sono stati attivati canali molto efficienti per il traffico di armi. Gli "stiddari", comunque, importano armi anche dalla Jugoslavia e da altri Paesi. Punto di riferimento in Germania, paese definito dagli investigatori "santuario" della "Stidda", sarebbero le numerose pizzerie gestite da siciliani.

(da www.pinoscaccia.com)

Testo prezioso per comprendere la realtà siciliana ed il fenomeno mafioso.

Cose di Cosa Nostra 
di Giovanni Falcone (in collaborazione con Marcelle Padovani)

"Siamo giunti al punto che qualsiasi intervento economico dello Stato rischia soltanto di offrire altri spazi di speculazione alla mafia e di allargare il divario tra Nord e Sud. Lo stesso dicasi dei contributi a fondo perduto. E’ fin troppo chiaro a quali fini immediati, tipicamente preelettorali risponda la scelta politica degli stanziamenti di aiuti: per i partiti, il Mezzogiorno è spesso solo un serbatoio di voti. Fino a quanto può andare avanti la "meridionalizzazione" di certi partiti? Ecco la ragione per cui la teoria delle due Italie, un’Italia europea al Nord e una africana al Sud, potrà essere seriamente contestata soltanto dopo la sconfitta della mafia che, ripristinando le condizioni minime per un’accettabile convivenza civile, permetterà di gettare le basi per uno sviluppo futuro". 

"Bisogna riconoscere che, quando l’art. 18 della legge sulle guarentigie dice che – il magistrato non deve tenere in ufficio e fuori una condotta che lo renda immeritevole della fiducia e della considerazione di cui deve godere -, esprime un’esigenza reale.

Occorre allora fare una distinzione tra ciò che attiene alla vita strettamente personale e privata e ciò che riguarda la sua vita di relazione, i rapporti con l’ambiente sociale nel quale egli vive.

Qui è importante che egli offra di se stesso l’immagine non di una persona austera o severa o compresa del suo ruolo e della sua autorità o di irraggiungibile rigore morale, ma di una persona seria, sì, di persona equilibrata, sì, di persona responsabile pure; potrebbe aggiungersi, di persona comprensiva ed umana, capace di condannare, ma anche di capire.

Solo se il giudice realizza in se stesso queste condizioni, la società può accettare che gli abbia sugli altri un potere così grande come quello che ha. Chi domanda giustizia deve poter credere che le sue ragioni saranno ascoltate con attenzione e serietà; che il giudice potrà ricevere ed assumere come se fossero sue e difendere davanti a chiunque. Solo se offre questo tipo di disponibilità personale il cittadino potrà vincere la naturale avversione a dover raccontare le cose proprie ad uno sconosciuto; potrà cioè fidarsi del giudice e della giustizia dello Stato, accettando anche il rischio di una risposta sfavorevole."

Rosario Livatino

"Io credo nei siciliani che parlano poco, nei sicilia­ni che non si agitano, nei siciliani che si rodono dentro e soffrono: i poveri che ci salutano con un gesto stanco, come da una lontananza di secoli; e il colon­nello Carini sempre così silenzioso e lontano, impastato di malinconia e di noia ma ad ogni momento pronto all’azione: un uomo che pare non abbia molte spe­ranze, eppure é il cuore stesso della speranza, la silenziosa fragile speranza dei siciliani migliori… una speranza, vorrei dire, che teme se stessa, che ha paura delle parole…

Questo popolo ha bisogno di essere conosciuto ed amato in ciò che tace,
nelle parole che nutre nel cuore e non dice."
 

                                                                                            Ippolito Nievo

"Tutti i siciliani in fondo sono tristi, perché hanno quasi tutti un senso tragico della vita, e anche quasi una istintiva paura di essa oltre quel breve ambito del covo, ove si senton sicuri e si tengono appartati; per cui son tratti a contentarsi del poco, purché dia loro sicurezza.

Avvertono con diffidenza il contrasto tra il loro animo chiuso e la natura intorno, aperta, chiara di sole, e piú si chiudono in sé, perché di quest’aperto, che da ogni parte è il mare che li isola, cioè che li taglia fuori e li fa soli, diffidano, e ognuno è e si fa isola a sé, e da sé si gode, ma appena, se l’ha, la sua poca gioia, da sé, taciturno e senza cercar conforti, si soffre il suo dolore spesso disperato.

Ma ci son di quelli che evadono; di quelli che passano non solo materialmente il mare, ma che, bravando quell’istintiva paura, si tolgono (o credono di togliersi) da quel loro poco e profondo che li fa isole a sé, e vanno ambiziosi di vita ove una loro certa fantastica sensualità li porta, spassionandosi, o piuttosto soffocando e tradendo la loro vera, riposta passione, con quella ambizione di vita effimera." 

