Paolo Borsellino

"Palermo non mi piaceva, per questo imparai ad amarla,
perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non piace
per poterlo cambiare".
                                        
Paolo Borsellino

"È da rigettare l’affermazione secondo la quale, una volta adempiuti con coscienza e scrupolo i propri doveri professionali, il giudice non ha altri obblighi da rispettare nei confronti della società e dello Stato e secondo la quale, quindi, il giudice nella propria vita privata possa fare, al pari di ogni altro cittadino, quello che vuole. Una tesi del genere è, nella sua assolutezza, insostenibile…
La credibilità esterna della Magistratura nel suo insieme e in ciascuno dei suoi componenti è un valore essenziale in uno Stato democratico, oggi più di ieri"

R. Livatino

Bibliografia

Etica cristiana e senso dello Stato. Di fronte al martirio di Giorgio Ambrosoli, Paolo Borsellino e Rosario Livatino – M. Cicala, Cristianità n. 299 (2000) (v.link)
– Giovanna Lio, Giudice ragazzino e martire, in La Gazzetta del Sud 21 settembre 2000
– L. Accatoli, "Nuovi martiri", ed. San Paolo, Cinisiello Balsamo, 2000, nn. 384 e 385;
– Riccardi, Il secolo del martirio, Milano, 2000, 403, 413 e 419
– Maria Di Lorenzo "Rosario Livatino. Martire della giustizia", Edizioni Paoline, Roma 2000;
Angelo La Vecchia, Fiaba vera, Ed. Meta, Canicattì 1997.

Links:

Premio Livatino all’impegno sociale

Associazione "Amici del Giudice Rosario Livatino"

"Mi chiedo che governo, che Parlamento siano mai questi in cui chissà quanti deputati devono la loro elezione alla Mafia e sono lì, nei Palazzi, per impedire che lo Stato la combatta. Mi chiedo cosa ci sia di comune fra giudici come Giovanni Falcone, come Livatino (…) e giudici che hanno cassato per futili, offensivi difetti di forma più di trecento sentenze e non si accorgevano che nella Suprema Corte c’era un informatore della Mafia, non si chiedevano come nei covi dei più noti mafiosi si trovassero delle agendine con i numeri segreti di alcuni alti magistrati…"

Giorgio Bocca, la Repubblica (24 maggio 1992)

IL GIUDICE RAGAZZINO

regia: Alessandro Di Robilant

con: Giulio Scarpati, Sabrina Ferilli, Leopoldo Trieste,
Renato Carpentieri, Roberto Nobile, Paolo De Vita,
Ninni Bruschetta, Regina Bianchi, Turi Scalia

Sceneggiatura: Andrea Purgatori, Ugo Pirro, Alessandro Di Robilant.
Fotografia: David Scott. Musica: Franco Piersanti.
Montaggio: Cecilia Zanuso.
Produzione: Trio Cinema e Televisione, RCS Films & Tv, RaiDue.
Italia, 1993. Distribuzione cinematografica: RCS / WARNER BROS. ITALIA.
Distribuzione in videocassetta: CVC. Durata: 1h 34’.
 

Tratto dal saggio omonimo di Nando Dalla Chiesa

Premi:
– David di Donatello per il miglior attore (Giulio Scarpati)
– Premio "Angelo Azzurro" al FilmFest di Berlino 

Scarpati: "Livatino era un uomo forte e schivo, un magistrato che rifuggiva la notorietà, le telecamere, le foto. Un eroe per caso, o meglio, per forza, ucciso perchè voleva fare il suo dovere.Portarlo sullo schermo è stato un gesto dovuto da parte di chi, come me, vive nell’Italia di oggi ma ne sogna una diversa."
"L’ incontro con il giudice Rosario Livatino è stato molto fortunato non solo come esperienza professionale ma come esperienza umana (…) Il difficile è stato non sbagliare e non andare sopra le righe, per non offendere nessuno(…)Ad oggi considero "Il giudice ragazzino" il mio impegno più riuscito e più impegnato, non solo per il suo valore civile, ma per quello che mi ha regalato: opinioni, figure che condivido e che non credo di aver tradito"

Un dialogo dal film tra il giudice Saetta e Rosario Livatino:
Saetta: «Tutte le volte che bussano alla porta, da quando non mi mandano più le lettere anonime, non sono tranquillo»
Rosario: «Non capisco»
S: «Quando ti mandano le lettere anonime, vuol dire che vogliono farti paura. A me non le mandano più. È un brutto segno. E a te, te ne mandano?»
R.: «Parecchie»
S.: «E allora devi stare tranquillo. Però, scusa se te lo dico, alla scorta non ci dovevi rinunziare»
R.: «I miei s’impressionarono troppo. E poi se niente chiedi, niente possono pretendere»
S: «Va beh, questo è vero. Però tu lo sai, i grandi affari ormai la mafia li fa in provincia. Dove stanno i latitanti? A Enna, a Agrigento. Le famiglie non si riuniscono più a Palermo»
R.: «Lo so, nel nostro paese»