                                                                               Luigi Pirandello

"Giudice esemplare, si è battuto con coraggio per affermare i principi di legalità e di giustizia contro una criminalità organizzata che ne temeva l’appassionata dedizione alle istituzioni e all’imperio della legge. Ci ha lasciato una eredità morale che tutti noi siamo chiamati a raccogliere, una testimonianza di fede, di coerente rigore e di impegno civile da non dimenticare."

                              Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi

"Dal mare sono giunti gl’invasori, che comandavano, che depredavano, che figliavano: fenici, greci, cartaginesi, romani, longobardi, bizantini, arabi, normanni, angioini, aragonesi, asburgici, borbonici, piemontesi, americani …
Un mare di paura e di destini segnati, un mare di sventura e mai di avventura, un mare sul quale non sono cresciuti né grandi condottieri né capitani coraggiosi né esploratori. il mare non è più la prova di una particolare benevolenza, ma di una condanna divina. I pescatori si sentono gli ultimi dannati della terra, salgono sulle barche con la stessa rassegnazione con cui i minatori gallesi scendevano nelle gallerie sottoterra. Il presente e il passato sono uniti da racconti di sacrifici, di privazioni, di lutti (….)
Riemerge periodicamente il desiderio di chiuderci in noi stessi, di usare il mare come un barriera invalicabile dagli altri. Da ogni parte la circonda il mare. Dio stesso, nel crearla così, volle chiaramente avvertire che essa doveva rimanere staccata, separata dal continente. Ecco ciò che la geografia c’insegna. Questa separazione non sempre è stata mantenuta. Gli uomini si sono ribellati ai voleri di Dio. E hanno voluto riunire con la forza quei territori che Dio aveva ben separato. Non sono stati, però, i siciliani a passare lo stretto di Messina per andare a comandare sul continente. Sono stati gli uomini del continente a passare lo stretto con la pretesa di venire a comandare in Sicilia (…)

Abbiamo la rara capacità di metterci al centro del mondo, di ritenere che il pianeta giri intorno a noi. Ci viene naturale, non ci costa sforzo. E’ la conseguenza della singolare forma di razzismo che abbiamo sviluppata nei secoli (…) Nessun desiderio di preservare una purezza oramai impossibile (…) un radicato complesso di superiorità. Dobbiamo molto, se non tutto, al mare. Tuttavia non è bastato per indurci a considerarlo una via di ricchezza, di conquiste, di crescita, quale è stato pure nelle traversie che ci ha causato.

Prendete l’invasione saracena del nono secolo. Erano pirati, predatori di donne e di bambini, feroci schiavisti, ma dopo che la conquistarono assieme a un fisco esoso regalarono alla Sicilia un periodo di splendore e di gioiosa esistenza. Allorché il resto dell’Italia stava nel buio della storia, angosciata dalle pene dell’inferno, tartassata da carestie ed epidemie, nell’isola si esibivano ballerine indiane e spogliarelliste algerine, si giocava a scacchi, si scopriva la fragrante pasticceria araba, divenuta nei secoli rappresentazione gastronomica della nostra propensione agli eccessi: la frutta candita, le paste di mandorle,la ricotta lavorata con la cannella, con il pistacchio e con il cioccolato. Palermo e Catania si riempirono di quartieri residenziali, le palazzine sfoggiavano grandi terrazze, le stanze erano abbellite da specchiere e candelabri, ogni cortile interno esibiva fontana e piante esotiche, mentre le altre città della Penisola erano casupole addossate l’una sull’altra. Lungo le pubbliche vie i monelli siciliani si guadagnavano la mancia girando con grandi specchi nei quali maschi di tutte le età controllavano l’abbigliamento, la capigliatura. Nello stesso periodo su Roma, su Milano, su Napoli, sui borghi desolati delle valli e delle pianure calava la proibizione del clero di ridere in determinati giorni della settimana. L’altra faccia di questa medaglia appariscente era la nostra posizione di popolo sottomesso. Facevamo la bella vita, però non comandavamo a casa nostra: noi eravamo i vinti, gli arabi i vincitori. Noi siamo sempre stati i vinti. Vinti da tutti e conquistati da nessuno: non tanto per orgoglio quanto per l’incapacità di sentirci parte di un insieme.
Se è vero che ciascuno è la risultante dei libri che ha letto, noi siciliani dobbiamo essere la risultante dei libri che non abbiamo letto. Ci piacciono i difetti altrui perché ci confortano nella certezza che nessuno sia migliore di noi. Tuttavia inseguiamo il consenso di chi viene da fuori come i girasoli inseguono la luce. La nostra leggendaria e asfissiante ospitalità esprime il bisogno ossessivo di sentirci apprezzati, di sapere che siamo considerati unici, come unici riteniamo che siano il nostro sole, il nostro mare, il nostro clima, il nostro cibo, la nostra intelligenza, la nostra astuzia. Sommergiamo l’ospite, qualsiasi ospite, di doni e di carinerie non per esserne ricambiati, ma affinché egli ci creda sulla parola quando gli racconteremo la nostra verità. Non abbiamo un grande avvenire dietro le spalle, eppure si insiste nell’inseguire un aureo, ma inesistente passato (…)