Il Giudice Livatino all’età di tre anni
(foto tratta dal sito www.gesuiti.it)

"Il compito del magistrato è quello di decidere.
Decidere è scegliere e, a volte, scegliere fra numerose cose o
strade o soluzioni; e scegliere è una delle cose più difficili
che l’uomo sia chiamato a fare…
(Ma) è proprio in questo scegliere per decidere, decidere
per ordinare, che il magistrato credente
può trovare un rapporto
con Dio: un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è
realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio."

                                                                                 
Rosario Livatino

 

"Possiamo continuare con questo tabù, che poi significa che ogni ragazzino,  che ha vinto il concorso, ritiene di dover esercitare l’azione penale a diritto e  a rovescio, come gli pare e piace, senza rispondere a nessuno?(… ) Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre indagini complesse contro mafia e il traffico di droga. Questa è un’autentica sciocchezza! A questo ragazzino io non affiderei nemmeno  l’amministrazione di una casa terrena, come si dice in Sardegna, una casa a un  piano con una sola finestra, che è anche la porta…"
Francesco Cossiga (Presidente della Repubblica)

"Questi giudici sono doppiamente matti. Per prima cosa, perché lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi  essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto  della razza umana."
Silvio Berlusconi (Presidente del Consiglio)

I magistrati uccisi in Italia
– fra le 400 vittime di mafia,forze dell’ordine, pubblici funzionari,
amministratori, imprenditori, comuni cittadini – (fonte:osservatoriosullalegalità.org)
Agostino PIANTA,
Francesco FERLAINO,
Francesco COCO,
Pietro SCAGLIONE,
Vittorio OCCORSIO,
Riccardo PALMA,
Girolamo TARTAGLIONE,
Fedele CALVOSA,
Emilio ALESSANDRINI,
Cesare TERRANOVA,
Nicola GIACUMBI,
Girolamo MINERVINI,
Guido GALLI,
Gaetano COSTA,
Mario AMATO,
Giangiacomo CIACCIO MONTALDO,
Bruno CACCIA,
Rocco CHINNICI,
Antonio SAITTA,
Alberto GIACOMELLI,
Rosario LIVATINO,
Antonio SCOPELLITI,
Giovanni FALCONE,
Francesca MORVILLO,
Paolo BORSELLINO.

Giovanni Tinebra ricorda Rosario Livatino

"Il ricordo che ho di Rosario Livatino è dolcissimo. Ricordo come fosse ieri il giorno in cui arrivò alla procura di Caltanisetta come uditore giudiziario con funzioni; cioè in prima destinazione dopo aver vinto il concorso e aver superato il corso di formazione. Procura che frequentavo poiché prestavo servizio nel distretto come sostituto alla procura di Nicosia.

Quello che mi colpì subito, nel suo aspetto, fu l’estrema compostezza,la grande serietà. La serietà dello sguardo e, soprattutto, la modestia che lui professava a volte fino all’inverosimile. Ricordo che, insieme a un altro collega, impiegammo tre mesi per convincerlo a darci del tu. Rosario si ostinava a darci del lei. E noi giù, a parlargli che il magistrato si distingue solo per funzioni e che quindi dovevamo darci del tu, anche perché la nostra età non era molto dissimile dalla sua: eravamo giovanissimi magistrati. Questa è l’essenza del magistrato Livatino.

Non si tratta di un grande eroe della lotta alla mafia, non si tratta di un grande sterminatore di nemici dello Stato. Si tratta di un giovane magistrato, serio, attento, posato, riflessivo. Estremamente sensibile, estremamente attaccato al suo dovere. Si tratta di un magistrato modello, secondo me. Perché il magistrato modello è proprio questo. E’ colui il quale professa la sua battaglia contro l’illegalità giorno dopo giorno, cimentandosi nelle imprese giudiziarie le più varie; confrontandosi con le più varie fattispecie di reati, sempre nell’unico grande scopo della riaffermazione della legalità. Questo era Rosario Livatino. Un magistrato che deve servire da modello a tutti i giovani magistrati, ma non solo.