Oggi come ieri viene detto ai siciliani di domani che la Sicilia è un paradiso naturale senza eguali, che è stata creata da Dio in un momento di particolare altruismo, che è amata, desiderata, invidiata in tutto il mondo. Ma voltandoci indietro ci accorgiamo che il nostro destino è stato deciso dal treno su cui siamo saliti non per sfuggire a una realtà che comunque amavamo, ma perché c’impedivano di fare l’unico mestiere per il quale ci sentivamo tagliati. Non siamo scampati al peggio per nostra scelta, ma perché un signore ci ha detto no, ci ha indotti a emigrare. Grazie a quel cortese rifiuto abbiamo assistito da lontano al massacro di una generazione dentro cui potevamo essere risucchiati. E sarebbe troppo comodo dire che ci saremmo trovati dalla parte giusta. Sulla sponda del diritto e sulla sponda del sopruso si sono affrontati volti conosciuti, volti amati, volti di ragazzi assieme ai quali abbiamo condiviso gli sbadigli in classe e le partite di calcio sulla spiaggia vicino al mare dell’innocenza. Quanti morti, quante lacrime. Eppure ci sentivamo tutti figli di un Dio Maggiore, l’espressione più riuscita di una razza eletta. Ciascuno è andato a morire per dimostrarlo. I camposanti sono pieni di siciliani uccisi per non essersi lasciati incantare dal clima, dal mare, dal sole, dagli aromi, dagli odori, per non aver ceduto alla suggestione degli uomini di rispetto, degli Amici, dei Bravi Ragazzi, degli ‘sperti e malandrini’, dei gattopardi, dei galantuomini, dei compari.

I migliori di noi sono finiti sotto una croce per testimoniare che esiste un’altra Sicilia, che questa Sicilia non si arrende e non si arrenderà mai, che ci sarà sempre una voce libera pronta ad alzarsi contro l’assuefazione al peggio, contro il ributtante imbroglio che sia esistita una mafia buona, un’onorata società con le sue regole, con i suoi uomini d’onore, con le sue donne sante e ignare di tutto (…)
In ottocento anni è cambiato pochissimo della struttura dei siciliani e dei meccanismi del potere. Dai normanni in avanti la classe dominante ha dato il massimo appoggio a ogni conquistatore. Per un intreccio d’ignoranza, di cecità, di arretratezza civile, solitamente spacciato per superiore qualità umana, gli sfruttati non hanno mai ambito a eliminare gli sfruttatori, bensì a farne parte. Tutti attratti dall’esercizio della supremazia, che spesso si trasforma nell’esercizio della soverchieria. Non abbiamo mai ritenuto che ‘u cumannari fosse megghiu du futturi’ per il semplice fatto che il ‘futturi’ è parte integrante del ‘cumannari’. Che cos’altro è la nascita della mafia se non l’uso dell’arbitrio da parte dei massari nei confronti dei contadini? Un arbitrio protetto dai proprietari terrieri, unici interlocutori dell’autorità, che ai massari chiedevano il soddisfacimento dei bisogni materiali, le rendite per vivere bene in città. E’ così incominciata una gara al peggio mai conclusasi. A parte le normali eccezioni, non è stata inseguita una maggiore giustizia o minore ingiustizia.