Fu un giovane magistrato che immolò la sua vita anche alla sua modestia perché viaggiava solo. La sua morte non fu il vile attentato a un magistrato che viaggia protetto, nei confronti del quale vengono impiegati terribili strumenti di morte proprio per vincere le difese poste a sua protezione. Fu l’attentato a un magistrato che andava in ufficio da solo, con la sua piccola macchina. E che quindi era protetto unicamente dalla sua bontà, dalla sua imparzialità, dal modo in cui faceva il suo mestiere. Dalla sua limpidezza e dalla sua trasparenza. Fu molto facile dimenticare tutto ciò e sparargli, prima attraverso il vetro della macchina e poi, a sangue freddo dopo averlo inseguito per la scarpata, finirlo con il colpo di grazia.

E’ una cosa che ci ha toccato, noi tutti magistrati, e ci tocca ancora oggi. Ci ha fatto vedere cosa può essere l’attaccamento al dovere. Ci ha fatto vedere come si possa arrivare all’estremo sacrificio al servizio di un ideale che è quello della giustizia. Quello che dovrebbe legare a sé tutti gli uomini, almeno quelli di buona volontà.

A volte il destino è bizzarro. Dopo tanti anni dalla sua morte ho avuto l’onere di assumere la responsabilità delle indagini nei confronti degli autori dell’assassinio di Rosario Livatino. Con molta serenità, ora posso dire che, alla fine, i miei colleghi e io abbiamo fatto il nostro dovere. Giustizia è stata veramente fatta: i tre processi nei confronti di nove, tra mandanti ed esecutori, dell’omicidio di Livatino sono stati, con sentenza passata in giudicato, tutti condannati all’ergastolo.

Quanto meno questo. Quanto meno la sua morte è servita anche per togliere di mezzo, mi auguro in maniera permanente e definitiva, nove malfattori dal contesto civile."

Giovanni Tinebra
Capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria

(testo tratto dal sito www.giustizia.it)

fotolivatino


Rosario Angelo Livatino
nasce a Canicattì, il 3 ottobre del 1952, da Vincenzo e Rosalia Corbo.
Conseguita la maturità classica, presso il Liceo Classico "Ugo Foscolo",
nel 1971 si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza di Palermo.
Si laurea nell'anno accademico 1974-75, a soli 22 anni,
con il massimo dei voti e la lode
Tra il 1977 ed il '78, presta servizio come in vicedirettore in prova
presso l'Ufficio del Registro di Agrigento.
Nel 1978, classificatosi tra i primi in graduatoria nel concorso
per uditore giudiziario, entra in Magistratura presso il Tribunale di Caltanissetta.
Nel 1979 diventa Sostituto Procuratore presso il Tribunale di Agrigento,
carica ricoperta fino al 1989 quando assume il ruolo di giudice a latere.
Muore il 21 settembre 1990, sulla SS 640 mentre si recava, senza scorta,
in Tribunale, per mano di quattro sicari, assoldati dalla "Stidda" agrigentina,
organizzazione mafiosa in contrasto con Cosa Nostra.
Dal 1993 il vescovo di Agrigento ha incaricato Ida Abate, che del giudice fu insegnante, di raccogliere testimonianze per la causa di beatificazione. La signora Elena Valdetara, infatti, afferma di essere stata guarita da una grave forma di leucemia, per intercessione del Giudice apparsole in sogno in abiti sacerdotali.

Martire della giustizia ed indirettamente della fede (Giovanni Paolo II)

L'inchiesta sull'omicidio Livatino è sfociata in tre procedimenti giudiziari: nei primi due sono stati condannati all' ergastolo i killer del magistrato. Nel terzo processo, davanti alla Corte di Appello di Caltanissetta, i giudici hanno condannato all' ergastolo come mandanti Antonio Gallea, Salvatore Calafato, Salvatore Parla e Giuseppe Montanti. Quest' ultimo avrebbe messo a disposizione del commando una abitazione e mantenuto i contatti con alcuni latitanti all' estero.Giuseppe Montanti, 44 anni, boss arrestato ad Acapulco dagli investigatori italiani, era indicato come un esponente di primo piano della 'stidda', l' organizzazione che in provincia di Agrigento contende il predominio del territorio a Cosa Nostra, Montanti era latitante da sei anni. Condannato all' ergastolo con sentenza definitiva per un omicidio, il boss era stato inquisito per l' omicidio Livatino nel luglio del '96, sulla base delle rivelazioni di alcuni pentiti. Secondo questa ricostruzione, confermata poi dalle sentenze, il delitto sarebbe stato progettato dagli 'stiddari' per dare una prova di forza nei confronti di Cosa Nostra.