La voglia indistinta e generalizzata è stata ed è la roba. Un’accumulazione selvaggia: il gusto di possedere, non di fare. Le disfide imprenditoriali non attraevano e non attraggono. Le dinastie del lavoro si contano sulle dita di una sola mano. Da secoli dominano gli stessi cinquanta cognomi e gli stessi dieci nomi in un rincorrersi di nonni, di padri, di nipoti, di cugini, di zii. Hanno avuto e hanno una sola stella cometa: il potere. Per non perderlo hanno tradito, hanno spergiurato, hanno complottato, hanno baciato tutti i deretani continentali in circolazione, si sono truccati ora da sfrenati progressisti ora da seriosi conservatori (…)

Finora il meglio del nostro ingegno l’abbiamo dispiegato nel non sfruttare le strabilianti risorse del clima e della natura. Ma il turismo presuppone organizzazione, rispetto della collettività, tutela d’interessi molteplici. Difficile accordarlo con la voglia esplicita d’imporre il proprio tornaconto, con il timore che se non viene accolto il nostro punto di vista ne riceveremo un danno. Non è soltanto egocentrismo o, peggio, malafede, gioca pure una scarsa educazione a comprendere le ragioni altrui. L’ambiente insegna che soltanto chi prevale merita rispetto. E più i metodi sono spregiudicati, più si è rispettati. La stessa mafia imprenditrice è una pia invenzione. Le sole imprese che si sono sviluppate l’hanno fatto all’ombra degli appalti pubblici con il capo bastone a fungere da garante e da collettore. Le proteste, le rivolte hanno riguardato la salvaguardia di un privilegio. La nostra storia è piena di episodi nei quali la speranza di un miglioramento si è legata all’intervento del re – fosse quello di Spagna o, addirittura, il Borbone di Napoli – giacché soltanto dal trono poteva giungere una soluzione meno iniqua. La Sicilia non si è mai sollevata nel nome di un bene comune, di un obiettivo condiviso. Raramente i siciliani militano al servizio di un’idea. Troviamo molto più consono che sia l’idea a mettersi al nostro servizio. Abbiamo allevato generazioni e generazioni di voltagabbana. Ci sono siciliani che hanno indossato più magliette di quanti capelli hanno in testa (…)

I genitori che consegnano il figlio collaboratore di giustizia ai suoi carnefici affinché costoro lavino con il sangue l’onta di avere in casa un ‘infame’; la madre che distrugge la lapide della figlia ribellatasi all’omertà e accusatrice degli assassini del padre e del fratello; il giovane arrestato con l’accusa di aver ucciso il padre e che con il proprio silenzio e con la complicità dei parenti copre il vero colpevole, un cugino in ‘carriera’, non sono la raccapricciante manifestazione di una mentalità mafiosa, ma il cascame della cultura siciliana."

"Sparita la DC, sono comparse altre sigle: ma quella e queste non sono state e non sono che il sembiante del Partito Unico Siciliano, capace al momento opportuno di amalgamare gli interessi più disparati. Il Pus vince sempre. Ogni elezione è un mercato a cielo aperto nel quale la mafia sta da pascià. Gli Amici e i Bravi Ragazzi hanno bisogno della democrazia per mettere a frutto il bene più prezioso: il ferreo controllo del territorio. In una dittatura senza libere elezioni la mafia appassisce. Con il sistema dei partiti, quando ogni singola preferenza ha un valore, le azioni di Cosa Nostra volano. Alle elezioni nazionali del maggio 2001 sono stati offerti pacchetti di voto a 100.000 lire l’uno, alle regionali il costo è aumentato in proporzione al numero dei candidati. Gli Amici e i Bravi Ragazzi hanno votato e fatto votare rappresentanti di tutti i partiti: l’accordo è con la singola persona, mai con ciò che rappresenta. Gli Amici e i Bravi Ragazzi sono sicuri che nel momento del bisogno la concretezza, i ‘piccioli’ – l’appalto da un lato, la tangente dall’altro – prevarranno sul resto: ideologia, disciplina di partito, coerenza personale. Cosa Nostra racchiude e sublima la zavorra che abbiamo accumulato in trenta secoli di megalo-mania, di vittimismo, di magniloquenza, di presunzione, di alterigia, di eccesso d’intelligenza. Gli Amici e i Bravi Ragazzi non hanno inventato il peggio della Sicilia, ne sono semplicemente l’espressione più compiuta."

di Alfio Caruso, Perchè non possiamo non dirci mafiosi

"E’ normale che esista la paura, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti".

"Se la gioventù le negherà il consenso, anche la onnipotente,
misteriosa mafia, svanirà come un incubo".
                                          
Paolo Borsellino

"La mafia non è solo una negazione dell’etica pubblica. è una vera e propria negazione della fede. E chi vi si contrappone, rischiando e donando la vita, è un martire in senso proprio…
Il destino dei nuovi martiri è quello di esser condotti al macello da cristiani battezzati e ciò non in odio alla fede, ma in odio alla giustizia che intendevano testimoniare." 

                                                                           Silvano Zucal

(L’articolo completo: "Quell’urlo del Papa")